Sergio Flamigni.
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La tela del ragno. Il delitto Moro.
Parte 2.
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2003 Kaos edizioni Milano.
Prima edizione maggio 1988.
Quinta edizione aggiornata aprile 2003.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Strategie di infiltrazione.
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La pratica delle infiltrazioni nei gruppi di estrema destra e di estrema sinistra da parte dei servizi segreti statunitensi, per controllare, orientare e strumentalizzare le attivit eversive al fine di destabilizzare per stabilizzare, emerger pi volte nelle inchieste giudiziarie sulla strategia della tensione: sono stati accertati i rapporti e i contatti fra i Servizi americani e cellule terroristiche neofasciste (contatti appurati anche per la strage di piazza Fontana). Il giudice istruttore Guido Salvini, nel 1996, dichiarer infatti che i Servizi americani esercitarono nei riguardi di alcune frange eversive attive in Italia un controllo col fiato sul collo, molto molto da vicino(3).
Dalle inchieste  emerso anche l'importante ruolo avuto in questo senso dalla Aginter Press, l'agenzia di copertura della CIA in Europa che gi nel novembre 1968 aveva elementi infiltrati nei vari gruppi marxisti-leninisti, anarchici e maoisti, e che era attivamente impegnata nel fomentare azioni di forza che dovranno sembrare opera dei nostri avversari comunisti(4).
A met degli anni Sessanta i servizi segreti americani avevano attribuito grande rilievo alla pratica dell'infiltrazione nelle organizzazioni eversive neofasciste in Europa; ma i successivi Field Manuals avevano cominciato a prevedere espressamente operazioni speciali
anche nelle organizzazioni dell'ultrasinistra, da attuare in Italia direttamente, o attraverso agenti di fiducia dei Servizi italiani.
Il Field Manual 30-31 Supplemento, un documento top-secret dell'intelligence americana datato 18 marzo 1970, definiva il terrorismo
fattore interno stabilizzante (destabilizzare ai fini di stabilizzare), e teorizzava la necessit di infiltrare le organizzazioni dell'estrema sinistra e spingerle alla lotta armata quando i governi dei Paesi ospiti dimostrino una certa passivit o indecisione verso il comunismo. Il documento, firmato dal generale Westmoreland, impartiva precise direttive per arrivare a controllare gli stessi infiltrati
organizzati dagli apparati del Paese amico; per raggiungere questo obiettivo, i servizi di informazione americani dovevano cercare di identificare gli agenti infiltrati nel movimento sovversivo
[dai] responsabili della sicurezza interna delle organizzazioni governative del Paese ospite, non perdendo di vista l'opportunit di stabilire un controllo segreto da parte dell'Esercito degli Stati Uniti sulle attivit di tali agenti, e inoltre dovevano cercare di permettere l'infiltrazione di agenti affidabili nei livelli di comando dell'eversione con particolare riguardo ai sistemi di informazioni diretti contro organizzazioni governative del Paese ospite. Non bisogna dimenticare che le informazioni fornite dalle fonti aderenti al movimento sovversivo riguardo al personale delle organizzazioni governative possono essere di grande valore nel determinare la giusta condotta dei Servizi d'informazione dell'Esercito e nel suggerire tempestive misure adeguate al perseguimento degli interessi degli Stati Uniti.
Era dunque esplicitamente teorizzato il proposito di strumentalizzare le frange eversive anche contro il governo del Paese alleato; il servizio segreto americano mirava essenzialmente a essere informato ai livelli di comando dell'organizzazione eversiva, in modo da anticiparne le mosse oppure di condizionarle o addirittura di assecondarle qualora la loro azione coincidesse con l'interesse degli Stati Uniti.
A detta del generale del SID Gianadelio Maletti, Silvano Girotto era l'infiltrato dei Carabinieri nelle BR, mentre il SID disponeva di altri suoi infiltrati nell'organizzazione, come confermer anche il generale Romeo (direttore dell'ufficio D del servizio segreto militare dal 10 novembre 1975 al 30 giugno 1978). E il generale Vincenzo Morelli (capo di stato maggiore della Divisione dei carabinieri di Milano) confermer: Infiltrati nostri nelle BR? Nomi non ne faccio, ma dico che ne avevamo, sia l'Arma, sia i Nuclei speciali di Dalla Chiesa(5).
Il generale Dalla Chiesa aveva sempre ritenuto l'infiltrazione nei gruppi eversivi una strategia vincente dell'antiterrorismo, e lo confermer alla Commissione parlamentare d'inchiesta l'8 luglio 1980:
Quello della penetrazione del fenomeno (penetrazione nel senso culturale, nel senso conoscitivo) e l'altro, l dove possibile, dell'infiltrazione, che deve essere consentita a chi pratica la guerriglia e la controguerriglia... Molte volte ci pu essere anche l'infiltrato che lo fa come sottufficiale dei carabinieri. Lo fa, anche lui l'infiltrato, ma lo pu fare anche il mercenario, anche il combattente, anche colui che intende distruggere l'avversario. Bene, questo sistema dell'infiltrato ha condotto sovente a partire da conoscenze di due, tre persone per arrivare a venti e anche a quaranta(6).
Secondo il generale Nicol Bozzo (capo dei Nuclei antiterrorismo nell'Italia settentrionale), i carabinieri della divisione Pastrengo, dopo Girotto, avevano potuto contare su altri due infiltrati non militari: uno a Padova e uno a Torino. Io non metterei la mano sul fuoco sulla purezza ideologica delle BR. Ci nel senso che cos come siamo riusciti a penetrare noi in qualche caso (ad esempio Girotto) nell'organizzazione,  ben possibile che altri abbiano potuto compiere una analoga operazione. Ad esempio... i mezzi a nostra disposizione erano di gran lunga inferiori a quelli che risulterebbero essere stati a disposizione di GLADIO(7). A detta del generale Bozzo, il lavoro di infiltrazione dell'Arma arrivava in tutte le universit considerate a rischio: si iscrivevano ufficiali e sottufficiali dei carabinieri i quali si comportavano come normali studenti che seguivano le lezioni, davano gli esami, e vivevano in appartamenti con altri ragazzi (la pigione veniva pagata dall'Arma, come le tasse universitarie). Un lavoro di infiltrazione pi congeniale ai servizi segreti, ma che il generale Dalla Chiesa conduceva in proprio, gestendo personalmente gli informatori e gli infiltrati dell'Arma nelle BR(8).
Bozzo racconter di un'importante informazione avuta dalla fonte
Grifone poco prima della strage di via Fani: Venimmo a sapere che le BR stavano... progettando un'azione contro un uomo politico di alto livello. Lanciammo l'allarme, eravamo ai primi di gennaio
1978... La colonna romana delle BR aveva chiesto ai brigatisti di Torino l'aiuto di un compagno muratore. La fonte Grifone ci aveva detto che il compagno muratore avrebbe dovuto scendere nella capitale per costruire un muro, una paratia(9)... Ricevetti l'ordine dei miei superiori di andare subito a Roma a conferire con il capo di stato maggiore dell'Arma, generale Mario De Sena. Io gli raccontai quello che a fatica eravamo riusciti a sapere, lo misi in guardia; ma il generale De Sena gli rispose: Guagli, quello delle Brigate rosse  un problema vostro, del Nord, perch qui a Roma di Brigate rosse non c' traccia(10). Cos come Dalla Chiesa, anche il generale Bozzo diffidava dei Servizi: I servizi segreti perseguivano interessi che non coincidevano con i nostri [dei Carabinieri, ndr], anzi a volte erano opposti, e concluder con una denuncia del comportamento dei vertici istituzionali: Ci misero in naftalina, noi e i nostri infiltrati, per chiamarci dopo, quando ormai Moro era stato ammazzato(11).
Il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Cornacchia confermer alla Commissione parlamentare di inchiesta che durante il sequestro Moro aveva un infiltrato nelle BR(12): un'infiltrazione che non approd ad alcun risultato, ma non  stato accertato se in conseguenza della compartimentazione brigatista, o piuttosto per omissioni dello stesso Cornacchia (il quale risulter poi affiliato alla P2).
Anche il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capocentro del SISMI a Firenze, aveva un'importante fonte informativa nelle BR fin dalla fine del 1977, fonte attiva durante il periodo del sequestro Moro, quando a Firenze si riuniva il Comitato esecutivo brigatista in una sede messa a disposizione del Comitato rivoluzionario toscano.
Non si sa quale fu il contributo informativo della fonte durante
i 55 giorni del sequestro. Di certo c' la coincidenza che, non
appena le carte di Moro da Firenze approdarono a Milano, nel covo di via Monte Nevoso, il 1 ottobre 1978 il generale Dalla Chiesa ordin il ritardato blitz; e che il successivo dicembre vennero arrestati quattro membri del Comitato regionale toscano. La fonte del colonnello Mannucci Benincasa cesser la sua attivit nel 1982, dopo l'arresto di Giovanni Senzani e l'arresto (con pentimento) di Giovanni Ciucci del Comitato rivoluzionario toscano.
Il generale Dalla Chiesa, esperto di tecniche di infiltrazione e conoscitore dei documenti brigatisti, durante la prigionia di Moro partecip alle riunioni del Comitato tecnico-operativo al Viminale in modo piuttosto defilato. Ma dopo il delitto Moro, non appena gli venne attribuito l'incarico di dirigere un suo reparto speciale, nel breve volgere di poche settimane riusc ad arrestare due dei capi del Comitato esecutivo BR (Azzolini e Bonisoli) e altri brigatisti, a scoprire il covo milanese di via Monte Nevoso, e a recuperare importanti documenti provenienti dalla prigione di Moro.
Un caso accertato di infiltrazione di un agente straniero nell'ultrasinistra italiana  quello del tedesco Volker Weingraber, che arriv in Italia tra la fine del 1977 e l'inizio del 1978 (poco prima del sequestro Moro) sotto la falsa identit di Michael Goldman. Weingraber era in contatto con un funzionario del SISDE, e si stabil a Milano (la citt dove poi, durante il sequestro Moro, avvennero i contatti fra le BR e la Rote armee fraktion)(13). Ritenuto negli ambienti dell'ultrasinistra tedesca un compagno fidato, aveva avuto l'incarico di infiltrarsi nelle BR e nei gruppi dell'ultrasinistra italiana. Nel capoluogo lombardo Weingraber si stabil prima nell'abitazione del pittore Duccio Berti, poi in quella dell'editore di estrema sinistra Aldo Bonomi
(sospettato di essere un informatore dei servizi segreti); quindi, dall'aprile 1978 al 1980, abit nell'appartamento di Alberto e Franca Zuliani (due militanti dell'Autonomia operaia) in via Solari, nello stesso stabile dove abitava il giornalista Walter Tobagi(14).
Weingraber, a Milano, allacci contatti con le BR; era assistito
dalla scrittrice Brigitte Heinrich, la quale fra i molti tedeschi di residenza milanese, era soprattutto legata a Petra Krause, l'anarchica tedesca coinvolta in processi di terrorismo(15) che in passato aveva aiutato Lauro Azzolini (del Comitato esecutivo delle BR) a tenere i contatti con la RAF; non a caso sar Azzolini a incontrare periodicamente i rappresentanti della RAF nel corso del sequestro Moro. Weingraber
scrisse alcuni rapporti sulla Mantovani, e ci indurr a sospettare un suo ruolo informativo per la scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso (Milano).


Il MOSSAD.

Dopo il massacro degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco di Baviera, il 5 settembre 1972, da parte dei fedayin di Settembre nero, il governo israeliano di Golda Meir aveva adottato una nuova politica antiterrorismo dando vita a un Comitato X top-secret autorizzato all'uccisione di qualunque militante di Settembre nero direttamente o indirettamente coinvolto nella strage di Monaco. Era stata una svolta importante nella politica antiterrorismo del governo israeliano, che aveva segnato l'intera intelligence mondiale e quella occidentale in particolare.
Il Comitato X aveva funzionato come un vero e proprio tribunale clandestino che aveva condannato a morte tanti personaggi arabi o filoarabi ritenuti nemici di Israele. Erano state costituite delle squadre speciali dotate di ingenti mezzi e con personale particolarmente addestrato per le cosiddette operazioni coperte, ed era stata scelta Parigi come sede della base per le operazioni extraterritoriali (omicidi da compiere in Europa). Questi team erano sostenuti finanziariamente attraverso canali coperti e operavano in modo autonomo, fuori dal controllo delle strutture governative. Erano stati organizzati due distinti gruppi di fuoco, ciascuno con una lista di persone da assassinare.
Avner era il nome in codice del capo della squadra di killer che doveva agire anche in Italia, squadra formata da cinque agenti di elevata professionalit. I membri della squadra si erano sparpagliati per l'Europa alla ricerca di informazioni e di tracce per localizzare i bersagli da colpire: una particolare cura era stata dedicata ai contatti e all'infiltrazione nelle organizzazioni terroristiche attive in Europa.
Ciascuno cre e implement la propria rete di informatori. Avner, in particolare, riusc a contattare una fonte che si stava infiltrando nel livello pi alto della RAF e inizi a finanziarla per favorirne una rapida ascesa all'interno dell'organizzazione. Dopo gli arresti (nel giugno-luglio 1972) di Andreas Baader e Ulrike Meinhof e degli altri fondatori, la RAF era in profonda crisi. In breve tempo quello che restava del gruppo Baader-Meinhof era diventato il lasciapassare per penetrare all'interno del circuito terroristico europeo.
Riconvocata a Ginevra, la squadra del MOSSAD aveva esaminato le informazioni raccolte, e aveva deciso di recarsi in Italia per colpire il primo obiettivo nella persona di Wael Zweiter, cugino del leader palestinese Arafat. Alla spicciolata la squadra aveva raggiunto Ostia, dove Zweiter abitava (la RAF forniva anche personale per rafforzare le operazioni di sorveglianza), e il 16 ottobre 1972 i killer del MOSSAD avevano assassinato la vittima sull'uscio di casa(16).
Dopo l'omicidio di Zweiter, il contatto interno alla RAF aveva procurato alla squadra di Avner un'importante fonte di informazione a Parigi: Louis, che faceva parte di una struttura autonoma di spionaggio conosciuta come Le Group. Il padre di Louis, capo e fondatore del gruppo, era stato membro della Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, e aveva continuato ad agire, anche dopo la Liberazione, con una agenzia privata nel mondo dell'intelligence
(naturalmente con il beneplacito governativo e collaborando con l'intelligence francese), aperta a ogni committente bisognoso di armi, documenti, informazioni e altri supporti. Louis per escludeva di fornire assistenza a qualsiasi entit governativa di qualunque bandiera.
E la squadra del MOSSAD era stata accreditata come gruppo mercenario affidabile e pieno di soldi, disposto a entrare in affari con le organizzazioni terroristiche.
Louis aveva fornito le notizie utili per sopprimere Mahmoud Hamshari, il coordinatore dell'operazione di Monaco, scelto dall'unit del MOSSAD come secondo obiettivo. Un uomo di Louis spacciatosi per giornalista italiano era riuscito a contattare Hamshari telefonicamente
chiedendo un incontro per intervistarlo; Avner aveva deciso di piazzare all'interno dell'apparecchio telefonico un ordigno esplosivo azionabile a distanza; l'8 dicembre 1972 l'esponente palestinese aspettava la telefonata del giornalista italiano, e la squadra del MOSSAD aveva azionato la bomba che aveva ucciso Hamshari. Poi, negli anni 1973-74, erano caduti uno dopo l'altro, uccisi dal fuoco degli uomini del MOSSAD altri sei palestinesi inseriti nella lista fornita dal Comitato X. Durante l'esecuzione di Zaid Muchassi, era stato ucciso anche un agente del KGB con cui il palestinese era in contatto(17).
Louis sar uno dei contatti di Mario Moretti quando il capo brigatista si recher a Parigi. Anche il brigatista pentito Antonio Savasta riferir di una rete francese, del fatto che Moretti disponeva di un'abitazione a Parigi e di un'utenza telefonica intestata a un certo
Louis (conosciuto solo da Moretti, Laura Braghetti e Vincenzo Guagliardo). All'inizio del 1981, quando entr a far parte dell'Esecutivo brigatista affiancando Moretti, la Balzerani e Novelli, Savasta venne ufficialmente informato da Moretti (che tenne una relazione all'Esecutivo sui rapporti internazionali) dell'esistenza di una struttura di coordinamento internazionale di varie organizzazioni di guerriglia in Europa e in Medio Oriente quali: la RAF, OLP, IRA, ETA basca;
da quelle informazioni riservate Savasta ebbe la conferma che l'Esecutivo era compartimentato a livelli assai alti, e che ivi soltanto potevano gestire le informazioni attinenti i rapporti internazionali. Il Moretti, nella prima riunione cui partecipai in Roma, nel quartiere Casarotti, mi mise al corrente della struttura di coordinamento, mi disse che la sua sede era a Parigi, e che si articolava peraltro anche in una rete di latitanza internazionale. Il Moretti in questo contesto mi fece il nome di tre persone che io negli anni passati avevo solo sentito nominare in riferimento al passato remoto delle BR. Mi parl, dunque, di Corrado Simioni, Duccio Berio, e Vanni Mulinaris come i coordinatori della struttura, tra l'altro mi disse che erano vecchi amici suoi...
Il Moretti mi inform della assoluta riluttanza del gruppo dei tre a spostarsi da Parigi - ove vi erano notevoli forme di copertura politica nei loro riguardi - e di conseguenza il Moretti era giocoforza costretto lui a operare gli spostamenti in Francia(18).
Nell'autunno del 1973 le BR erano state contattate dal MOSSAD tramite un medico(19), il quale aveva offerto ai capi brigatisti la possibilit di addestramento, armi e informazioni, in cambio di una accentuazione del carattere militare di intervento delle BR all'interno del Paese; i servizi segreti israeliani erano interessati alla destabilizzazione dell'Italia poich cos, nel contesto internazionale, gli Stati Uniti sarebbero stati indotti ad appoggiare con pi decisione lo Stato di Israele. Saranno i brigatisti pentiti - prima Patrizio Peci, poi Alfredo Bonavita - a riferire alla Commissione parlamentare Moro del tentativo degli israeliani di agganciare le BR. Secondo Bonavita, i leader brigatisti avevano declinato le offerte del MOSSAD anche perch vi era il problema che, entrando in contatto con dei servizi di sicurezza, prima o poi si pu essere venduti, si pu essere denunciati all'autorit giudiziaria, per cui non se ne fece niente. Ma secondo un altro pentito, Michele Galati, nel 1975, dopo l'arresto di Curcio e Franceschini e l'uccisione di Mara Cagol, il MOSSAD aveva avanzato alle BR nuove proposte, compresa quella della liberazione dei detenuti, e non si sa quale fosse stata la risposta di Moretti.
Il primo tentativo di aggancio delle BR da parte del MOSSAD aveva coinciso con un periodo di tensione nei rapporti fra Israele e il nostro ministro degli Esteri Aldo Moro.
Il 5 settembre 1973, in seguito a informazioni trasmesse dal servizio segreto israeliano al SID (il servizio segreto militare italiano), i carabinieri avevano fatto irruzione in un appartamento presso Ostia e avevano arrestato cinque arabi appartenenti all'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina): i cinque, in possesso di due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, con i relativi congegni di lancio, erano intenti a progettare un attentato a un aereo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana(20). Il 6 ottobre era scoppiato un 
nuovo conflitto tra i Paesi arabi e Israele: l'Egitto aveva attaccato sul fronte del Sinai, e la Siria sul fronte del Golan;
era la guerra del Kippur, dal nome della festa religiosa che si stava celebrando in Israele.
In Italia PCI e PSI avevano chiesto che il Paese restasse estraneo al conflitto mediorientale in quanto esulava dalla sfera della NATO. Il governo italiano, presieduto da Mariano Rumor(21) con Moro ministro degli Esteri, aveva adottato una linea conciliante con quella delle Sinistre, spingendosi a rifiutare agli americani l'uso di basi italiane per i rifornimenti militari all'esercito israeliano. Ci aveva determinato nuove tensioni con Israele e contrasti con il segretario di Stato americano Kissinger (come Moro prigioniero delle BR ricorder nel brano del memoriale dedicato alla politica estera in Medio Oriente).
Il 13 ottobre, a Copenaghen, durante il vertice dei Paesi della Comunit europea, era stata accolta la proposta di Moro sul Medio Oriente, e i Paesi della CEE avevano rivolto un appello per la cessazione delle ostilit e per l'avvio di un negoziato sulla base della risoluzione n 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del
22 novembre 1967.
Il ministro degli Esteri Moro il 17 e 18 ottobre aveva illustrato in Senato e alla Camera le valutazioni del governo, informando sull'azione diplomatica intrapresa e sui risultati ottenuti mediante l'iniziativa di una consultazione europea sulla crisi, con l'obiettivo di fissare una linea comune e perci pi efficace che non era quella espressa dai singoli Paesi membri della Comunit. Nel suo discorso (per il quale esprimevano soddisfazione anche i senatori e i deputati del PCI e disapprovazione solo i parlamentari del MSI e una parte di quelli del PLI), Moro aveva ribadito la linea di conservare rapporti di amicizia con entrambe le parti, premessa di ogni efficace opera di persuasione, e aveva definito del tutto infondato il preteso uso di basi NATO in Italia da parte degli Stati Uniti per l'assistenza militare a Israele. Al riguardo ricordo che l'uso delle basi NATO  disciplinato da precise regole dell'Alleanza, le quali vengono rigorosamente osservate(22).
Il 22 ottobre Israele e i Paesi arabi avevano accettato la richiesta dell'ONU di cessare il fuoco. Ma il conflitto aveva avuto immediate ripercussioni economiche negative in Occidente per la decisione dei Paesi arabi di utilizzare l'arma della riduzione della produzione petrolifera determinando cos un forte aumento del prezzo del greggio.
La crisi petrolifera aveva accresciuto le esigenze dell'economia italiana di allacciare complementari rapporti con quella dei Paesi arabi, e ci aveva accentuato la diffidenza israeliana per la politica estera dell'Italia verso il mondo arabo: si prospettava una maggiore intransigenza del servizio segreto israeliano per i comportamenti ritenuti compiacenti o di cedimento verso il terrorismo arabo. Le tensioni Roma-Tel Aviv erano accentuate dalla vendita segreta di partite di armi all'OLP da parte dell'Italia, forniture approvate e favorite dal ministero degli Esteri italiano. All'epoca l'OLP non rappresentava un Paese riconosciuto, anzi era considerata un'organizzazione a rischio, per cui le armi dovevano arrivargli clandestinamente con il sistema della triangolazione. Dal momento che il ministero degli Esteri italiano di fatto contribuiva ad armare e riconoscere il principale nemico di Israele, era presumibile che il potente servizio segreto MOSSAD assumesse una posizione non certo amichevole verso il suo titolare politico, Aldo Moro.
Il 19 ottobre 1973, presso l'Ambasciata italiana al Cairo, c'era stato un incontro fra il rappresentante dell'OLP, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell'OLP aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l'attentato all'aereo della El Al e ha offerto l'impegno formale dell'OLP che nessuna azione dei feddayn si ripeter in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti(23). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale - il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna
- aveva sottolineato la scarsa credibilit dell'impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti; secondo Russomanno, dovevano
ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi. La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era
impegnato a stabilire un'intesa con l'OLP per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi terroristici palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.
Nel mese di febbraio la magistratura aveva concesso la libert provvisoria a Adnan Mohamed Ali Asem e Zaid Hamed Ali implicati nel fallito attentato nell'agosto 1972 contro un Boeing della El Al. Il primo a protestare era stato l'ambasciatore di Israele a Roma; poi il ministro degli Esteri israeliano aveva convocato l'ambasciatore italiano a Tel Aviv Vittorio Cordero di Montezemolo, e gli aveva espresso
grave preoccupazione e stupore per il rilascio dei due terroristi arabi.
Altre rimostranze e viva apprensione erano state espresse da Asa Leven, il rappresentante del servizio segreto israeliano a Roma.
Racconter Ambrogio Viviani, all'epoca incaricato di dirigere la Sezione del controspionaggio: Roma non voleva essere immischiata nel terrorismo medioorientale; Aldo Moro aveva detto a Miceli: Veda di mettersi d'accordo con Arafat, trovi una soluzione, non vogliamo essere coinvolti in queste storie. La restituzione dei terroristi fu pilotata a livello altissimo. Noi ci limitammo a fornire un aereo. Li imbarcammo e li spedimmo al mandante Gheddafi(24).
Il 30 ottobre, due dei cinque arabi arrestati a Ostia, Al Tayeb Ali Fergani (alias Atif Busaysu) e Ghassan Ahmed, avevano ottenuto la libert provvisoria dietro pagamento di una cauzione, e appena scarcerati erano stati ospitati in un appartamento a disposizione del SID a Roma, quindi erano stati accompagnati all'aeroporto di Ciampino e imbarcati, la mattina del 31 ottobre, su un aereo del servizio segreto militare (il C53 Argo 16 o Dc3), che li aveva trasportati a Malta, e da l segretamente in Libia. Durante il viaggio i due guerriglieri arabi erano scortati da quattro ufficiali del SID: il colonnello Giovan Battista Minerva, il capitano Antonio Labruna, il colonnello Stefano Giovannone, il tenente colonnello Enrico Milani; quest'ultimo, che fungeva da interprete, apparteneva all'organizzazione GLADIO, introdottovi direttamente dal generale De Lorenzo. L'aereo Argo 16
era quello donato al SIFAR dal servizio segreto americano e veniva impiegato anche per la attivit di GLADIO (trasporti dei gladiatori
da addestrare da e per Alghero, trasporto di casse di armi e esplosivi da interrare nei Nasco ritenuti idonei).
Il 12 novembre il rappresentante del MOSSAD aveva fatto sapere
al SID che i due terroristi arabi gi detenuti nel carcere di Viterbo e messi in libert erano stati notati all'aeroporto di Malta. Il 16 novembre un appunto manoscritto di Russomanno, dell'Ufficio affari riservati del Viminale, aveva per oggetto Arabi arrestati a Ostia con lanciamissili sovietici: riportava la notizia pubblicata dal settimanale
Il Mument (organo del Partito nazionalista maltese), nell'edizione dell'11 novembre, che due terroristi arabi posti in libert provvisoria dal Tribunale di Roma avevano lasciato l'Italia con la benedizione del governo e che l'apparecchio sul quale avevano viaggiato era del tipo Dc3 dell'Aeronautica militare italiana. A informare Russomanno era stato Joseph Di Stefano, un funzionario della CIA a Roma(25). Analoga notizia proveniente da Malta veniva trasmessa al SID dall'ufficiale di collegamento col ministero degli Esteri con dispaccio segretissimo-urgente che precisava: L'aereo menzionato sarebbe da identificarsi in quello a disposizione del colonnello Minerva che con tale mezzo effettua frequenti voli a Malta per motivo suoi particolari servizi. Dunque c'era chi non solo aveva identificato il tipo di aereo, ma con precisione proprio quello usato dal SID.
Secondo il generale Ambrogio Viviani, allora capo della sezione del controspionaggio e referente degli israeliani al SID il capo del MOSSAD a Roma, Asa Leven, rimase stravolto allorch seppe, nell'ambito dei Servizi, che gli arabi arrestati a Ostia, una volta scarcerati, erano stati accompagnati con un aereo del nostro Servizio in Libia, aereo militare. And l'Asa a parlare con Maletti, ma si capiva che era fuori di s.
Il 23 novembre 1973 il velivolo militare tipo Dc3 (cio l'Argo
16 bis) era precipitato a Porto Marghera: si trattava dello stesso aereo che aveva effettuato, il 31 ottobre, il volo Roma Ciampino-Malta-Tripoli espatriando due degli arabi arrestati a Ostia per atti di terrorismo e scarcerati il 30 ottobre. Tutti i quattro componenti dell'equipaggio (i quali avevano partecipato al volo del 31 ottobre) erano periti nel disastro: il colonnello pilota Anano Borreo, capo equipaggio; il tenente colonnello pilota Mario Grande, secondo pilota; il maresciallo di prima classe Francesco Bernardini, marconista; il maresciallo di seconda classe Aldo Schiavone, motorista. L'aereo era stato revisionato poco tempo prima e risultava pienamente efficiente.
In base alla testimonianza del maggiore generale Gian Battista Russo (capo della segreteria del SID), il 29 novembre, durante una riunione nella sede del SID a palazzo Baracchini indetta per esaminare la dislocazione degli addetti militari all'estero, il generale Maletti, parlando della caduta dell'aereo Argo 16, turbato aveva esclamato
davanti a tutti che aveva motivo di ritenere che [fosse] stato un sabotaggio israeliano esperito per vendetta... Fu troncato il suo discorso dal generale Miceli, che se lo prese per un braccio e se lo port nel proprio ufficio (Maletti, quale capo del reparto D del Servizio, aveva competenza sulla raccolta di informazioni in merito all'accaduto); inoltre qualche giorno dopo la caduta del velivolo, il capo del SID si era recato dal ministro della Difesa: dunque era stata investita l'autorit politica data la portata dell'evento. Poi Miceli aveva consultato Castaldo, consulente giuridico del SID al fine di salvaguardare il segreto di Stato per evitare complicazioni internazionali(26).
Erano seguite riunioni ristrette ai vertici del SID. Stando alla testimonianza del generale Genovesi, allora capo della Prima sezione del SID che si occupava di sicurezza interna, eravamo pervenuti esplicitamente alla conclusione che il sabotaggio era stato opera di Israele, per cui se ne occup la Seconda sezione retta da Viviani(27). Da altre testimonianze - specie quella del generale Fortunato, capo del reparto R del SID - si sapr che la tesi di Maletti era risultata fondata, ma vi era stata la decisione collegiale di non far trapelare la notizia dell'avvenuto sabotaggio perch sarebbe stata dirompente(28). Quindi le conclusioni dell'inchiesta interna fatta svolgere da Maletti furono portate al vaglio dei vertici del SID che bloccarono l'iter della dirompente notitia criminis che, per questioni di opportunit politica, non fu formalizzata. Con uguale cinismo pragmatico, configurarono il segreto di Stato sul sabotaggio israeliano. Una prova del potere esercitato dal servizio segreto israeliano in Italia
e di come, a danno delle istituzioni, i servizi segreti applicassero la pratica del doppio Stato.
 in questo clima che il MOSSAD aveva deciso di agganciare le Brigate rosse.


Detenuti molto speciali.

Il 6 aprile 1978 una fonte definita qualificata segnal al SISMI che Silvano Maestrello, detto Kocis, latitante per reati comuni, avrebbe potuto fornire qualche notizia utile sul sequestro Moro.
Il servizio segreto contatt Maestrello attraverso sua moglie, disposta a collaborare dicendosi certa che il marito conoscesse effettivamente gli esecutori del rapimento. La donna forn subito alcune informazioni il cui contenuto non esclude che la stessa sia gi al corrente di indicazioni pi precise relative al caso e alla presunta militanza del marito, che durante un periodo di detenzione risultava essere stato in rapporti molto stretti con il brigatista Ognibene; nel sondaggio preliminare venne coinvolta anche la cognata.
Dopo un iniziale rifiuto, il latitante Silvano Maestrello afferm di essere disposto a collaborare, per solo per fornire indicazioni su dove trovare armi e documenti dei brigatisti. Ma i contatti vennero improvvisamente troncati - annot il Servizio - perch il 12 maggio Maestrello venne ucciso nel corso di una rapina a Venezia: dunque, il prezioso informatore mor prima di aver passato al SISMI qualsiasi notizia utile.
Negli archivi del SISMI, di Maestrello c'era traccia anche prima dell'aprile 1978, per rapporti che aveva avuto con i servizi di sicurezza quando ancora non era latitante. Detenuto a Venezia, Maestrello era riuscito a evadere nonostante la struttura di quel carcere rendesse la fuga pressoch impossibile; nell'ambiente carcerario si vociferava che fosse evaso grazie a qualche aiuto particolare. Detenuto comune ma speciale, Silvano Maestrello era molto quotato nell'ambiente della delinquenza organizzata veneta, sodalizio che il 3 gennaio
1977 aveva consentito al brigatista Prospero Gallinari di evadere dal carcere di Treviso.
Il senatore Paolo Emilio Taviani (ministro in sedici governi e ripetutamente della Difesa e dell'Interno), annoter nel suo diario (pubblicato postumo per sua espressa volont) una notizia di cui non aveva parlato alla Commissione stragi: Il generale Dalla Chiesa - che diresse con intelligenza e genialit le operazioni per scompaginare le BR - mi disse che la fuga di Gallinari dal carcere, nel 1977, venne favorita con lo scopo di scovare Moretti. Purtroppo ci si accorse tardi
dell'importanza del ruolo di Moretti(29). Dunque l'evasione di
Gallinari dal carcere di Treviso era avvenuta senza che le BR l'avessero progettata, e quando lo stesso Gallinari era riluttante a partecipare a una fuga non organizzata dalle BR. Quindi quella di Gallinari era stata davvero un'evasione pilotata, coincidente con i preparativi della
operazione Moro da parte della colonna romana. (Un'analoga evasione, altrettanto fortuita, aveva consentito anche al brigatista Antonio Savino di lasciare il carcere di Forl nel giugno del 1977.)
La clamorosa evasione di Gallinari aveva coinvolto nella fuga dal carcere altri dodici detenuti, tra i quali Pierluigi Montecchio di Este
(Padova), un rapinatore che doveva scontare la pena fino al 2029.
Era stato proprio Montecchio il principale organizzatore del piano di fuga, aiutato all'esterno del carcere da Silvano Maestrello e coadiuvato da altri tre detenuti appartenenti alla criminalit veneta e pratici dei luoghi, oltrech da Domenico Napoli, calabrese, condannato per omicidio, e dal militante di estrema destra Mario Sartorelli.
Alcuni giorni prima della clamorosa evasione, il direttore del carcere di Treviso aveva spedito un fonogramma al ministero denunciando l'impossibilit di garantire la sicurezza dell'Istituto per carenze di organico. Ma i detenuti erano gi riusciti a entrare in possesso delle due pistole poi utilizzate per immobilizzare una guardia, farsi consegnare le chiavi dal sottufficiale di turno, prelevare cinque mitra con relativi caricatori dall'armeria, rinchiudere i custodi in un camerone, e fuggire. Il giorno seguente, nel corso di una conferenza stampa, il questore di Treviso si era detto certo che fuori dal carcere non ci fosse nessuno ad attendere gli evasi (i quali in breve tempo metteranno a segno sette rapine dotandosi cos del denaro e degli automezzi necessari per raggiungere, a gruppi, zone diverse); a fianco del questore sedeva Angelo Parisi, il dirigente della Criminalpol triveneta
(l'organizzazione specializzata nella lotta alla criminalit organizzata della regione): Parisi risulter tra gli affiliati alla Loggia massonica P2.
L'operazione di riaggancio di Maestrello testimonia come, durante il sequestro Moro, il SISMI cercasse contatti anche con latitanti e detenuti. Venne infatti contattato il detenuto Montecchio, rientrato in carcere dopo l'evasione, e gli venne fatta balenare la possibilit
di una nuova e facile fuga purch aiutasse il SISMI ad arrestare Prospero Gallinari: Montecchio rifiut - lui, il suo servizio lo aveva gi reso aiutando Gallinari a fuggire, e non intendeva collaborare al suo arresto - tra l'altro avrebbe potuto essere una delazione troppo rischiosa.
Perch il generale Dalla Chiesa aveva parlato della evasione pilotata
di Gallinari con Taviani, che all'epoca non ricopriva alcuna carica di governo? Ai tempi dell'evasione, Dalla Chiesa non era ancora responsabile di coordinare tutto il sistema di sicurezza all'esterno delle carceri (incarico che gli era stato affidato solo il 3
maggio 1977), n aveva il compito di dirigere il Nucleo speciale di polizia giudiziaria antiterrorismo, sciolto nel luglio 1975 senza avere catturato Moretti. Grazie all'evasione di Gallinari, il capo delle BR Moretti, anzich essere scovato e catturato, aveva potuto contare sull'aiuto del pi fidato dei superclandestini per la pi ardita impresa brigatista: presente nel commando della strage di via Fani e carceriere di Moro durante i 55 giorni del sequestro, Gallinari per quindici anni finger di essere stato l'esecutore materiale dell'uccisione di Moro.
Perch, se l'obiettivo era davvero quello di scovare Moretti, si era deciso di far evadere proprio l'ex militante del Superclan anzich qualche altro brigatista del gruppo storico? Perch dopo la sospensione del processo di Torino alle BR, mentre tutti gli altri detenuti del nucleo storico vennero destinati in carceri come Porto Azzurro, Volterra, isola di Favignana, dotate di particolari strutture di sicurezza, l'ex superclandestino Gallinari - proprio lui che al processo aveva letto una dichiarazione per esaltare il pluriomicidio compiuto dalle BR a Genova, l'8 giugno 1976, contro il magistrato Coco e la sua scorta - era stato mandato nel carcere di Treviso, che all'epoca aveva il minimo standard di sicurezza? La risposta  forse nel fatto che tra le proposte di aiuto del MOSSAD alle BR c'era l'impegno della liberazione di alcuni brigatisti detenuti?


I superclandestini.

Del Comitato esecutivo brigatista, il solo ad avere accesso alla prigione di Moro era Mario Moretti, capo delle BR alle quali aveva infatti conferito le sue concezioni militariste, superclandestine e
verticistiche (tre aspetti che richiamavano la struttura
burocratico-militare dei servizi segreti). Nei fatti era Moretti
che guidava le BR, e lo stesso Comitato esecutivo era nelle sue mani. Per comprenderne appieno la leadership all'interno dell'organizzazione, e il preminente
ruolo da lui avuto nel sequestro Moro,  opportuno considerare la figura di Moretti e i suoi collegamenti nazionali e internazionali, dal momento che perch la operazione Moro aveva anche un'evidente valenza internazionale.
Moretti si recava molto spesso a Parigi: lo confermer il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare, sostenendo che il capo brigatista se ne andava tranquillamente in Francia senza che nessuno se ne accorgesse. Il magistrato Carlo Mastelloni sar pi esplicito:
Due momenti centrali dell'esperienza brigatista sono stati gestiti in modo separato, clandestino agli stessi militanti e a molti dirigenti.
Si  autorizzati, in via ipotetica, a coerentemente connetterli.
Si tratta di rapporti internazionali e del sequestro Moro. In entrambe le vicende compaiono pochissimi militanti: sempre Mario Moretti, sempre Laura Braghetti e, attraverso essa o direttamente, sempre Prospero Gallinari. E allora non  stravagante ricordare che il Nucleo storico [delle BR] ha sempre ricondotto una concezione elitaria di tal fatta della lotta rivoluzionaria alla pregressa militanza di pochi mesi, nel 1970, di Moretti e Gallinari nel Superclan, struttura che voleva infiltrarsi nelle BR per diventarne la testa, e che diffidenze verso Gallinari e Moretti avevano origine proprio da questo loro passato.
Se ci fosse stato, nei pressi o lontano dalla prigione di Moro in via Montalcini, un quarto uomo, magari con la sicurezza strategica superiore, nessuno della organizzazione lo avrebbe mai saputo(30). Il giudice Mastelloni collega dunque un ipotetico quarto uomo alla struttura del Superclan, organizzazione fondata da Corrado Simioni e Giovanni Mulinaris nei primi anni Settanta con il velleitario obiettivo di coordinare-egemonizzare le varie organizzazioni terroristiche.
Quindi Moretti e Gallinari sarebbero stati gli infiltrati
superclandestini al vertice delle BR. Non a caso il generale Dalla Chiesa definir Simioni una intelligenza a monte delle BR(31).
Quando Simioni con il suo gruppo di fedeli seguaci si era separato dalle BR, aveva perseguito il progetto di costituire una organizzazione segreta, verticistica, a compartimenti stagni, per infiltrare e controllare tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra, comprese le BR, e guidarle ad applicare un progetto terroristico di lunga durata e secondo ambiziosi obiettivi ben selezionati per la loro importanza politica o militare. Mentre resteranno ignoti gli esiti delle programmate
infiltrazioni del Superclan nei gruppi eversivi,  certo che alla sua formazione avevano concorso anche Mario Moretti e
Prospero Gallinari (il primo se ne era poi distaccato,
rientrando nelle BR, seguito tra il 1973 e il 1974 da Gallinari). Secondo Graziano Sassatelli, aderente al Superclan, essi chiamavano il proprio gruppo supersegreto la Ditta, e Tagliaferri [altro aderente al Superclan, ndr] mi fece presente che le BR erano un organismo militare senza testa. Mentre la Ditta rappresentava possibilit di testa anche per le BR. Tanto che la Ditta aveva suoi uomini infiltrati nell'organizzazione brigatista(32).
Franceschini ricorder l'abitudine di Moretti di usare il termine la Ditta quando gli capitava di riferirsi alle BR. E per stravagante coincidenza, in quello stesso periodo alcuni degli implicati nel cosiddetto
golpe Borghese e nella vicenda della Rosa dei Venti utilizzavano anch'essi il codice la Ditta alludendo chiaramente alla organizzazione eversiva(33).
Secondo il brigatista pentito Michele Galati, Simioni aveva progettato un attentato dinamitardo contro la sede dell'ambasciata statunitense di Atene. Poich il piano prevedeva l'utilizzazione di una donna, Simioni si era rivolto a Mara Cagol, alla quale aveva per chiesto di non parlarne con Curcio. La Cagol pens bene invece di confidarsi col suo compagno, il quale manifest un totale disaccordo e indusse la donna a ritirarsi. Simioni fu quindi costretto a utilizzare Maria Elena Angeloni, la quale, il 2 settembre 1970, per nell'attentato per un difetto dell'ordigno esplosivo. La tragica conclusione della vicenda avrebbe provocato la definitiva rottura dei rapporti tra Simioni e Curcio; nell'attentato aveva perso la vita anche un cipriota
(come testimonier Ezio Seveso, all'epoca altro aderente al
Superclan), e l'esplosivo utilizzato era della stessa partita che caus la morte di Feltrinelli sul traliccio di Segrate(34). Le sole azioni note fra quelle attuate dalle cellule (separate, indipendenti e compartimentate)
del Superclan a Milano: la rapina del 30 marzo 1971 a un portavalori della compagnia di assicurazioni Savoia; il disarmo dell'agente di PS Pietro Mele; alcuni finti sequestri degli
stessi superclandestini appartenenti a famiglie facoltose con
pagamento di riscatti mai denunciati; l'allestimento di un poligono di tiro clandestino in una cascina piemontese.
Le cellule di base del Superclan si erano sfaldate o erano state smantellate quando uno dei fondatori del Superclan, Duccio Berio, aveva accettato di collaborare con un ufficiale del SID, il servizio segreto militare; ci era accaduto mentre Berio effettuava il servizio militare di leva come ufficiale di complemento. Lo aveva poi ammesso lo stesso Berio in una lettera datata 29 agosto 1972 e indirizzata all'on. Alberto Malagugini, dirigente milanese del PCI, al quale aveva rivelato di essere stato contattato dai servizi segreti per fare l'informatore e, in pratica, di avere accettato raccontando all'ufficiale del SID quello che sapeva sui GAP di Feltrinelli, sul CPM, su Sinistra proletaria, BR e Superclan, ma specificando: La mia valutazione  che le attivit terroristiche che egli attribuiva a filiazione di questi gruppi siano invece parte di un disegno provocatorio che trova riscontro nella svolta politica di destra attualmente in atto nel nostro Paese (riferimento al governo Andreotti-Malagodi, bicolore di centro-destra DC-PLI). Nella sua lettera, Berio aveva riferito all'avv.
Malagugini come fosse stato ricattato dal SID: In base all'articolo
308 del Codice penale, se fossi stato disposto a collaborare avrei avuto diritto all'impunit; mentre in merito all'attivit
del Superclan, l'ufficiale del SID gli aveva riferito che c'erano ampie prove di cui per ovvii motivi di riservatezza non poteva portarmi a conoscenza.
Insomma la scelta di Berio era stata quella di collaborare con il servizio segreto militare, cui era seguito il suo trasferimento in Francia insieme ad altri superclandestini.
Nel settembre 1974 erano stati catturati i capi-fondatori delle BR Curcio e Franceschini, e in seguito numerosi altri brigatisti; Moretti, invece, era pi volte riuscito a sottrarsi alla cattura, aveva preso la guida delle BR, e aveva potuto cominciare a progettare la operazione Moro.
Nel 1976, a Parigi, i superclandestini Simioni, Mulinaris, Berio, Troiano, Franoise Tuscher e Innocente Salvoni avevano fondato una
scuola di lingue chiamata prima Agor, poi Hyperion: bench a carico dei primi quattro fosse aperta in Italia un'istruttoria per
appartenenza a un gruppo clandestino volto a sovvertire, mediante la lotta armata, gli ordinamenti dello Stato, e altre pendenze giudiziarie risultassero a carico di Simioni e Troiano,
i dirigenti del Superclan avevano avuto il beneplacito del servizio segreto francese per aprire l'istituto Hyperion; essi godevano anche dell'appoggio del padre domenicano Flix Andrew Morlion, fondatore del servizio segreto vaticano Pro Deo, e al soldo dei servizi segreti americani.
L'Hyperion (gi Agor) ha sede a Parigi, in quai de la Tournelle 27, dispone di locali di un certo tono, per la cui locazione viene corrisposto un canone di notevole importo che,
aggiunto alle spese di gestione, comporta un impegno costante di spesa, cui fanno fronte introiti ritenuti inadeguati(35). Il gruppo dei superclandestini poteva contare inoltre sulla protezione del potente prete cattolico Abb Pierre (Henri Antoine Grous), eroe della Resistenza francese, ex parlamentare e membro della Commissione Difesa; garante di contatti assai privilegiati, al punto che lo stesso Simioni poteva vantarsi di arrivare a Giscard D'Estaing, il presidente della Repubblica francese, in caso di bisogno.
Alcuni brigatisti pentiti riferiranno che l'Hyperion gestiva le relazioni internazionali delle BR, aveva contatti con l'IRA, l'ETA, la RAF, l'OLP, conosceva i canali per l'approvvigionamento di armi, dava protezione ai latitanti e questa funzione gli permetteva di avere collegamenti con molte organizzazioni terroristiche.
All'inizio del 1978 l'istituto Hyperion si era dotato di una sede romana, situata in via Nicotera 26 (nello stesso edificio dove erano domiciliate alcune societ di copertura del SISMI), e di una milanese.
Il 16 marzo, tra le foto diffuse dal Viminale dopo la strage di via Fani, due testimoni oculari riconobbero quella di Innocente Salvoni come uno dei brigatisti di via Fani - il sospetto terrorista Salvoni era un membro dell'Hyperion; a quel punto, il prelato francese Abb Pierre
(zio di Franoise Tuscher, moglie di Salvoni) si rec in visita a piazza del Ges, nella sede nazionale della DC, dopodich il colonnello dei carabinieri Antonio Cornacchia (affiliato alla P2) dichiar
infondate le due testimonianze a carico di Innocente Salvoni, la cui foto scomparve da quelle dei ricercati(36). Nel giugno del 1978 (cio un mese dopo la conclusione della operazione Moro) la sede romana dell'Hyperion cominci a smobilitare; venne chiusa a ottobre, insieme a quella milanese.
Per una Ditta nella quale lavoravano dei superclandestini, l'attivit doveva sempre avere una copertura e una parvenza legale sicura: cos, la base romana di via Nicotera dell'istituto parigino era ufficialmente adibita all'organizzazione di viaggi di studenti italiani in Francia per l'insegnamento della lingua francese, o di studenti francesi in Italia per lo studio dell'italiano. Cos la presenza di Duccio Berio a Roma il 17 aprile 1978 (nella fase cruciale del sequestro Moro) venne coperta con l'incarico ufficiale di incontrare monsignor
Davide Bianchi (responsabile dell'Opera Romana Pellegrinaggi), ma quando si incontr con Giorgio Mouset, organizzatore di viaggi culturali all'estero, dimostr di essere totalmente incompetente in materia.
Sospetti professionali sul conto dei capi dell'Hyperion li nutr anche la signora Julliot De La Morandier (presidentessa dell'Associazione per la diffusione della lingua italiana, incaricata dall'istituto parigino di organizzare viaggi di studenti francesi in Italia nella primavera del 1978), la quale, avendo rilevato strane incongruenze organizzative e operative, aveva chiesto a Giorgio Mouset, direttore dell'agenzia viaggi: Ma lei sa chi sono questi dell'Hyperion? Che cosa fanno realmente? Chi sta dietro di loro?(37). Un'altra base romana dell'Hyperion era situata poco distante, in via del Beato Angelico, dove Simioni teneva incontri, colloqui e riunioni ristrette: l l'attivit ufficiale era quella di raccogliere abbonamenti per riviste di Polizia e altre pubblicazioni al fine di reperire somme per finanziare l'attivit dell'Hyperion.
I soggiorni di Mulinaris e Simioni nella base di Villa di
Galleriano (in provincia di Udine), che avevano luogo ogni fine settimana nel corso della primavera del 1978, venivano coperti dalla preparazione dello spettacolo teatrale Mistero medioevale-, si trattava appunto di un espediente per mascherare gli incontri con i vecchi compari superclandestini.
Nell'aprile del 1979, una inchiesta del giudice padovano Pietro Calogero acquis alcune testimonianze che coinvolgevano nell'attivit eversiva i dirigenti dell'istituto Hyperion. Il SISDE, comandato dal piduista Grassini, pass la notizia al Corriere della Sera (controllato dalla P2), cos il quotidiano piduista la mattina del 24 aprile 1979
titol in prima pagina A Parigi il quartier generale delle BR:
il messaggio arriv in tempo utile per rendere vana la perquisizione della sede parigina dell'Hyperion. Intanto, un rapporto dell'UCIGOS riferiva del sospetto che l'istituto di lingue Hyperion sia il pi importante ufficio di rappresentanza della CIA in Europa.
Michele Galati e Marina Bono dichiareranno alla magistratura che
dopo il 7 aprile 1979, Moretti era molto preoccupato per gli sviluppi francesi dell'inchiesta giudiziaria padovana e romana che avevano portato all'Hyperion. Moretti temeva che l'indagine sulla scuola bloccasse le forniture di armi non ancora avvenute.
L'Hyperion era strumento necessario per realizzare questo traffico di armi internazionale e Moretti doveva necessariamente far capo all'Hyperion. Di qui alcuni viaggi di Moretti a Parigi
e un incontro fra Vanni Mulinaris, uno dei dirigenti della scuola, e Moretti, incontro avvenuto a Venezia poco prima del 7 aprile. Secondo Galati, erano frequenti i contatti fra Moretti stesso, Vanni Mulinaris e Corrado Simioni: detti contatti con Mulinaris potevano avvenire anche in Italia e mi risulta che una volta si sono verificati a Venezia; con Simioni avvenivano in Francia(38). Inoltre Galati dir: Poich sapevo che Mulinaris
e Francescutti si conoscevano (tanto avevo appreso da Francescutti medesimo), ritenni che tali contatti potevano essere riallacciati tramite il primo e ne parlai con Moretti. Questi per in un incontro avvenuto a Bologna nella primavera del 1979 mi disse che non era assolutamente il caso di utilizzare il Mulinaris, facendogli correre eventuali rischi, giacch il Mulinaris serviva per contatti a livello internazionale e per le armi; anzi mi invit a non parlare affatto con i friulani, e cio con il Francescutti e il gruppo di Codroipo. Confermo che in epoca successiva al 7 aprile 1979, Moretti mi parl del contrasto avuto con Mulinaris attinente al procacciamento delle armi che solo Mulinaris poteva garantire... Il contatto con Mulinaris era gestito unicamente da Moretti, come era suo costume per contatti di una certa importanza. Sapevo che Moretti andava spesso a Parigi, che si serviva del passaporto di Iannelli a cui aveva applicato una propria foto... So che Mulinaris e Moretti si incontrarono nella citt di Venezia, verosimilmente presso l'abitazione di un prestanome(39). Per avere la fornitura di armi, Moretti, tramite i capi di Hyperion, entr in contatto con il capo dei servizi segreti di Al Fatah, a Parigi; le armi arrivarono poi a Venezia, attraverso la barca Papago.
Di l a poco, il 18 marzo 1980, il leader del PSI Bettino Craxi dichiar in merito al supposto Grande vecchio che avrebbe manovrato il terrorismo brigatista: Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi, poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato; il riferimento
era a Simioni e al gruppo Hyperion, ma Craxi sment poi se
stesso, negando l'ovvia interpretazione delle sue parole attraverso una lettera in tal senso indirizzata al latitante
Simioni. Pi esplicito sar, oltre un decennio dopo, il faccendiere craxiano Silvano Larini, il quale dichiarer alla magistratura milanese: Il vero capo delle BR? Corrado Simioni, un mio vecchio compagno di universit, pieno di carisma(40).
Quando Vanni Mulinaris dell'Hyperion, nel 1982, venne arrestato per banda armata e traffico d'armi, e la Procura veneziana spicc mandato di cattura internazionale anche a carico di Corrado Simioni e Duccio Berio, l'Abb Pierre mobilit tutte le sue potenti amicizie avviando una campagna internazionale a sostegno dell'innocenza dei fondatori dell'Hyperion, i quali infatti non verranno processati per il traffico d'armi (bench non mancassero gli elementi per farlo). Alcuni giorni dopo l'emissione dei mandati di cattura, l'Ufficio istruzione del Tribunale di Roma inform la Procura della Repubblica veneziana che gli imputati dell'Hyperion non erano processabili a Venezia in quanto il giudice istruttore romano Rosario Priore aveva emesso a loro carico mandato di cattura per costituzione di banda armata e attentato alla sicurezza dello Stato: in ragione della maggiore gravit dell'imputazione, la Procura romana sollevava conflitto di competenza, e il procedimento le veniva assegnato in quanto titolare dell'inchiesta sul delitto Moro. Non molto tempo dopo, il procedimento a carico dei superclandestini dell'Hyperion verr archiviato.
Alla Commissione parlamentare stragi il giudice istruttore Priore dir (ricordando anche la lunga e negativa esperienza dell'inchiesta sulla strage di Ustica) che quando in un'inchiesta risultano in qualche modo coinvolti i servizi segreti, ottenere la collaborazione degli Stati esteri nelle indagini  pressoch impossibile; dir anche di avere lavorato moltissimo, di essersi recato pi volte in Francia insieme al collega Imposimato, ma purtroppo la convinzione che abbiamo avuto  che Hyperion un qualche collegamento con i Servizi lo avesse, probabilmente quelli del Paese ospitante [la Francia, ndr].
Hyperion aveva delle strutture di rilievo sul territorio francese, addirittura disponeva di un castello in Normandia in cui venivano fatti dei corsi.
Il livello di protezione di cui godevano i capi dell'Hyperion emerger anche da una dichiarazione del ministro dell'interno Virginio Rognoni alla Commissione parlamentare Moro, il 19 aprile 1983.
Rognoni riferir di avere posto ripetutamente ai ministri dell'Interno francesi, Christian Bonnet prima e Gaston Defferre poi, sia nel corso di incontri bilaterali sia di incontri del Club dei cinque, il problema
dell'Hyperion, ma la Francia si  sempre eclissata su questo problema.
Anche quando Gaston DefFerre si era mostrato favorevole ad assecondare la richiesta della magistratura italiana, il suo collega Robert Branditer, ministro di Grazia e giustizia, assumer una posizione decisamente contraria.
Processualmente, si ritiene provato che Moretti abbia effettivamente coltivato a Parigi rapporti diretti con Simioni, Berio, Mulinaris, sicuramente fino all'aprile 1979, periodo in cui l'Hyperion e i docenti di esso e gli imputati predetti, d'improvviso comparvero sulla stampa;
parimenti  da ritenere che, per motivi di cosiddetta sorveglianza rivoluzionaria, l'ulteriore contatto con l'Hyperion sia stato da considerarsi
bruciato o quantomeno da coltivarsi in via ancor pi mediata.
Da quel momento l'Hyperion voleva tenere i rapporti soltanto in Francia perch in quel Paese si sentiva pi protetto(41).
I contatti diventarono pi mediati attraverso l'utenza telefonica di
Louis, che verr identificato in Jean-Louis Baudet, esperto di missili e attivo nel parigino CRISE (Centro di ricerche e investigazioni socio-economiche), insieme al latitante Antonio Bellavita, a Duccio Berio dell'Hyperion, a Rita Cauli, all'intellettuale Flix Guattari, all'ex agente della CIA Philip Agee, a Herv Kerien, a Maurice Rabinovici
(coordinatore del Centro). Dopo l'arresto di Moretti, nel 1981, l'utenza telefonica di Louis per il contatto con la rete francese
pass a Giovanni Senzani. Baudet venne arrestato dai francesi, e allora si scopr che era in contatto con la cosiddetta cellula dell'Eliseo, una struttura direttamente dipendente dalla presidenza della Repubblica francese. Questa struttura era in contatto con tutte le organizzazioni che si muovevano in territorio francese, da quelle angolane a quelle portoghesi e addirittura a quelle corse, dunque anche con le organizzazioni in contrasto con lo Stato francese.
Ancora una volta emerger un preciso collegamento con i servizi segreti francesi, per cui le indagini non andranno oltre all'arresto del Baudet e della sua convivente Legagneur, il cui nome appariva in un biglietto criptato di Senzani. Di questa struttura si  ufficiosamente giustificata l'esistenza sostenendo che era suo compito provvedere a disarmare le organizzazioni combattenti o rivoluzionarie che avevano sede in Francia(42).
 stato accertato che in Francia, oltre alla struttura operativa dell'Hyperion, a livello propriamente politico era attivo per l'appunto il CRISE; e che entrambi gli organismi erano strettamente collegati a settori dei servizi di sicurezza francesi. Ed  stato accertato che i servizi segreti francesi, prima della strage di via Fani, sapevano che a Roma si stava preparando il sequestro Moro.
Nel novembre del 1992, Corrado Simioni verr ricevuto in udienza privata da papa Giovanni Paolo II, accompagnando l'Abb Pierre(43): il sospetto Grande vecchio delle BR beneficer cos di una piena e somma assoluzione per il suo oscuro passato. Mario Moretti, da parte sua, bench detenuto, avr di che sperare: in data 14 novembre
1978, l'Universit cattolica del Sacro Cuore di Milano aveva consegnato alla magistratura un certificato nel quale si dichiarava che il giovane Mario Moretti ha tenuto sempre una condotta buona e professa sane idee religiose e politiche: l'attestato, firmato da don Luigi Campanelli di Porto San Giorgio, era stato convalidato dalla Curia arcivescovile di Fermo il 9 settembre 1967.


Strutture riservate alla SIP.

Per l'agguato di via Fani, e durante tutti i 55 giorni del sequestro Moro, i terroristi poterono avvalersi anche di concrete complicit all'interno della SIP, l'ente telefonico statale nell'ambito del quale operava una struttura occulta (la Segreteria riservata collegamenti speciali) legata ai servizi segreti.
La mattina del 16 marzo, pochi minuti dopo la strage e il sequestro, un improvviso black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in tutta la zona di via Fani e via Stresa, impedendo le prime, fondamentali comunicazioni, e coprendo di fatto la fuga dei terroristi.
Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni De Matteo, l'interruzione era stata volutamente provocata, mentre la spiegazione ufficiale fornita dalla SIP attribu il black-out al sovraccarico nelle comunicazioni. Secondo l'ex brigatista Lauro Azzolini, il black-out era stato causato da tecnici della SIP appartenenti all'area dell'Autonomia e in contatto con le BR(44). Coincidenza vuole che il giorno prima (il 15 marzo, alle ore 16,45), la struttura occulta della SIP,
collegata al servizio segreto militare (SISMI), era stata posta in stato di allarme(45).
La Segreteria riservata collegamenti speciali era una struttura formata da civili, tutti muniti di NOS (Nullaosta di sicurezza NATO), organizzata con i criteri propri dei servizi segreti; la struttura veniva posta in stato di allarme in situazioni di emergenza (atti di terrorismo, crisi nazionali o internazionali, eventi bellici) e governava una
sala dei collegamenti: a seconda dei vari stati di allarme, poteva attuare un sistema di interruzioni territoriali delle comunicazioni.
 un fatto che il parziale black-out telefonico nella zona di via Fani subito dopo la strage, con la conseguente interruzione dei collegamenti telefonici, and a tutto vantaggio dei terroristi e della loro fuga con l'ostaggio. Una circostanza alla quale seguirono altre complicit con le BR dall'interno della SIP anche durante i 55 giorni del sequestro: dalla totale non collaborazione da parte dell'ente telefonico con gli organi di polizia giudiziaria, agli aperti boicottaggi per impedire di localizzare le telefonate dei brigatisti, boicottaggi denunciati con appositi rapporti all'autorit giudiziaria dal capo della DIGOS di Roma, Domenico Spinella, il quale sottolineer l'estrema efficienza della SIP dopo la morte di Moro (nel corso delle operazioni che porteranno all'arresto di capi terroristi) e la ostruzionistica passivit durante il sequestro: Se la SIP avesse collaborato, dichiarer Spinella alla Commissione parlamentare, gli sviluppi della vicenda Moro sarebbero stati completamente diversi.
Chi all'interno della SIP aveva oggettivamente aiutato i brigatisti fino alla morte dell'ostaggio? Una domanda rimasta priva di risposta in quanto te indagini non si spingeranno all'interno dell'ente telefonico.
Peccato, perch la SIP era controllata dalla finanziaria statale STET, e la STET era presieduta da Michele Principe, un potentissimo boiardo di Stato affiliato alla P2(46) e dai trascorsi molto particolari:
Agli inizi della sua carriera era stato dirigente della segreteria NATO presso il ministero delle Poste e telecomunicazioni divenendo in
seguito presidente del delicatissimo organismo strategico della NATO nel settore delle telecomunicazioni Civil Communication and Planning Commitee... Era stato il responsabile della realizzazione della ragnatela delle reti occulte della telecomunicazione(47).


Dai servizi segreti alla tipografia BR.

La tipografia romana delle BR, situata in via Pio Fo, era stata organizzata da Mario Moretti con la collaborazione di Antonio Marini, Enrico Triaca e altri. Fu l che, durante la tardiva perquisizione, il
17 maggio 1978 (otto giorni dopo l'uccisione di Moro), la Polizia trov una macchina stampatrice Ab-Dik 360 proveniente dagli uffici dei servizi segreti del ministero della Difesa e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei Trasporti.
Su questa allarmante collusione non verr fatta alcuna chiarezza, sia per il depistaggio attuato dai servizi segreti, sia per le deliberate omissioni di altri uffici statali. La scabrosa indagine, che toccava direttamente i Servizi, venne condotta personalmente dal consigliere istruttore Achille Gallucci.
Alla Commissione parlamentare che chiedeva la provenienza della stampatrice e i reali compiti del RUS (Raggruppamento unit speciali), il capo del SISMI generale Santovito risponder: Non c' niente di speciale. Si tratta del sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unit speciali. Anzi adesso non si chiamano pi cos, si chiamano unit di difesa. Quella macchina  stata messa fuori uso e venduta come rottame insieme ad altro rottame.
 stato ricostruito tutto l'iter di quella macchina: chi l'ha comprata, chi l'ha rimessa in ordine, chi l'ha rivenduta. Sappiamo tutto su questa macchina. Ma i commissari appureranno poi, attraverso i documenti esaminati, come fosse falso che il RUS non avesse niente di speciale, poich era parte dei servizi segreti: infatti, le spiegazioni
circa la stampatrice proveniente dagli uffici del RUS verr fornita dal colonnello Longhi, caposezione del SISMI. N rispondeva a verit che la macchina stampatrice Ab-Dik fosse stata venduta come rottame insieme ad altro rottame: la ricostruzione del SISMI era stata un oggettivo e deliberato depistaggio. Infatti, la stampatrice era stata installata nella
tipografia da Maurizio (alias Mario Moretti) verso la met di
marzo 1977, mentre tale Franco Bentivoglio aveva ritirato il
rottame dal Genio militare nell'ottobre 1977, infatti tra il materiale da lui pagato non c'era la stampatrice, come risultava dall'elenco del materiale ritirato.
Il colonnello del servizio segreto militare Federico Appel avrebbe consegnato la stampatrice a suo cognato Renato Bruni dietro versamento, senza quietanza, di 30 mila lire agli affari burocratici del magazzino della Magliana; in Corte d'assise, Bruni corregger la somma: non 30, bens 60 mila lire. Ma quel tipo di macchina aveva una durata media di oltre dieci anni, ed era del tutto inverosimile che l'amministrazione militare la dichiarasse fuori uso a soli tre anni dall'acquisto, e che la rivendesse a 30 (o 60) mila lire avendola pagata
10 milioni e mezzo... Secondo la menzognera ricostruzione del colonnello Appel, dopo altri due passaggi la stampatrice sarebbe finita alle BR, come per un caso di ordinario peculato.
Se si fossero verificati con cura i passaggi che la stampatrice
Ab-Dik aveva compiuto prima di arrivare alle BR, si sarebbe scoperta una catena di mendaci. Dopo averla riparata, la macchina l'avrebbe consegnata alle BR tale Stefano Noto, che la conosceva bene perch era un addetto alla manutenzione presso gli uffici del RUS. Noto ha dichiarato di avere venduto la
stampatrice a Stefano Ceriani Sebregondi e a Enrico Triaca per 3
milioni in contanti, e di averla consegnata nell'agosto del 1977 presso i locali della tipografia in via Fucini a Monte Sacro, dove aveva anche spiegato loro il funzionamento.
Ma si trattava anche qui di falsit, per due semplici ragioni: in agosto i locali di via Fucini non erano pi a disposizione delle BR
(trasferitesi dalla fine di febbraio), e inoltre la stampatrice dei servizi segreti si trovava dal marzo 1977 in via Fo, portatavi da Moretti, e in aprile aveva gi stampato un opuscolo e altri documenti delle BR.
La gravissima vicenda della macchina tipografica verr elusa anche nell'ambito del processo Moro IV: la sentenza si limiter infatti ad attribuire al colonnello Appel il semplice reato di peculato,
reato estinto per morte del reo; alla risibile conclusione processuale seguiva una tardiva dichiarazione del generale Ambrogio Viviani, secondo il quale nel 1974 il colonnello Appel era caduto nell'attenzione del controspionaggio per le sue relazioni con l'ambasciata di Albania - insomma, si trattava di un traditore...
A dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal SISMI, e della passivit della magistratura, rimane un fatto certo, chiaro, inoppugnabile: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il RUS, ufficio che provvedeva all'arruolamento e alle chiamate per l'addestramento) era approdata nella tipografia romana delle BR, ed era stata utilizzata per stampare i vari comunicati brigatisti relativi al sequestro Moro. Per giunta, il RUS (Raggruppamento unit speciali) non era un ufficio militare qualsiasi: tra le unit speciali, gestiva anche quelle di GLADIO. Infatti il RUS era l'ufficio segreto dove si osservavano le regole della compartimentazione nel modo pi rigoroso, e che provvedeva alle chiamate per l'addestramento dei gladiatori: lo riveler il generale Serravalle, gi capo di GLADIO, alla Commissione
parlamentare stragi(48). Era dunque uscita da quell'ufficio, adibito ai compiti pi occulti del servizio segreto militare, la stampatrice utilizzata dalle BR del delitto Moro.

Note.
1. Cfr. S. Flamigni, I fantasmi del passato, Kaos edizioni 2001. La CIA classificher il caso Moro segretissimo. Negli anni Novanta, il presidente statunitense Bill Clinton declassificher milioni di fascicoli degli archivi segreti, ma non le carte relative al sequestro Moro, che rimarranno classificate segretissimo. Anche l'attivit dei Servizi italiani durante il caso Moro rester segretissima.
2. Il presidente della Commissione stragi, senatore Giovanni Pellegrino, nella sua proposta di relazione documenter il legame tra le direttive politico-militari in ambito NATO e la nascita e lo sviluppo del partito armato in Italia; cfr. la relazione di Giovanni Pellegrino Il terrorismo, le stragi e il contesto storico politico, 1995, pagg. 133-34.
Cfr. anche G. Cipriani, OP. cit., pagg. 5-9.
3. La Stampa, 22 giugno 1996.
4. A. e G. Cipriani, OP. cit., pag. 109. La stessa rivoluzione dei garofani in Portogallo(1974) port alla scoperta, nella locale sede dell'Aginter Press, di documenti attestanti le collusioni dei Servizi atlantici col terrorismo rosso e nero in Europa.
5. la Repubblica, 17 ottobre 1990.
6. Nelle BR c'era chi - come Lauro Azzolini - sospettava che il brigatista pentito Patrizio Peci fosse in realt un infiltrato dei Carabinieri. Quel sospetto, e le parole di Dalla Chiesa sull'infiltrato sottufficiale dei carabinieri, possono indurre a ipotizzare che Peci fosse un brigadiere dell'Arma.
7. Nicol Bozzo ai pubblici ministeri Franco Ionta e Francesco Palma, 22 ottobre 1990.
8. Lo confermer il generale Bozzo ai magistrati l'11 maggio 1993: Dalla Chiesa aveva canali suoi. Spesso ci passava un nome, un'indicazione. Tra i risultati dell'opera di infiltrazione, il generale Bozzo citer l'arresto del brigatista Giorgio Semeria
(Per quella operazione facemmo intervenire l'allora capitano Delfino che era in servizio a Brescia).
9. La circostanza conferma quanto aveva raccontato l'ex brigatista Lauro Azzolini all'Autore: Azzolini aveva dichiarato che per allestire la prigione di Moro era stato chiamato un compagno di Torino (un resoconto di quel colloquio Azzolini-Flamigni  agli atti del processo Moro IV).
10. Marcella Andreoli, S, potevano salvare Moro, ma..., Panorama, 4 dicembre
1997.
11. Ibidem.
12. CM, vol. 10, pagg. 148-55.
13. In Germania, Weingraber era sospettato di avere partecipato, nella notte fra il 4 e il
5 giugno 1974, all'omicidio di Ulrich Schmucker (un giovane anarchico considerato un delatore), fornendo al gruppo di fuoco Giugno nero il pulmino e la pistola utilizzati per il delitto.
14. Nel 1978, prima di essere assassinato (il 28 maggio 1980, dai terroristi di Prima linea), Tobagi fu vittima di un tentato sequestro di persona.
15. L'Espresso, 1 ottobre 1990.
16. Il giornalista Mario Scialoja, informato da fonti contigue alle BR, dopo la pubblicazione del memoriale di Moro trovato nel covo di via Monte Nevoso (1 ottobre 1978), scriver che non era completo, e che tra le pagine mancanti c'era un pezzo di verbale di interrogatorio in cui il prigioniero, partendo dal commento all'assassinio (compiuto a Roma dai servizi segreti israeliani il 16 ottobre 1972) di Wael Zweiter, rappresentante di Al Fatah in Italia, descrive gli accordi in base ai quali i servizi segreti dei Paesi NATO e quelli israeliani possono agire nel nostro territorio nazionale (L'Espresso,
29 ottobre 1978).
17. Cfr. A. Musei e M. Minicangeli, Breve storia del MOSSAD, Datanews 2001, pagg. 49-61.
18. Antonio Savasta al giudice Mastelloni, 5 giugno 1982; CM, volume 58, pagg. 94-5.
Cfr. anche sentenza-ordinanza del Tribunale di Venezia, procedimento penale n 204
del 1983, pag. 25. Dopo l'arresto di Moretti, il contatto con Louis pass a Giovanni Senzani. Il giudice Rosario Priore riferir alla Commissione stragi la impossibilit
di indagare sui contatti di Moretti e Senzani con Parigi per le protezioni accordate a Louis, legato alla cellula del servizio segreto che faceva capo all'Eliseo.
19. Probabilmente Rolando Bevilacqua, all'epoca collaboratore del MOSSAD e del SID in Lombardia.
20. I cinque arrestati, muniti di passaporti falsi, erano stati di problematica identificazione: Al Tayeb Ali Al Fergani, nato in Libia (alias Busaysu Atif Ahmad Faiq); Ghassan
Ahmed Al Hadithi Di Ahamed, nato in Irak (alias Gassan Thair Ahmadis); Elhendi Amin, nato in Algeria (alias Amin El Hindi, nato in Palestina, alias El Flindi Amin Fauzi); Khouri Gabrie, nato in Siria (alias Murid Izz Al Din Al Daiani, alias Abua Rayali, nato in Palestina); Mahmoud Nabil Mohamed Azmi Kanj nato in Libano (alias Mahmoud Nabil Mohamed Azmi Kanj, alias Fa'iqu A'wash).
21. Ministro dell'interno nel precedente governo, il presidente del Consiglio Rumor il
17 maggio 1973 era stato bersaglio di un attentato all'ingresso della Questura di Milano, al termine di una cerimonia in memoria di Luigi Calabresi (commissario di PS assassinato nel maggio 1972): il terrorista Gianfranco Bertoli aveva scagliato un ordigno che aveva provocato 4 morti e 45 feriti, ma il ministro era rimasto illeso.
Bertoli, arrestato nell'immediatezza dell'attentato, proveniva da un kibbutz israeliano dove aveva vissuto per due anni, e la bomba che aveva lanciato era di fabbricazione israeliana (cfr. sentenza-ordinanza del giudice Antonio Lombardi).
22. Aldo Moro, discorsi parlamentari, Camera dei Deputati, pagg. 1.473-74.
23. Da un appunto Riservatissimo al SID proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit., pagg. 1.161-63.
24. Panorama, 18 maggio 1986. Interrogato dal magistrato, Ambrogio Viviani verr arrestato per reticenza.
25. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Mastelloni, cit., pagg. 2.055-56. Secondo Giuseppe Mango, segretario del direttore del Servizio (Federico D'Amato), Di Stefano era di casa al ministero, coltivava rapporti con i funzionari, era in contatto con D'Amato e Russomanno e specialmente con Carlino, che parlava bene l'inglese (pag.
2.077).
26. Ibidem, pagg. 138-40. Russo (la cui testimonianza verr poi confermata da altri ufficiali presenti alla citata riunione) era un veterano del Servizio, nel quale era entrato fin dalla fondazione. Nominato capo della segreteria dall'ammiraglio Eugenio Henke, continu a ricoprire l'incarico anche sotto la gestione Miceli.
27. Dopo tredici anni di segreto silenzio, Viviani in un'intervista al settimanale Panorama
(18 maggio 1986) parler, a proposito della vicenda Argo 16, di un avvertimento del MOSSAD per le relazioni del SID con i vertici arabo-palestinesi.
28. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Mastelloni, cit., pag. 141. Si legge anche che i sospetti iniziali di Maletti erano stati riscontrati con elementi concreti.
29. P.E. Taviani, Politica a memoria d'uomo, Il Mulino 2002, pag. 404. Poich Gallinari non aiut affatto a scovare Moretti,
ma ne divent invece il braccio destro per la
operazione Moro, la confessione postuma di Taviani conferma che lo Stato, favorendo spregiudicatamente la fuga di Gallinari dal carcere, aveva dato un contributo, indiretto ma importante, al sequestro e all'uccisione di Moro.
30. Moro, il quarto uomo, intervista al giudice Carlo Mastelloni, in la Repubblica,
19 luglio 1991.
31. Cfr. L'Espresso, 13 gennaio 1985.
32. Panorama, 25 maggio 1986.
33. Sentenza istruttoria del giudice Filippo Fiore, 5 novembre 1975, pag. 575.
34. Cfr. L'Europeo, 10 settembre 1983; e Panorama, 25 maggio 1986.
35. CM, vol. 29, pagg. 45-48.
36. Il caso di Salvoni torner a essere oggetto di indagine da parte del sostituto procuratore Piero De Crescenzo nella travagliata VI istruttoria del processo Moro; ma in seguito al trasferimento di De Crescenzo, l'istruttoria si arener.
37. CM, volume 103, pag. 298. Nel corso dell'inchiesta, qualche
dipendente dell'Hyperion tenter di far credere che l'ufficio di via Nicotera fosse stato affittato solo a partire dal maggio 1978.
38. Deposizione di Galati al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Dragone, del 22
febbraio 1982.
39. Deposizione di Galati al giudice istruttore Carlo Mastelloni del 2 aprile 1982.
40. Corriere della Sera, 14 marzo 1993.
41. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, proc. penale
204/83, pag. 33.
42. Dichiarazioni del giudice istruttore Rosario Priore. Cfr. CS, XII legislatura, Resoconti stenografici delle sedute, volume 1, pagg. 372-73.
43. Cfr. L'Espresso, 28 marzo 1993.
44. Colloquio di Azzolini con l'Autore nel carcere di Rebibbia, aprile 1986.
45. La struttura, siglata Po-Srcs (Personale organizzazione-Segreteria riservata collegamenti speciali) era segreta e disponeva di un incaricato per la sicurezza designato dall'Autorit nazionale della sicurezza (il capo del servizio segreto militare).
46. La STET guidata dal piduista Michele Principe, oltre alla SIP, controllava anche Italcable e Telespazio (settore delle telecomunicazioni), e grosse imprese nel settore della produzione di materiale militare come la Oto-Melara, la Vitro Selenia, la Elsag. Prima di diventare presidente della STET, Principe era stato amministratore delegato e poi presidente della Selenia; motiver la sua affiliazione alla P2 in ragione delle commesse militari che la Loggia massonica segreta gli procurava.
47. Sulla Difesa Civile, nota del segretario dell'istituto Casali di Bologna, Giuseppe Morara.
48. CS, vol. 5, pag. 611. Audizione del generale Serravalle, 20 novembre 1990.
 
CAPITOLO VII.
I MISTERI DELLA SEGREGAZIONE.


Una prigione per pochi giorni.

Sia Moretti, sia la Braghetti, sia Maccari, hanno sostenuto in coro che l'appartamento-covo di via Montalcini 8 fu l'unico luogo nel quale Moro venne rinchiuso e tenuto prigioniero per tutti i 55 giorni del sequestro. Una circostanza molto dubbia, tanto pi che ciascuno degli ex brigatisti ha fornito una diversa versione in merito al trasporto e all'arrivo della cassa contenente il sequestrato nel covo di via Montalcini.
Moretti ha raccontato che nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli portuensi, subito dopo la strage di via Fani, sollev aiutato da Gallinari la cassa contenente Moro e la trasbord da un autofurgone al baule dell'automobile Ami 8 della Braghetti, la quale avrebbe poi guidato l'auto fino alla base-prigione di via Montalcini 8(1) Per il capo brigatista nulla ha detto del furgone con il quale avrebbe trasportato la cassa fino al parcheggio della Standa, n di chi avrebbe poi preso la guida dell'automezzo, n dove sarebbe stato portato: il furgone non  mai stato individuato, cos come non  mai stata rintracciata l'auto Dyane con la quale Morucci e Seghetti avrebbero fatto da battistrada all'autofurgone (guidato da Moretti) nel percorso da piazza Madonna del Cenacolo al parcheggio sotterraneo della Standa.
Ma la Braghetti ha smentito la versione morettiana dichiarando:
La notte tra il 15 e il 16 marzo 1978 in via Montalcini dormimmo in tre, e cio io, un militante regolare [Prospero Gallinari, ndr], e Altobelli [Germano Maccari, ndr]. Il militante regolare usc di casa il 16 marzo presto e comunque in orario utile affinch potesse raggiungere via Fani [per partecipare alla strage, ndr], non so con quale mezzo. L'Altobelli invece rimase a casa per un certo periodo e se ben ricordo intorno alle ore 9 usc con la Ami 8 e rientr a via
Montalcini dopo circa un'ora. La Braghetti ha poi sostenuto di essere stata in strada ad aspettare quando vide arrivare la sua auto Ami
8 condotta dall'Altobelli(2). Successivamente, in un suo
libro, Braghetti scriver invece che la macchina era guidata da Moretti, con Maccari seduto accanto mentre Gallinari li seguiva a piedi.
Germano Maccari smentir sia Moretti sia la Braghetti, fornendo una terza versione: Ricordo che Gallinari si alz prestissimo la mattina del 16 marzo e ci disse che non ci saremmo dovuti muovere dall'appartamento, per nessuna ragione, neanche per andare a prendere un giornale; saremmo dovuti rimanere a casa ad aspettare il suo ritorno... Noi aspettammo il ritorno di Gallinari, cosa che avvenne, poco dopo le 9 della mattina del 16 marzo, cio Gallinari entr dentro l'appartamento e ci disse, preg a me e alla Braghetti di scendere nel box per aiutare Moretti a trasportare la cassa con il sequestrato dentro, e io e la Braghetti scendemmo e Gallinari rimase dentro l'appartamento, scendemmo, arrivammo nel box, c'era la macchina con questa cassa, io e Moretti l'abbiamo sollevata, tirata fuori dall'auto e trasportata fin dentro l'appartamento(3).
Secondo Maccari, l'arrivo di Gallinari e Moretti in via Montalcini
8 con la cassa contenente Moro sarebbe avvenuto poco dopo le ore 9, orario improbabile in quanto troppo prossimo alla strage (avvenuta alle ore 9). La Braghetti colloca invece l'arrivo dell'auto con l'ostaggio in via Montalcini alle 10 circa, orario piuttosto tardivo rispetto ai tempi raccontati da Moretti. Come si vede, i tre brigatisti disseminano di bugie perfino la circostanza, apparentemente marginale, del semplice trasporto di Moro nel covo-prigione di via Montalcini.
Ci sono poi concreti elementi che inducono a ritenere menzognere anche le univoche affermazioni dei brigatisti circa il fatto che via Montalcini fu l'unica prigione di Moro.
Il 18 aprile 1978 le forze dell'ordine scoprirono il covo di
via Gradoli abitato da Moretti e dalla Balzerani. Era un fatto
gravissimo per le BR: infatti, il capo brigatista si recava quasi ogni giorno da via Gradoli alla prigione di Moro per gli interrogatori, quindi avrebbe potuto essere stato pedinato. Cos, se prima del 18 aprile Moro era prigioniero in via Montalcini, i brigatisti avrebbero dovuto trasferire rapidamente il prigioniero in un altro luogo per una elementare precauzione e regola di sicurezza; altrimenti, occorre domandarsi da dove Moretti ricavasse la certezza che la prigione di via Montalcini era comunque sicura anche dopo la gravissima scoperta della base di via Gradoli.
L'ex deputato della DC Benito Cazora, che durante il sequestro aveva contatti con esponenti della 'ndrangheta calabrese, dichiarer:
Questi calabresi dissero che il 18 aprile lo statista fu spostato da una prigione all'altra. Prima sarebbe stato tenuto sulla Salaria, a Vescovio, in un covo che  stato scoperto solo nel luglio 1979. Poi durante la farsa del Lago della Duchessa l'avrebbero portato alla Magliana(4)
(via Montalcini  nel quartiere della Magliana, dove la malavita ha sempre avuto un controllo capillare del territorio).
Perquisendo un casolare a Piani di Vescovio, nel comune di Torri di Sabina, le forze dell'ordine trovarono in un box attrezzature che facevano fondatamente ritenere ai carabinieri che il locale fosse stato adibito a prigione di persona sequestrata(5); fra i reperti trovati nel
covo-box, 6 carte d'identit dello stesso tipo, stock e provenienza di quelle trovate in via Gradoli, e anche una pistola Smith and Wesson modello 19, calibro 357, comprata da Valerio Morucci con un porto d'armi falsificato(6).
 molto dubbia anche la circostanza - sostenuta da Moretti - che l'ostaggio venne portato e chiuso la stessa mattina del 16 marzo nel covo-prigione di via Montalcini, in una cella ricavata nell'appartamento intestato a Laura Braghetti. Del resto, lo stesso ex capo brigatista
- contraddicendosi - ha dichiarato in merito alla prigione che era stata acquistata una casa per ricavare una intercapedine in cui poter tenere un prigioniero per pochi giorni(7).
Moretti e gli altri carcerieri hanno descritto la cella-prigione di Moro come un cunicolo (secondo la Braghetti, una celletta larga novanta centimetri e lunga due metri, secondo Maccari larga un metro e lunga 2 metri e ottanta), dove il prigioniero non poteva camminare, al massimo stare in piedi e spostarsi di soli due passi, perch in quello spazio ci doveva stare un letto, un piccolissimo comodino, un wc chimico, una catinella con acqua, per cui Moro scriveva stando sdraiato con dei cuscini, scriveva sulle ginocchia su dei cuscini.
Era una cella completamente insonorizzata e priva di aerazione per cui un ventilatore immetteva aria attraverso un tubo di circa due metri passando per un buco nella porta (ma il ventilatore veniva azionato solo per qualche ora al giorno). Tutto ci conferma che quella prigione avrebbe potuto servire per un sequestro di brevissima durata, non certo per una detenzione di 55 giorni, e tantomeno per un sequestro della durata di 6 o 9 mesi come i brigatisti inizialmente avevano progettato.
Alfredo Carlo Moro (magistrato, e fratello del leader DC) rilever:
Una detenzione in un ambiente cos ristretto avrebbe dovuto - a rigor di logica - lasciare dei segni evidenti sul prigioniero. Una cos lunga privazione d'aria - il ventilatore un po' rudimentale non poteva assicurare un reale ricambio in un ambiente piccolissimo e coibentato
- non poteva non avere effetti evidenti sul fisico del prigioniero, mentre nell'autopsia si  ritenuto che Moro fosse in buone condizioni fisiche. Inoltre in un soggetto come
Moro,abituato a lunghe passeggiate quotidiane, l'assoluta
immobilit per due mesi... avrebbe dovuto atrofizzare i muscoli. Infine l'impossibilit di lavarsi (dice Maccari che Moro non fece mai una doccia ma si lavava con una catinella) doveva lasciare evidenti tracce di insufficiente pulizia.
Invece, in sede di ispezione di cadavere e di perizia necroscopica si  rilevato che Moro era in buone condizioni fisiche e che il cadavere si presenta curato nel senso dell'igiene personale, mentre in uno spazio cos esiguo era impossibile a un soggetto anziano, e quindi non dotato di straordinaria agilit, effettuare contorsioni per lavarsi non solo il viso da una bacinella o da un secchio. Il fratello di Moro lamenter poi il fatto che non sia stata disposta una perizia giudiziaria per valutare sulla base dei risultati della autopsia e delle dichiarazioni dei brigatisti, se le risultanze oggettive rilevate sul corpo di Moro erano o no compatibili con la descrizione dell'ambiente e delle modalit di vita del sequestrato durante la sua prigionia. La perizia giudiziaria avrebbe potuto chiarire anche come Moro avesse potuto scrivere in bella calligrafia tutte le carte trovate in fotocopia in via Monte Nevoso, senza avere a disposizione un tavolino ma - come sostengono i brigatisti - stando sdraiato sul letto, appoggiato a dei cuscini. A chi conosce la ordinaria, e pessima, calligrafia di Moro sembra francamente impossibile che egli abbia potuto scrivere, in situazione precaria come quella descritta, tante lettere e l'intero memoriale con quel perfetto allineamento delle righe e quella nitidezza di caratteri che si riscontra in quasi tutti gli scritti dalla prigionia.
Scrivere cos, per Moro che normalmente scriveva in modo non facilmente comprensibile anche in condizioni ottimali, esige la possibilit di scrivere con molta attenzione e autocontrollo e quindi in una situazione di sia pur relativa comodit, stando cio seduto e su un piano di appoggio fisso e rigido(8).
Una smentita alla tesi che il covo brigatista di via Montalcini fu l'unica prigione di Moro arriva dai risultati delle analisi di laboratorio e della perizia eseguite dai professori Valerio Giacobini e Gianni Lombardi sul materiale sabbioso e vegetale trovato su indumenti del prigioniero, sulle incrostazioni e materiale aderente alla suola delle sue scarpe, sul materiale trovato all'interno della Renault R4, sulle incrostazioni nei parafanghi e sulle incrostazioni dei pneumatici della Renault R4.
A proposito della sabbia trovata nel risvolto sinistro del pantalone, nella parte alta dei calzini, nel pianale della
Renault dove Moro venne ucciso, nel pianale posteriore della stessa auto e nel lenzuolo incerato sul quale poggiava il cadavere, i periti ne hanno stabilito la
provenienza da un'area di spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore nord di Focene e Marina di Palidoro. I brigatisti hanno sostenuto di avere messo loro la sabbia sui pantaloni del prigioniero e sotto le sue scarpe per depistare la Polizia: secondo quanto dichiarato dalla Faranda, sarebbero state lei e la Balzerani a recarsi a Ostia, servendosi della metropolitana, a prelevare la sabbia. Ma i periti hanno rilevato che negli indumenti di Moro c'erano anche dei frammenti di alga analoghi a quelli trovati sui pneumatici della R4 e provenienti dalla stessa zona del litorale. Altro materiale vegetale era in una tasca del cappotto di Moro (piccole spighe di forasacchi) che i periti hanno valutato essere state raccolte alla fine di aprile-primi di maggio. Dall'esame del materiale attaccato alla suola delle scarpe, i periti hanno individuato frammenti di bitume e un'incrostazione di bitume, rilevando che il bitume ha aderito alla suola della scarpa nei giorni immediatamente precedenti al ritrovamento del cadavere, e che tracce analoghe di bitume fresco sono state trovate nel materiale repertato all'interno della vettura. Inoltre i periti hanno precisato:
La vettura ha transitato anche in un'area ove  presente bitume in forme analoghe a quelle che sono frequenti lungo le nostre spiagge e a quelle rinvenute sotto le scarpe della vittima, all'interno dell'auto e sui pneumatici.
I dati oggettivi della perizia attestano che Moro nei giorni precedenti la sua uccisione aveva camminato in un tratto del litorale laziale compreso tra Focene e Marina di Palidoro. Il 15 marzo 1979 il colonnello Antonio Varisco invi un appunto al magistrato Achille Gallucci con scritto che l'on. Moro sarebbe stato prigioniero in una casa abitata di Focene, attribuendo la fonte dell'informazione a
uno sconosciuto, probabile informatore(9).
Il compito di interrogare Moro prigioniero spettava di certo solo a Moretti, che era l'unico incaricato del Comitato esecutivo a interrogare Moro; e solo Gallinari era
autorizzato a entrare nella cella-prigione per portargli il
cibo e provvedere alla custodia fisica del prigioniero. Sia
Maccari, sia la Braghetti, hanno affermato di non avere mai parlato con il prigioniero e di averlo soltanto osservato attraverso uno spioncino della porta.
Dunque la gestione del sequestro fu interamente e unicamente nelle mani di Mario Moretti, e solo formalmente di competenza del Comitato esecutivo, i cui componenti erano piuttosto impegnati nei contatti con le BR di Milano, Torino e Genova per preparare nuovi attentati e trasmettere i vari comunicati che Moretti portava gi scritti, di volta in volta, alle riunioni del Comitato esecutivo (il quale si limitava a ratificarli). A Roma, Moretti affidava i comunicati BR e le lettere del prigioniero a Morucci e Faranda nel ruolo di postini: era Morucci, infatti, che effettuava tutte le telefonate per diffondere i comunicati e per recapitare le lettere di Moro, ed era Morucci il brigatista che pi di ogni altro concorreva all'esecuzione dei piani voluti da Moretti, cos come anche aveva concorso in modo decisivo al formarsi della colonna romana proprio in funzione della operazione Moro.
Segregato nella cosiddetta prigione del popolo, Moro vedeva dunque soltanto due carcerieri, che gli si presentavano incappucciati
(I cappucci erano passamontagna leggeri, non di lana). Per essere pi libero nei movimenti, il prigioniero aveva chiesto e ottenuto una tuta da ginnastica, giacca e pantaloni di flanella. La luce della prigione era piuttosto bassa, irradiata da una plafoniera tonda e piatta come quelle in uso nelle cabine dei camion; Moretti dir che il presidente della DC aveva una malformazione a un occhio per cui in condizioni di riposo vedeva meglio con luce bassa(10) (Moro aveva effettivamente una cateratta a un occhio). Gli venne consegnata copia della Risoluzione della direzione strategica del febbraio 1978; desiderava avere una Bibbia, e i suoi carcerieri gliela procurarono.
Gli interrogatori, tutti registrati sui nastri di un normale registratore con il microfono incorporato, avevano una durata commisurata agli argomenti trattati e alle discussioni che ne seguivano. I
colloqui tra il prigioniero e l'inquisitore avvenivano anche pi volte al giorno, ma non tutti i giorni, perch periodicamente si doveva riunire il Comitato esecutivo cui spettava la gestione ufficiale dell'operazione attraverso i comunicati e le lettere da divulgare. Secondo quanto affermer Maccari, durante la seconda fase del sequestro Moretti consegn al prigioniero un elenco di domande alle quali doveva rispondere per iscritto.
Moro scriveva su fogli quadrettati di un grande block notes (cm 20
x 30); fotocopie delle risposte manoscritte (passate alle cronache come memoriale) vennero poi portate a Milano, nella
base brigatista di via Monte Nevoso, ma non risulteranno nei verbali dei reperti compilati dai carabinieri dopo l'arresto di Azzolini e Bonisoli e la scoperta del covo milanese (1 ottobre 1978)(11).
Moro scriveva molto: riempiva interi block notes scrivendo anche decine di lettere. Lo stato di costrizione e forse la speranza che ogni giorno guadagnato avvicinasse le forze dell'ordine alla sua prigione, lo inducevano a cercare uno spazio d'azione nella zona di confine tra la legge dello Stato e le illegali pretese dei suoi carcerieri. Cerc quindi di allacciare un filo segreto scrivendo al suo segretario Rana, al quale chiese di far pervenire al ministro dell'Interno Cossiga una lettera riservata e le indicazioni di come far giungere la risposta per la trattativa; ma i brigatisti vanificarono subito il suo tentativo rendendo pubblica la lettera a Cossiga e rifiutando qualunque possibilit di trattativa segreta.
Moro veniva scarsamente informato su quanto accadeva nel mondo esterno. I carcerieri filtravano e selezionavano le notizie in arrivo e in partenza, fino a censurare gli stessi scritti del prigioniero: nel covo BR di via Monte Nevoso verranno trovate ben 53 lettere manoscritte che i destinatari sosterranno di non avere mai ricevuto.
I due capi brigatisti Moretti e Gallinari, superclandestini e irriducibili, erano anche coloro che blindavano il sequestro Moro, che facevano filtrare o divulgavano personalmente solo le notizie che ritenevano utili e funzionali all'operazione lungo un doppio binario: quello interno alle BR (riunioni, contatti, comunicati), e quello occulto relativo ai legami con l'ex Superclan tenuti da Moretti.
All'interno delle BR, i due capi brigatisti lasciavano trapelare solo quanto ritenevano utile, fra verit e bugie, silenzi e indiscrezioni.
Anche dopo l'arresto, i due alterneranno menzogne e mezze verit a seconda delle convenienze. Alessio Casimirri (uno dei componenti del commando di via Fani, tuttora latitante) confider per esempio a un suo ex compagno di scuola, Carlo Parolisi (divenuto funzionario del SISDE), di aver appreso proprio da Gallinari che secondo il piano che era stato predisposto, Moro doveva comunque morire(12).
Fra le notizie messe in circolo dai due capi brigatisti all'interno dell'organizzazione c' quella relativa alle borse asportate dall'auto di Moro in via Fani, all'interno delle quali - secondo loro - non
sarebbe stato trovato niente di importante. Cos Adriana Faranda dichiarer al giudice Imposimato che era espressamente previsto nel progetto del sequestro di impadronirsi delle borse di Moro, ma che in quelle borse non era stato trovato nessun documento importante. Le borse di Moro arrivarono nella base-prigione portatevi da Moretti: ma nessun brigatista, all'infuori di lui e Gallinari, ebbe la possibilit di vedere il contenuto della borsa dei documenti che Moro era solito portare sempre con s, n si  mai saputo dove siano finiti quei documenti.
Allo stesso modo, Gallinari e Moretti hanno fatto circolare la voce che le bobine registrate, le trascrizioni e gli originali degli interrogatori di Moro furono distrutti. Ma Maccari ha riferito alla Commissione stragi che sia le bobine, sia i manoscritti originali, furono portati fuori dalla prigione da Moretti, e nessuno dei brigatisti ha potuto vedere quando e come vennero distrutti. D'altronde, non aveva alcun senso distruggere gli originali dei manoscritti morotei, e poi nasconderne le fotocopie dietro l'intercapedine del covo BR di via Monte Nevoso.


Il quarto carceriere.

Inizialmente i brigatisti hanno lasciato credere che all'interno del cosiddetto carcere del popolo di via Montalcini i carcerieri di Moro fossero solo due: la Braghetti e Gallinari, pi colui che interrogava il prigioniero, cio il capo brigatista Moretti.
Nel 1988, sulla base di informazioni assunte da Lauro Azzolini, ex membro del Comitato esecutivo brigatista, avevamo scritto che il nucleo operativo della base-prigione era invece formato da almeno quattro brigatisti(13). Acquisiti i nomi di
Mario Moretti, Prospero Gallinari (sedicente Altobelli) e di
Anna Laura Braghetti, rimaneva comunque sconosciuta l'identit del quarto uomo e quale ruolo egli avesse effettivamente avuto. Avevamo anche scritto che non era stato Gallinari a uccidere materialmente Moro, contrariamente a quanto avevano fatto credere i brigatisti ai magistrati.
Nel novembre del 1991 il settimanale L'Espresso pubblicava un articolo intitolato Quarto uomo, sei solo un fantasma: l'assunto dell'articolo era che l'ipotesi di un quarto brigatista presente nella prigione di Moro fosse una farneticante dietrologia. Il settimanale
riportava la categorica smentita dell'ex brigatista Franco Bonisoli:
Sono tutte buffonate che nascono dalla stupidit di chi non capisce o dalla malafede di chi non vuole capire:  da escludere che nella prigione di Moro ci fosse un'altra persona oltre alle tre gi individuate.
Lo stesso Azzolini, evidentemente pentito di essersi concesso una parentesi di parziale verit, dichiarava: Non mi sono mai sognato di parlare con Sergio Flamigni dell'esistenza di un quarto uomo(14).
Valerio Morucci (il quale pure nel 1984 aveva dichiarato, in un'intervista:
Credo che non fossero pi di quattro a conoscere il luogo della prigione(15), nel 1991 non mancava di fornire il suo ambiguo contributo per accreditare la menzogna che negava l'esistenza del
quarto uomo in via Montalcini: Se nella prigione di Moro  entrata una quarta persona, cosa che a me non risulta affatto, non poteva che appartenere alla ristretta cerchia dei capi BR.
Ma ecco che all'improvviso, il 20 luglio 1993, esce allo scoperto Mario Moretti, e conferma che nel covo-prigione di Moro c'era effettivamente un quarto uomo. L'ex capo delle BR ammette ci che  sempre stato negato per soccorrere il suo sodale Prospero Gallinari, il quale versa in cattive condizioni di salute(16). Fra la solidariet dovuta al suo vecchio compagno superclandestino Gallinari, e l'ergastolo per il quarto brigatista ancora sconosciuto e ancora in libert, Moretti non ha dubbi: senza farne esplicitamente il nome, l'ex capo brigatista, nell'inedito ruolo di semi-collaboratore di giustizia, fornisce gli elementi necessari per l'individuazione del quarto uomo:
Non  Gallinari...  un compagno molto conosciuto dai romani,  stato in carcere per altre cose, altri fatti ma per il caso Moro non  mai stato accusato(17).
Dopo appena due mesi, un rapporto della DIGOS di Roma segnalava all'autorit giudiziaria di avere svolto ricerche sulla base di elementi
(in gran parte coincidenti con quelli forniti da Moretti) che
univocamente portano a una sola persona: Maccari Germano nato
a Roma il 16 aprile 1953(18).
Il 7 ottobre 1993, prima Morucci, poi la Faranda, vengono interrogati sul ruolo del quarto uomo nel covo-prigione di via Montalcini;
entrambi confermano le informazioni riferite da Moretti alle giornaliste Mosca e Rossanda(19). In perfetta sincrona con Moretti, anche la Braghetti conferma che Altobelli non era Gallinari e conferma le indicazioni fornite dall'ex capo brigatista; perfino Barbara Balzerani dichiara che Altobelli non era Gallinari. Dopo l'input morettiano, gli ex brigatisti ammettono in coro quel frammento di verit che fino a quel momento avevano sempre negato con protervia, dimostrando
- oltre che la loro patologica dedizione alla menzogna - anche la loro perdurante subordinazione all'ex capo brigatista.
Arrestato il 13 ottobre 1993, Maccari nega di essere il quarto brigatista, e sosterr la menzogna fin davanti alla Corte d'assise, incoraggiato e aiutato dal SISDE, che invia due funzionari in Nicaragua per avere dichiarazioni depistanti del latitante Casimirri, il quale indica in Giovanni Morbidi (ex militante di Potere operaio) l'identit del quarto uomo. Lo stesso Maccari, davanti alla Commissione stragi, affermer di non avere mai visto n conosciuto Casimirri, e ammetter che, durante il processo, mentre si difendeva negando,
mi arriv un aiuto insperato da parte del SISDE che invi due
signori a dire che io non ero il quarto uomo; quando il presidente Pellegrino lo inviter a riflettere su quel depistaggio e gli chieder: Pu escludere che il SISDE avesse paura che lei, in via Montalcini, avesse saputo qualche cosa, che forse poi non ha saputo, che poteva in qualche modo rivelare?, Maccari sar sfuggente e la domanda rester senza risposta.
Sar la Faranda - anche lei mossa dall'intento di aiutare Gallinari
- a confermare il ruolo di Maccari, rivelando che quest'ultimo a suo tempo era stato proposto a Moretti da Morucci e da lei quale elemento dotato dei requisiti di capacit e sicurezza necessari a sostenere il ruolo di falso marito della Braghetti nella base-prigione in allestimento;
la proposta era stata approvata dalla direzione di colonna
(allora formata da Moretti, Gallinari, Morucci, Seghetti, Balzerani e dalla stessa Faranda). Da parte sua, Morucci ha rivelato che anche Seghetti conosceva la base di via Montalcini in quanto l'avevano reperita Seghetti e la Braghetti(20). Intanto la perizia grafica su un modulo bancario e un contratto per la luce di via Montalcini 8, firmati Altobelli, dimostra che la calligrafia  quella di Maccari.
Schiacciato dalle prove, messo in difficolt nel confronto dibattimentale con la Faranda, Maccari riconosce di avere mentito agli inquirenti e alla Corte d'assise, e ammette la sua presenza nel covo-prigione,
ma nega di essere mai entrato nella cella e di avere mai parlato con Moro, precisando di non avere condiviso la decisione di uccidere il prigioniero: ammette solo di avere affiancato Moretti nell'uccisione di Moro, confermando quanto dichiarato da Moretti, cio che il capo delle BR era stato il solo a sparare. Ammissioni di un vero brigatista doc, e infatti i giudici della Corte d'assise scriveranno:
La confessione del Maccari non ha portato alcun nuovo elemento alla ricostruzione del pi grave delitto perpetrato dalle Brigate rosse, trattandosi di una confessione tardiva, interessata e parziale, un tentativo di attenuare i profili di responsabilit(21). Pi che una confessione, quella di Maccari  apparsa in sostanza una recita concordata con i suoi ex compari brigatisti. In appello la condanna all'ergastolo sar tramutata in 30 anni e, a seguito di ripetuti ricorsi in Cassazione, la pena gli sar poi ridotta a 23 anni di carcere.
Maccari  stato uno dei pochi ex brigatisti che ha accettato di essere interrogato dalla Commissione stragi, ma ha aggiunto poche cose
rispetto a quanto dichiarato al Tribunale; ha confermato che a interrogare Moro era esclusivamente Moretti, ma ha precisato che in una prima fase gli interrogatori venivano registrati e le cassette se le portava via Moretti. In una seconda fase (a met sequestro circa) Moretti diede a Moro una serie di domande, un elenco... di argomenti, non saprei dire se erano domande precise, ma ricordo un foglio, una scaletta, un qualcosa, che fu dato da Moretti al presidente Moro, che non era tenuto a seguirlo in quell'ordine. Quindi Moro aveva scritto il
memoriale rispondendo a domande precostituite, e anche quei manoscritti venivano di volta in volta portati fuori, sempre da Mario Moretti, il quale aveva gestito l'intera documentazione.
Un'attenta lettura delle risposte di Moro, confrontate con le dichiarazioni di Moretti, dimostra che almeno una parte delle domande erano state scritte da un referente diverso dal Comitato esecutivo delle BR, un referente che potrebbe avere fatto da filtro rispetto allo stesso Comitato. Emerge cos quella struttura segreta che il giudice Mastelloni ha definito quarto uomo, ben pi importante di un quarto carceriere.
Consapevole che il suo arresto  avvenuto in seguito all'intervista di Moretti alle giornaliste Mosca e Rossanda nel carcere di Opera del luglio 1993, Maccari ha definito l'ex capo brigatista un personaggio veramente fissato sui problemi di sicurezza, uno molto attento, molto scrupoloso, un grande organizzatore, uno che non lascia niente al caso, che pensa e ripensa sulle cose. Io mi rifiuto di pensare che Mario Moretti, trascorsi 10-12 anni da detenuto, fa una intervista in un carcere e non pensa che possa essere registrata, come poi in effetti  accaduto.
Insomma, Maccari  convinto di essere stato l'agnello sacrificale di una operazione. Quale operazione? L'ipotesi pi benevola di Maccari: creare le condizioni per la concessione di provvedimenti di clemenza. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso e il pubblico ministero Marini avevano dichiarato: Prima i brigatisti dicano tutta la verit e poi si far clemenza. Il libro-intervista morettiano doveva servire a dimostrare che non ci sono misteri, l'unico mistero  il quarto uomo, eccolo: Fate la soluzione politica e con la soluzione politica tireremo fuori anche Maccari. Secondo il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, si potrebbe attribuire a Moretti un'intenzione pi sottile: poich rivelare la vera identit dell'ingegner Altobelli non avrebbe determinato una diversa ricostruzione del caso Moro rispetto a quanto era noto, Moretti ha voluto dare una prova che non ci sono ulteriori cose da sapere. Se questo fosse vero, significa allora che c' qualche altra cosa che sarebbe interessante sapere e che invece per una sorta di patto del silenzio non viene detta n dagli apparati politico-istituzionali, n da Moretti.
Maccari ha ritenuto possibile questa ipotesi, al punto che ha voluto ricordare una dichiarazione di Curcio: Perch ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute e non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio: come Piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in certi modi e che per ventura della vita nessuno pi pu dire come sono realmente andate, sorta di complicit tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa realmente  successo(22).
Maccari, robusto e pieno di salute,  deceduto improvvisamente, a
48 anni, nel carcere romano di Rebibbia, il 26 agosto 2001 : stroncato da un infarto.


I misteri di via Montalcini.

Alle ambiguit postume dei brigatisti circa la prigione di Moro, corrispondono le ambiguit della Polizia durante il sequestro.
E un fatto che il 12 aprile 1978 (cio 6 giorni prima della scoperta
del covo BR di via Gradoli) la Polizia perquis tutte le abitazioni dell'edificio di via Bonucci 10, a poche decine di metri dallo stabile di via Montalcini 8 (dove c'era il covo che sei anni dopo verr indicato come la prigione di Moro). Sono rimaste misteriose le ragioni per cui la Polizia non percorse quei pochi metri e non perquis anche il vicinissimo stabile di via Montalcini 8 (i due edifici in pratica si fronteggiavano). Noi abbiamo avuto l'ordine di fermarci e tornare indietro, dir un agente di PS al suo sacerdote, senza per specificare dove si trovasse(23).
Era la quarta, assurda coincidenza. Il 18 marzo la Polizia aveva ispezionato gli appartamenti del palazzo di via Gradoli 96, ma aveva evitato di entrare nell'abitazione di Moretti. Il 28 marzo l'UCIGOS non aveva trasmesso alla Questura l'informazione che indicava la pista per arrivare alla
tipografia delle BR frequentata da Moretti. Il 5 aprile il capo della polizia aveva ordinato di andare a Gradoli paese e
non in via Gradoli, evitando per la seconda volta il covo di Moretti. Il 12
aprile le forze di polizia erano arrivate a due passi dalla base delle BR di via Montalcini 8, ma nessuno aveva perquisito quel palazzo.
Sei giorni dopo la mancata scoperta del covo di via Montalcini, ci fu la duplice manovra di via Gradoli. Fosse un'azione dall'interno delle BR, oppure una pi probabile operazione di settori dei servizi segreti, certo  che la messinscena della scoperta del covo BR di via Gradoli 96, subito seguita dal falso comunicato n 7, furono due fatti con i quali Moretti dovette fare i conti. Sebbene la platealit della
scoperta, e la sua immediata (anzi preventiva) divulgazione attraverso i mass media, erano state concepite allo scopo di evitare l'arresto di Moretti e dei brigatisti che frequentavano il covo, per le BR si trattava di un colpo durissimo e gravido di incognite. Con la scoperta
della base di via Gradoli il pericolo che le forze di polizia o altri avessero individuato o potessero arrivare a individuare la prigione di Moro risultava enormemente accresciuto(24), per cui probabilmente quel giorno il sequestrato venne rapidamente trasportato in un altro covo-prigione. Moretti ha sempre negato che la scoperta della base di via Gradoli potesse essere stata provocata: se l'avesse ammesso, avrebbe dovuto ammettere anche che il covo di via
Montalcini non fu la sola prigione di Moro.
Via Montalcini era situata nel quartiere romano della Magliana, quartiere notoriamente controllato in modo capillare da quella malavita collegata a settori dei servizi segreti alla quale era attiguo il falsario Toni Chichiarelli (cio l'autore materiale del falso comunicato BR n 7 del Lago della Duchessa). Durante il sequestro Moro, per esempio, il boss malavitoso Nicolino Selis - luogotenente del capo camorrista Raffaele Cutolo - abitava in via Villa Bonelli, cio a circa
200 metri dalla base di via Montalcini. Se davvero - come sosterranno i brigatisti - la prigione di Moro era nel covo di via Montalcini, cio nel territorio della Magliana, fin dal giorno del sequestro,  del tutto improbabile che la malavita della zona non ne fosse venuta a conoscenza. Infatti, nella
prima fase del sequestro l'avvocato Cangemi, membro del
Consiglio nazionale della DC, aveva sollecitato il capo della camorra, Raffaele Cutolo, latitante e suo assistito, ad attivarsi per la liberazione di Moro; Cutolo ne parl con il boss della Magliana Nicolino Selis e con i romani. Non pass molto tempo che
Selis chiese di incontrare urgentemente Cutolo perch era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Moro. A dire di Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze. Ma ormai era subentrata la seconda fase del sequestro, quella in cui le organizzazioni della malavita erano state invitate a disinteressarsi del caso Moro; anche la richiesta di Cutolo, fatta tramite l'avvocato Cangemi, di incontrare un'autorevole personalit politica quale condizione del suo interessamento per liberare il prigioniero, venne respinta. Nello stesso torno di tempo si rec da Cutolo un altro dei suoi luogotenenti, Enzo Casillo, collaboratore dei servizi segreti, che manteneva contatti con esponenti politici della DC: Mi disse che i suoi referenti politici gli avevano chiaramente detto che mi dovevo fare gli affari miei e non mettere il naso in quella vicenda(25).
Dopo l'arresto della brigatista Anna Laura Braghetti (avvenuto il
27 maggio 1980), il giornalista Luca Villoresi scriver che il covo BR di via Montalcini era stato segnalato al ministero dell'Interno nei giorni del sequestro, ma la segnalazione era rimasta chiusa in un cassetto(26). Una circostanza impossibile da approfondire perch -
come  noto - tutta la documentazione relativa alle segnalazioni pervenute al Viminale  risultata scomparsa.
Per il magistrato Antonio Marini  ipotizzabile che il pedinamento della Braghetti fosse cominciato gi durante il sequestro(27). A dare all'ipotesi elementi concreti  stato il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, il quale ha esplorato un settore trascurato dai magistrati romani del caso Moro: quello delle fonti o fonti interne o
infiltrati gestiti dagli uffici della Divisione affari riservati (struttura del Viminale poi divenuta Servizio di sicurezza-ispettorato generale per l'azione contro il terrorismo, e quindi UCIGOS) attiva durante il sequestro Moro. Mastelloni ha appurato che l'UCIGOS aveva un confidente nell'ambito brigatista.
Tra i documenti scomparsi dal Viminale c' anche un appunto, in forma di relazione, firmato e datato, del maresciallo
Leonardo Scarlino (il primo ad avere l'incarico di indagare su via Montalcini 8, ma anche il primo, o il pi vicino, a ricevere le confidenze della fonte fiduciaria). Scarlino ha precisato: L'incarico che io avevo avuto da Noce era segreto e perci non avevo contattato nessuno dei colleghi: avevo effettuato un sopralluogo in un edificio cui si accedeva attraverso un cancelletto e un piccolo giardino. All'interno numero 1 rilevai sui campanelli posti all'esterno il nome di Altobelli e di Braghetti(28).
Subito dopo cominciarono i pedinamenti. La relazione di Scarlino era tanto pi importante in quanto fra gli stessi funzionari e sottufficiali dell'UCIGOS non c' concordanza di date circa il periodo in cui vennero acquisite le informazioni dalla fonte confidenziale e vennero effettuati i primi accertamenti. Il maresciallo Giuseppe Mango (che prest servizio per circa vent'anni agli Affari riservati di D'Amato, poi pass all'ispettorato antiterrorismo con Santillo, poi all'UCIGOS come addetto alla segreteria del direttore Fariello), ha dichiarato: Durante il sequestro Moro ho saputo dal dottor Schiavone e dall'assistente di polizia Paola Carraresi che furono fatti accertamenti a seguito di segnalazioni fiduciarie pervenute alla Squadra anche nella zona dove era ubicata via Montalcini a seguito, in particolare, di indicazioni avute sulla Braghetti(29). E dopo avere ribadito e confermato, nel corso di altri due interrogatori, che fu proprio durante il sequestro, e non dopo, che fu pedinata Anna Laura Braghetti da parte di un elemento della Squadra, e cio dalla Carraresi Paola(30), nel corso del quarto interrogatorio il maresciallo Mango ha dichiarato: Non intendo confermare, visto il tempo trascorso, la circostanza da me pi volte riferita, secondo cui fu durante il sequestro che la Carraresi mi parl di via Montalcini in relazione a indicazioni o segnalazioni fiduciarie pervenute alla squadra sulla Braghetti(31).
 comunque certo che il covo BR di via Montalcini venne segnalato alla Polizia anche poco dopo l'uccisione di Moro. In quella occasione la segnalazione pass attraverso lo stesso ministro dell'Interno Virginio Rognoni, ma le forze di polizia intervennero in modo molto superficiale, e la base-prigione pot essere smobilitata dai brigatisti in tutta tranquillit.
Cos come per via Gradoli, anche per via Montalcini errori e
omissioni si susseguirono, manifestandosi come un vero e proprio favoreggiamento dell'azione dei brigatisti. Le indagini che vennero comunque svolte nel 1978 furono taciute alla magistratura, che ne fu informata, ma in misura assai limitata, solo dopo l'arresto della brigatista Laura Braghetti, quando il giudice istruttore Ferdinando Imposimato aveva chiesto di conoscere le risultanze delle indagini, i nomi degli investigatori che le avevano svolte, e gli elementi che avevano originato le indagini. Il 30 luglio 1980 il nuovo capo dell'UCIGOS, Gaspare De Francisci, rispondeva trasmettendo al giudice, come da intese verbali, un appunto relativo alle indagini svolte; l'appunto era anonimo, e la risposta ometteva di segnalare i nomi degli investigatori; la nota ometteva anche di precisare chi o cosa avesse originato le indagini (In ordine alla segnalazione concernente i giovani Braghetti-Altobelli occupanti l'appartamento int.
1 di via Montalcini 8,  emerso...), tacendo cos al magistrato il testo, la data della segnalazione, e il nome dell'informatore.
Quel nome e quei dati rimarranno ignoti anche quando la Commissione parlamentare chieder al capo della polizia la documentazione relativa all'appartamento-covo di via Montalcini. Alla richiesta il direttore dell'UCIGOS, Gaspare De Francisci, oltre a inviare il testo dell'appunto trasmesso al giudice, comunicava che nel luglio 1978
era giunta al suo ufficio, dal gabinetto del ministro dell'interno (allora il capo di gabinetto del ministro Rognoni era il prefetto Giovanni Rinaldo Coronas, poco tempo dopo promosso capo della polizia), una segnalazione verbale secondo la quale davanti all'abitazione di tale Laura Braghetti, in via Montalcini 8, era stata notata in precedenza un'auto Renault R4, color rosso, uguale a quella nella quale era stato abbandonato, circa due mesi prima, il cadavere di Moro; erano stati disposti accertamenti riservati, e per rendere conto dei risultati acquisiti era stato inviato l'appunto, datato 16 ottobre 1978, gi trasmesso all'autorit giudiziaria. L'appunto conteneva informazioni tranquillizzanti
a proposito degli inquilini Braghetti e Altobelli: la
Braghetti, residente anagraficamente in via Laurentina 501,
era impiegata presso una impresa di costruzioni e aveva acquistato l'appartamento nel giugno 1977 da Giorgio Raggi tramite un'agenzia immobiliare per la somma di 45 milioni in contanti (asseritamente pervenuta da eredit paterna), aveva convissuto nell'appartamento fino al mese di
giugno 1978 con Altobelli, trasferitosi poi per motivi di lavoro in Turchia; dopo la partenza di Altobelli si era recata solo saltuariamente in via Montalcini, e aveva lasciato definitivamente l'appartamento il 4 ottobre traslocando i mobili in via Laurentina a casa di una zia materna, Gabriella Gambi. Gli accertamenti per l'identificazione del
sedicente Altobelli Luigi, firmatario dei contratti della luce e del gas, avevano dato esito negativo, e nulla  emerso in ordine a un'auto Renault R4 di colore rosso. La nota dell'UCIGOS evidenziava un episodio che aveva fatto clamore
nel caseggiato: un litigio tra la Braghetti e il precedente inquilino Gianfranco Ottaviani, il quale aveva mantenuto la disponibilit della cantina fino all'agosto u.s. nonostante le molteplici richieste della Braghetti, la quale infine, esasperata, ne aveva scardinato la porta; Ottaviani aveva fatto intervenire una volante e minacciato una denuncia, e tale circostanza induceva l'estensore dell'appunto a ritenere che la Braghetti non potesse essere persona legata ad ambienti del terrorismo, poich in tal caso avrebbe evitato un simile incidente. Secondo l'UCIGOS, i due inquilini di via Montalcini 8 non destavano sospetti, ma l'appunto del 16 ottobre
1978 conteneva una contraddizione, una autosmentita, l dove definiva l'inquilino sedicente Altobelli: evidentemente l'UCIGOS era a conoscenza di altre cose, e ci avvalora le voci di una segnalazione pervenuta durante il sequestro e non dopo.
Come riferir il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare, anche i carabinieri indagarono, nell'estate 1978, sull'appartamento di via Montalcini 8, e pur avendo constatato la mancata registrazione del contratto di acquisto non si insospettirono e non condussero ulteriori indagini. Il generale ammise che non vi fu un'inchiesta approfondita: i carabinieri si sarebbero ritirati in buon ordine per non interferire con il lavoro dell'UCIGOS.
In sostanza, l'UCIGOS e i carabinieri, negando attendibilit alla segnalazione giunta al Viminale, finirono con il coprire la base delle BR di via Montalcini: cos i terroristi ebbero il tempo e la possibilit di svuotarla per poi dileguarsi, e Laura Braghetti pot sparire nella clandestinit e partecipare ad azioni criminose come l'assassinio del giudice Vittorio Bachelet.
Eppure alcuni inquilini dello stabile avevano esternato i loro sospetti ai funzionari dell'UCIGOS, poich la nuova proprietaria quando aveva occupato l'appartamento aveva fatto applicare delle grosse grate alle finestre. Con lei c'era un giovane di circa 25-30 anni: alto, distinto, snello, capelli castano scuro e baffetti; il pi delle volte il signor Altobelli, quando incontrava qualche inquilino, era elusivo e sfuggente. Un giorno la signora del piano di sopra suon alla porta dell'int. 1 con l'intenzione di recuperare i giocattoli dei figli caduti
sul balcone sottostante, ma, pur avendo la sensazione che all'interno dell'appartamento vi fosse qualcuno, nessuno aveva risposto.
Dopo l'arresto di Laura Braghetti, il giudice Imposimato interrogher tutti gli inquilini dello stabile. Con enorme sorpresa venni a conoscenza del fatto che costoro erano gi stati sentiti da funzionari del ministero dell'Interno di cui non ci venne indicata l'identit. La cosa oltre a essere sorprendente, fu anche abbastanza seccante perch non erano mai pervenuti i verbali di questa operazione da inserire agli atti del processo. Questi soggetti dichiararono di essere stati sentiti nel 1978, per in un'epoca non precisata(32). Quei verbali non sono mai stati trasmessi alla magistratura e non  mai stato appurato che fine abbiano fatto, n venne trasmesso il rapporto dei carabinieri del generale Dalla Chiesa. Alcuni inquilini dichiararono di avere partecipato, all'inizio di ottobre 1978, a una riunione in casa dei coniugi Manfredi-De Seta, con funzionari (due uomini e una donna)
dell'UCIGOS, i quali avevano assicurato che avrebbero effettuato una perquisizione nell'appartamento del piano terra, addirittura avevano ipotizzato una irruzione e avvertito di non dire assolutamente nulla a nessuno, e di stare lontano dalle finestre perch non era da escludersi un conflitto a fuoco: ma poco dopo, invece della perquisizione, invece della pericolosa irruzione, aveva avuto luogo da parte della Braghetti il trasloco e lo svuotamento dell'alloggio sotto gli sguardi stupiti degli inquilini.
Durante i 55 giorni del sequestro Moro venne notato, parcheggiato di fronte all'edificio di via Montalcini 8, il pulmino di una ditta di impianti elettrici. Il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Campo, incaricato dal presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta di un sollecito e informale accertamento sulla vicenda di via Montalcini 8, nella relazione sul lavoro compiuto scriver, tra l'altro, che i coniugi Manfredi-De Seta hanno ripetuto quanto gi riferito agli inquirenti e in particolare al giudice istruttore Imposimato. Il signor Manfredi nella circostanza mi ha inoltre fatto presente che mentre era in corso il trasloco dei mobili della Braghetti, telefon alla signora dell'UCIGOS (trattasi del funzionario che in precedenza aveva chiesto ad alcuni inquilini notizie sull'Altobelli), per informarla dell'avvenimento, e le forn anche il numero di targa del camion e il nominativo della ditta di trasporti(33). Ma nessuno intervenne.
Nel 1988, in relazione alle critiche per le incongruenze nell'operato del Viminale e delle forze di polizia nell'inchiesta sul covo di via Montalcini, l'ex ministro dell'interno Virginio Rognoni sent il dovere di rendere una deposizione spontanea ai giudici Priore e Salvi. Rifer che l'inchiesta era stata da lui avviata a met luglio del 1978, quando l'on. Remo Gaspari disse di avere avuto notizia da gente del posto che avrebbe riconosciuto, vedendo le immagini televisive del 9 maggio, nella Renault rossa dove era stato ritrovato il cadavere dell'on.
Moro, una macchina che sostava abitualmente in via Montalcini.
Seguirono una serie di audizioni testimoniali: Gaspari rifer che il suo informatore era stato l'avvocato Mario Martignetti, dal quale aveva appreso che una signora, una sua cliente o dei suoi clienti hanno visto una Renault rossa nella loro abitazione, nel box(34); Martignetti ricord di avere detto a Gaspari che avevo parlato con un cliente e che era opportuno estendere a via Montalcini le ricerche da parte degli inquirenti della prigione di Moro. Dopo qualche reticenza e invocazione del segreto professionale, Martignetti riferiva il nome del suo cliente.
Graziana Ciccotti, inquilina in via Montalcini 8, testimonier davanti al giudice istruttore: In un tempo variante fra tre giorni e una settimana prima della morte dell'on. Moro ho intravisto attraverso la serranda basculante della Braghetti, e mentre costei era intenta a chiudere il garage, il parafango anteriore destro di una vettura di colore rosso(35). Poich in precedenza nel garage era abitualmente parcheggiata una Ami 8 colore crema, tra di me ho pensato hanno cambiato macchina. Ma giorni dopo, quando apparvero alla televisione e sui giornali le immagini della Renault rossa dove era stato trovato il cadavere di Moro, mi  venuto il sospetto che fossero quelle due persone i brigatisti... Perch erano tipi strani. Manifest i suoi sospetti al marito, Giorgio Piazza, che rifer tutto a suo cognato, l'avvocato Martignetti, il quale ne parl con l'on. Gaspari che abitava nello stesso palazzo del legale. Giorgio Piazza ribadir in Corte d'assise: Mia moglie mi disse, qualche giorno prima del fatto
[l'uccisione di Moro], che aveva intravista una macchina rossa l, nell'interno, all'interno di questo garage(36), e preciser: La macchina fu vista da mia moglie, in una mattinata abbastanza presto,
mentre usciva per andare a Velletri. Ma solo dopo avere visto in televisione e sui giornali il fatto dell'uccisione di Moro avevano pensato a un collegamento con la macchina rossa intravista nel box, attiguo a quello di loro propriet, col sospetto che questa macchina fosse quella dove era stato trovato Moro ucciso.
I ricordi di Graziana Ciccotti si offuscheranno otto anni dopo, durante il V processo Moro: allora la testimone collocher l'incontro con la Braghetti nel box-garage dapprima la mattina del 16 marzo, poi: Scusatemi, era il 9 maggio. Senza tentennamenti, invece, la memoria della Braghetti, che indicher il casuale incontro con la Ciccotti all'alba del 9 maggio, cio pochi minuti prima dell'uccisione del prigioniero. Un dettaglio non marginale: se fosse vera la prima testimonianza della Ciccotti, l'incontro con la Braghetti non avvenne il giorno dell'esecuzione di Moro, ma in occasione di un trasferimento del prigioniero, la qual cosa confermerebbe che quella di via Montalcini non fu n la sola n l'ultima prigione di Moro.
 Note.
1. Colloquio di Moretti con Mosca e Rossanda, cit., bobina n 7, pag. 15.
2. Laura Braghetti al pubblico ministero Franco Ionta, 10 novembre 1993.
3. Corte d'assise di Roma, udienza del 19 giugno 1996, pagg. 39-40.
4. Dichiarazione di Cazora al sostituto procuratore della Repubblica Luigi De Ficchy;
cfr. Antonio Cipriani, l'Unit, 11 aprile 1991.
5. Ordinanza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Claudio D'Angelo relativa al procedimento penale contro le Unit comuniste combattenti; CM, volume 92, pag. 75.
Nel covo di Piani di Vescovio c'era molto materiale: oltre a una potente radio ricetrasmittente,
un vero e proprio arsenale di munizioni e armi perfettamente curate nella manutenzione e custodia (18 pistole, 5 fucili, 2 moschetti, un Mab, 5 silenziatori;
miccia a lenta e rapidissima combustione; 13 fondine per pistola; 24 cartucce per fucile; 718 pallottole per pistola di calibro diverso); 172 timbri appartenenti a vari uffici della XV circoscrizione del comune di Roma; passaporti italiani ed esteri; 450
carte di identit, quasi tutte con generalit e foto, senza firma del titolare e del sindaco di Roma cui erano state richieste; patenti di guida, assicurazioni, targhe anteriori e posteriori per auto; due macchinette per timbri a secco impiegate nel rilascio delle carte di identit, della 15circoscrizione del comune di Roma; numerosi opuscoli contenenti istruzioni sulla confezione e utilizzo degli esplosivi; carta geografica relativa alle cavit sotterranee di Roma (catacombe e fogne); opuscoli sui trasmettitori della RAI-TV sulla penisola; ibidem, pagg. 78-79. Dall'inchiesta  emerso che il nucleo romano delle UCC (Unit comuniste combattenti, costituite nel 1976), cui apparteneva il covo di Vescovio, aveva progettato il sequestro dell'imprenditore edile Roberto Campilli.
6. Cfr. atti giudiziari allegati alla requisitoria del pubblico ministero Salvatore Vecchione del 18 giugno 1982; Marcello Squadrani al pubblico ministero Giancarlo Capaldo,
15 e 19 maggio 1981.
7. Colloquio di Moretti con Mosca e Rossanda, cit., bobina n 7, pag. 29.
8. Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti 1998, pagg. 62-63.
9. CM, vol. 39, pag. 626. Qualche mese dopo (il 13 luglio 1979) il colonnello Varisco verr assassinato a Roma dalle BR.
10. Colloquio dell'Autore con Moretti nel carcere di Novara, gennaio 1985.
11. Lettere di Bonisoli e Azzolini all'Autore dal carcere di San Vittore, 11 febbraio 1986.
12. Corte d'assise di Roma, udienza del 4 luglio 1996, pag. 255.
13. Cfr. la prima edizione di S. Flamigni, La tela del ragno, Edizioni Associate 1988.
14. L'Espresso, 17 novembre 1991.
15. L'Espresso, 30 settembre 1984.
16. Il detenuto Gallinari necessita infatti di particolari cure mediche, ma essendo ritenuto l'esecutore materiale dell'uccisione di Moro (secondo la versione dei fatti sostenuta fino a quel momento dai brigatisti), l'autorit giudiziaria rifiuta di accordargli la sospensione della pena per motivi di salute. Cos, Moretti conferma alle giornaliste Mosca e Rossanda che non  Gallinari l'ing. Altobelli, e che dunque nel covo-prigione c'era effettivamente un quarto brigatista. L'operazione raggiunge lo scopo: identificato e arrestato il quarto uomo, Germano Maccari, stabilito che a uccidere Moro non fu Gallinari, quest'ultimo pochi mesi dopo otterr la sospensione della pena, e il 30 aprile 1994 verr scarcerato. Una vicenda che testimonia bene l'uso del vero e del falso, da parte degli ex brigatisti, a seconda delle convenienze.
17. Colloquio di Moretti con Mosca e Rossanda, cit., bobina n 7, pagg. 22-25.
18. Atti Moro V, rapporto del 29 settembre 1993 del dirigente della DIGOS Mario Fulvi.
19. Morucci, interrogato dal magistrato Franco Ionta alle ore 19,30, risponde: Effettivamente dalle BR venne ritenuto
necessario, data l'importanza della base di via Montalcini,
che altro militante dell'organizzazione affiancasse Anna Laura Braghetti nella gestione dell'appartamento. Il ruolo che doveva coprire questo militante al fine di non destare sospetti nei condomini dello stabile era quello di marito della Braghetti: ci per dare l'immagine di una coppia ordinaria. Di conseguenza a ci fu presa la decisione di vagliare la disponibilit della colonna romana delle BR di reperire un soggetto idoneo a questo incarico e dopo attenta valutazione fu proposto a Moretti una persona perch questi operasse una verifica ultimativa, verifica che fu positiva. Fu Moretti a destinare tale persona a detto incarico. Fu Moretti a inserire tale persona nel nucleo che gestiva la base di via Montalcini. Morucci aggiunge che fu Seghetti a reclutare nelle BR il militante destinato a quell'incarico in via Montalcini. Alla domanda se il
quarto uomo della base di via Montalcini possa identificarsi in Germano Maccari, Morucci risponde: Non intendo n includere, n escludere tale persona.
La Faranda, interrogata alle ore 22, conferma il nome di Maccari, e non aggiunge nulla rispetto a quanto gi dichiarato da Morucci.
20. Valerio Morucci al pubblico ministero Franco Ionta, 7 ottobre 1993.
21. Corte d'assise di Roma, sentenza del 7 ottobre 1996, pag. 24.
22. Intervista televisiva di Curcio sul delitto Rostagno, Tg3 delle ore 22,30 del 25
luglio 1996.
23. Cfr. Pino Nicotri, Tangenti in confessionale, Marsilio 1993, pag. 21: Erano arrivati alla casa vicina a dove stava lui [Moro]. Hanno avuto l'ordine di fermarsi. Lo so perch un mio alunno faceva parte di queste cose qui. Me l'ha detto lui: Noi abbiamo avuto l'ordine di fermarci e tornare indietro. Erano arrivati a pochi... a venti metri erano arrivati. Quindi lo sapevano benissimo. Cio lo sapevano. Setacciando casa per casa alla fine lo dovevano trovare.
24. Attraverso i reperti trovati nel covo di via Gradoli, la Polizia individuer e arrester un gruppo di brigatisti del fronte logistico della colonna romana: Luigi Novelli, Marina Petrella e Stefano Petrella; cfr. CM, volume 35, pagg. 37-39, 71-72.
25. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Otello Lupacchini, 13 agosto 1994, nel procedimento contro la banda della Magliana, pagg. 33 e segg. Cfr. anche Gianni Flamini, La banda della Magliana, Kaos edizioni 2002.
26. la Repubblica, 2 e 3 febbraio 1982.
27. Cfr. Corriere della Sera, 13 marzo 1998.
28. Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. pag. 2.453.
29. Ibidem, pag. 2.430. Interrogatorio del 29 maggio 1997.
30. Ibidem, pag. 2.435. Interrogatorio del 20 giugno 1997.
31. Ibidem, pag. 2.442. Interrogatorio del 10 settembre 1997. Il giudice ha trasmesso gli atti alla Procura di Roma per quanto di eventuale competenza in ordine a comportamenti illeciti tenuti dai responsabili dell'UCIGOS nel periodo delle indagini sul sequestro a fronte di segnalazioni di fiduciari, nonch circa la sparizione, ribadita dagli attuali organi ministeriali, dell'Appunto stilato dal mar.llo Scarlino, asseritamente gi all'epoca non rinvenuto, sottufficiale che si rec per primo in via Montalcini in periodo antecedente al 24 luglio 1978, nonch ancora circa la inspiegabile ritrattazione del teste Mango (ibidem, pag. 2.392). Durante l'inchiesta del giudice Mastelloni si sono verificate anche altre poco convincenti ritrattazioni.
32. CS, XIII legislatura, vol. 2, tomo 4, pagg. 551-52.
33. CM, 26 maggio 1982, rapporto del colonnello Giovanni Campo.
34. Corte d'assise di Roma, processo Moro IV, udienza del 7 giugno 1993, pag. 280.
35. Ibidem, pag. 275.
36. Ibidem, pag. 325.


CAPITOLO VIII.
IL PATTO DEL SILENZIO.


Il Comunicato BR n 1.

A mezzogiorno del 18 marzo 1978, in seguito a una telefonata anonima, il giornalista del Messaggero Maurizio Salticchioli trov presso il sottopassaggio di piazza Argentina una busta rossa di tipo commerciale, contenente una foto polaroid in bianco e nero di Aldo Moro e cinque copie del Comunicato BR numero 1. Altre telefonate anonime, intanto, fecero pervenire il testo del comunicato brigatista anche ai redattori di Radio Onda Rossa, del TG1, del quotidiano
Vita e dell'agenzia ADN Kronos.
Nella foto diffusa dai brigatisti, Moro era ritratto in maniche di camicia, seduto sotto un drappo con la stella a cinque punte: era la prova che il presidente della DC era ancora in vita. Il comunicato delle BR rivendicava la paternit dell'agguato di via Fani, informava che Moro era stato catturato e rinchiuso in un carcere del popolo, esaltando il fatto che la scorta armata composta dai famigerati corpi speciali  stata completamente annientata; annunciava il processo al quale il prigioniero sar sottoposto da un tribunale del popolo, e assicurava che tutto sar trattato pubblicamente e che i comunicati verranno tutti battuti con la stessa macchina.
Nel Comunicato n 1 c'era un errore, l dove i brigatisti scrivevano:
La DC  stata artefice nel nostro Paese, dalle politiche sanguinarie degli anni '50, alla svolta di centro sinistra, fino ai giorni nostri, con l'accordo a sei: per essere a sei, la nuova maggioranza governativa avrebbe dovuto comprendere anche i liberali, che invece ai
primi di marzo avevano deciso di passare all'opposizione; la parte politica del comunicato brigatista (quella che seguiva la rivendicazione dell'azione militare) era stata dunque preparata con largo anticipo.
Inoltre, nel testo del comunicato gli estensori ponevano tra virgolette, menzionando la DC, le parole nuova e rinnovata: due termini evocati con trasparente ironia, quasi che le BR fossero interessate al reale rinnovamento della DC.
Per singolare coincidenza, il Corriere della Sera pubblic una corrispondenza del proprio inviato negli USA, Ugo Stille, dal titolo
Washington spera che dopo il delitto nasca un nuovo modo di governare.
Stille riportava un editoriale del Washington Post, che conteneva un'analisi molto severa e critica del modo di governare in Italia, e che si concludeva con una nota di ottimistica speranza: A
noi sembra stia per concludersi in modo drammatico la vecchia tradizione italiana di governi deboli, espressione di un mondo politico chiuso e senza ricambio, dominato da una piccola cerchia di figure perenni, preoccupate di sopravvivere a se stesse. Questo delitto potr ora far precipitare in Italia quel tipo di crisi dalla quale dovr emergere uno stile di governo molto diverso. A Washington, qualcuno considerava il delitto politico una buona maniera per far precipitare la crisi italiana determinando cos un mutamento nel modo di governare;
le critiche del potente alleato americano venivano apertamente mosse alla DC e al suo mancato rinnovamento.
Altra singolare coincidenza: nel Piano di rinascita della P2 (il programma politico della Loggia massonica segreta) si menzionava espressamente la necessit di una rifondazione e di un radicale rinnovamento della DC(1). In pratica, il problema di una nuova DC
accomunava le BR, l'Amministrazione USA e la Loggia P2.


Il comunicato BR n 2.

Il 25 marzo 1978, attraverso la solita serie di telefonate anonime alla
Gazzetta del Popolo e all'ANSA di Torino, al Messaggero e a
Radio Onda Rossa di Roma, al Giornale nuovo di Milano e al
Secolo XIX di Genova, le BR recapitarono il loro Comunicato n 2.
Redatto su due facciate molto fitte, venne subito definito autentico dalla Polizia scientifica, che ne rilevava le analogie con quello precedente e presumeva fosse stato dattiloscritto dalla stessa persona.
Il secondo comunicato brigatista elencava i capi d'accusa per i quali il leader democristiano veniva processato, ma non accennava a quanto Moro, dopo 9 giorni di prigionia, poteva avere gi detto.
Secondo i brigatisti, il quarto governo Andreotti (quello della solidariet nazionale) avrebbe segnato il definitivo esautoramento del Parlamento da ogni potere, mentre le leggi speciali appena varate sarebbero state il compimento della pi completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto arco costituzionale alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo; in sostanza, precisavano le BR, si  passati dallo Stato come espressione dei partiti, ai partiti come puro strumento dello Stato (lo stesso concetto era espresso in uno dei testi pi noti di Antonio Negri, docente dell'universit di Padova e ideologo dell'Autonomia operaia).
Previa citazione del principio maoista contare sulle proprie forze e lottare con tenacia, l'ultima parte del Comunicato BR n 2 si dilungava nel puntualizzare l'assoluta autonomia del sodalizio brigatista: era una specie di autoesaltazione propagandistica dai toni difensivi, che sembrava dettata dalla necessit di negare in radice il sospetto di contributi esterni, di smentire sul nascere eventuali dubbi circa la natura dell'organizzazione che aveva compiuto l'azione di via Fani. A questa singolare puntualizzazione preventiva i brigatisti riservavano uno spazio quasi analogo a quello dedicato ai capi di accusa
a carico del presidente della DC: una scelta che destava molte perplessit, tantopi che il messaggio aveva per oggetto il processo ad Aldo Moro.
Il comunicato brigatista terminava con la frase: Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari di regime.
Era il tentativo di strumentalizzare un delitto fascista: Tinelli e Jannucci, giovani militanti del centro sociale milanese Leoncavallo, erano stati assassinati a colpi di pistola il 18 marzo da tre killer a viso scoperto che si erano poi dileguati - una sanguinosa provocazione da strategia della tensione. Fausto Tinelli abitava in via Monte Nevoso, proprio di fronte alla pi importante base delle BR del
Nord Italia(2).
Appena diffuso il Comunicato BR n 2, il ministro dell'Interno
Cossiga convoc subito il capo della polizia e i suoi pi stretti collaboratori;
alla riunione era presente anche il procuratore capo De Matteo.
Il Viminale convoc anche il magistrato Luciano Infelisi per informarlo dell'arrivo del secondo comunicato delle BR, ma il titolare dell'inchiesta sul sequestro era irreperibile: aveva lasciato Roma il giorno prima, senza informarne il suo superiore De Matteo.


La lettera di Moro a Cossiga e il Comunicato BR n 3.

Il 29 marzo, poco prima delle ore 18, un anonimo brigatista telefon al capo della segreteria politica di Moro, Nicola Rana, nello studio di via Savoia: Deve andare in piazza Sant'Andrea della Valle e cercare un plico arancione deposto nell'intercapedine tra l'edicola di corso Vittorio e il muro dell'edificio cui  appoggiata l'edicola stessa;
poi, accertatosi che l'interlocutore avesse ben capito, l'anonimo telefonista interruppe la comunicazione - questo, stando al racconto che Rana fece poi al magistrato.
Raggiunto il luogo indicato, Rana trov una busta contenente sette fogli manoscritti di Moro: il primo era diretto a lui; il secondo alla signora Eleonora Moro; dal terzo foglio cominciava una lunga lettera indirizzata al ministro dell'interno Cossiga. Rana port subito i fogli-lettera a casa Moro, dove la signora Eleonora trattenne i primi due; la terza parte, quella per il ministro, verso le ore 18,00 arriv al Viminale nelle mani del ministro Cossiga.
Il tentativo di tenere riservato il primo messaggio autografo del presidente della DC fall subito: copia della lettera indirizzata al ministro dell'Interno venne recapitata ai quotidiani dalle stesse BR. Infatti, alle ore 19, mentre il ministro Cossiga ne stava parlando col presidente del Consiglio Andreotti, la lettera di Moro a Cossiga e il Comunicato BR n 3 vennero fatti trovare a Genova previa telefonata al Secolo XIX; le BR allertarono anche il Corriere della Sera a Milano, la Gazzetta del Popolo a
Torino; Il Messaggero e Radio Onda Rossa a Roma(3).
Le tre lettere morotee, scritte dal prigioniero il giorno di Pasqua, domenica 26 marzo (il ritardo della loro divulgazione era forse dovuto all'intento brigatista di diffonderle in coincidenza con l'inizio del
XLI congresso del PSI a Torino), suscitarono nel Palazzo e nel Paese una nuova ondata emotiva.
Moro scriveva al ministro dell'interno: Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che pu essere opportunamente graduato [con il] rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. E ancora: Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti: bench non sappia nulla n del modo, n di quanto accaduto dopo il mio prelevamento. Ma era poco credibile che Moro non si fosse reso conto di quanto era accaduto in via Fani (al momento del sequestro, un testimone lo aveva visto voltarsi indietro e guardare verso le auto e le vittime della sparatoria), cos come risultava inspiegabile perch non accennasse alla strage (dopo anni trascorsi insieme a uomini di sua completa fiducia, ai quali era affezionato, come Leonardi e Ricci).  probabile che il prigioniero avesse subito divieti circa gli argomenti di cui scrivere, e che comunque fosse stato privato di informazioni dai suoi carcerieri
(a parte le implicazioni psicologiche dell'incombente minaccia di morte)(4). Il condizionamento e la costrizione, del resto, trasparivano dall'uso di termini mutuati dal linguaggio brigatista: sono un prigioniero politico sottoposto a un processo popolare; altri termini analoghi Moro li utilizzer nelle lettere successive, come guerra e
guerriglia per indicare la situazione di scontro tra Stato e BR, come
militanti riferito ai suoi seguaci e iscritti alla DC, fino al pressante invito rivolto al suo partito di dare umanamente un respiro a dei combattenti anche se sono al di l della barricata.
In quelle difficili condizioni Moro, nella lettera a Cossiga, si appellava alla ragion di Stato e contestava la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi; suggeriva un preventivo passo della Santa sede, e riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti(5).
L'indomani, alla Camilluccia, si riunirono i massimi dirigenti della DC: Zaccagnini, Fanfani, De Mita, Bartolomei, Forlani, Rumor, Cossiga, Donat Cattin, Piccoli, Taviani, Galloni, Salvi, Pisanu, Gaspari, Emilio Colombo e Andreotti. L'orientamento generale era di non dare peso al contenuto della lettera indirizzata a Cossiga in ragione dello stato di costrizione in cui Moro si trovava. Si parlava di fermezza
nella strategia e di elasticit nella tattica. Si rifiutava la liberazione dei brigatisti incarcerati, mentre veniva valutato con favore l'eventuale pagamento di un riscatto in denaro. Qualcuno esort il governo 
a sondare le intenzioni dei rapitori. Andreotti intendeva agire con prudenza per non provocare tragiche ritorsioni sull'ostaggio. Fanfani temeva che l'esplicito riferimento, contenuto nella lettera, a un possibile intervento della Santa sede fosse stato voluto dai brigatisti per dividere la DC dai laici. Conclude Cossiga ritenendo che Moro al nostro posto non avrebbe dubbi sulla fermezza(6); fu approvata una nota per Il Popolo, nella quale si affermava: Il punto essenziale di riferimento rimane per noi lo Stato democratico, con le sue istituzioni, le sue leggi, le sue esigenze. Riteniamo perci di dover ribadire con meditata convinzione che non possiamo accettare il ricatto posto in essere dalle BR(7).
Moro era convinto che la sua lettera a Cossiga, scritta con l'assenso dei carcerieri, sarebbe stata recapitata in via riservata, cio che non sarebbe stata resa pubblica: lo si desume anche dal fatto che impartiva istruzioni a Rana per stabilire un canale segreto di ritorno per la risposta, o una prima risposta (Il presupposto per lo scambio dei messaggi  che la sua portineria non sia sorvegliata. Il ministro Cossiga dovrebbe impegnarsi verbalmente a bloccare ogni sorveglianza nel corso dell'operazione).
Ma i brigatisti tradirono le aspettative del prigioniero, e nel Comunicato n 3 affermavano: Moro ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalit per la mafia democristiana)
al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga. Gli  stato concesso, ma siccome niente deve essere nascosto al popolo, ed  questo il nostro costume, la rendiamo pubblica. Una spiegazione menzognera poich - come si vedr - le BR terranno nascosti al popolo non solo molti altri importanti scritti di Moro, ma perfino le
illuminanti risposte agli interrogatori che - come affermava il Comunicato n 3 - il prigioniero aveva incominciato a fornire con
completa collaborazione.
Sar Adriana Faranda a parlare di una specie di contrasto tra lei e il rappresentante del Comitato esecutivo brigatista al momento di divulgare la lettera segreta indirizzata dal prigioniero al ministro Cossiga; se Moro aveva scritto nella convinzione che il testo della missiva non sarebbe stato reso pubblico, il recapito della lettera alla stampa avrebbe comportato l'ovvia conseguenza di irrigidire le posizioni e di rendere difficile, se non impossibile, la trattativa: Ci
sembrava assurdo e poco umano o leale, era un metodo poco corretto.
Ci rendemmo conto, dal tipo di risposta, che non c'era margine di discussione per modificare le decisioni prese dall'esecutivo secondo cui il processo doveva essere pubblico: le BR non erano minimamente interessate a quelle che loro definivano le manovre di potere interne allo schieramento. Rendere nota la lettera a Cossiga significava svelare - secondo loro - il metodo occulto della formazione delle decisioni che era costume della DC. Nonostante tutto, consegnammo le lettere. Un conto sono i disaccordi, un conto il rifiuto delle regole accettate.
L'atteggiamento politico e la stessa prassi operativa delle BR erano assai diversi da quelli adottati durante il sequestro Sossi, allorch i brigatisti erano arrivati ad avvicinare un esponente del mondo cattolico democristiano perch fungesse da tramite con il Vaticano nel tentativo di trovare un canale per la trattativa. Con il sequestro di Moro e l'annientamento degli agenti della sua scorta (quasi tutti finiti con il colpo di grazia), le BR avevano aperto una nuova fase
militare; il loro obiettivo non sembrava pi la trattativa con lo Stato, ma la pura propaganda della lotta armata e la destabilizzazione dell'ordinamento democratico. Lo stesso Comunicato n 3, infatti, polemizzava aspramente con alcune posizioni emerse all'interno dell'Autonomia operaia o di altri gruppi dell'ultrasinistra, e condannava
gli estremismi piagnucolosi di chi, intrappolato nella visione legalistica e piccolo-borghese della lotta di classe, si  gi arreso ed ha accettato la sconfitta.
La Polizia scientifica conferm subito l'autenticit del Comunicato BR n 3, dopo averlo confrontato con i due precedenti: i caratteri erano identici, e la stessa impostazione grafica, rimpaginazione, la tenuta dei margini, lascia ritenere che siano stati scritti da uno stesso dattilografo.
Per la lettera al ministro Cossiga, invece, la Polizia non esprimeva alcun parere ufficiale in quanto finora non  stata inviata alcuna scrittura autografa dell'autore; tuttavia, rilevando alcuni dettagli, si precisava: Le anomalie sono da attribuirsi a un particolare stato psico-motorio dell'autore, al quale potrebbe anche essere stato dettato il testo dello scritto; il sospetto avanzato dalla Scientifica gett benzina su un fuoco che stava gi divampando. Mentre si era ancora in attesa della conclusione della perizia, il presidente del Consiglio Andreotti annot: Quale che sia il responso dei periti, la condizione di Moro  tale da togliere in partenza validit morale agli scritti(8).

 Il Comunicato BR n 4 e la lettera a Zaccagnini.

Il 4 aprile, mentre alla Camera era in corso la discussione sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio Andreotti in risposta alle interrogazioni sul sequestro Moro, i brigatisti diffusero il loro Comunicato n 4, con acclusa una lettera di Moro al segretario della DC Benigno Zaccagnini, nonch il testo della Risoluzione della direzione strategica del febbraio 1978. I tre documenti vennero recapitati con le consuete modalit, previe telefonate ai quotidiani di Milano, Genova, Roma e Torino.
La Polizia scientifica rileva che il Comunicato n 4 presenta caratteristiche del tutto identiche a quelle riscontrate nei precedenti comunicati brigatisti; si notavano anche i soliti errori, stranamente presenti soltanto nella prima parte, quella sul processo in corso al presidente della DC. Nella lettera al segretario democristiano Zaccagnini, Moro indicava come unica soluzione possibile uno scambio di prigionieri, ma nel loro comunicato i brigatisti precisavano tuttavia che quella era la posizione del prigioniero e non delle BR, e denunciavano come manovre propagandistiche, strumentali, i tentativi del regime di far credere nostre ci che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti (i
misteriosi intermediari cui accennavano i terroristi rimarranno per sempre misteriosi).
Dopo la precedente lettera al ministro Cossiga, nella quale Moro sollecitava un preventivo passo della Santa sede, il Vaticano aveva discretamente manifestato disponibilit, ma le BR precisavano che non si poteva attribuire loro quanto aveva scritto Moro al ministro dell'Interno, e ribadivano un punto fermo della loro strategia: rifiutare ogni intermediario in coerenza con lo stato di guerra da loro stesse proclamato; a questo si aggiungeva l'esigenza brigatista di propagandare la lotta armata per costruire il Partito comunista combattente
e trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora disperso e disorganizzato, in una offensiva generale diretta da un disegno unitario.
Il testo della Risoluzione della direzione strategica, allegato al Comunicato n 4, era stato approvato in un summit durato due giorni e svoltosi nel febbraio 1978 in una villa di Velletri (la sede della direzione della colonna romana). Una bozza iniziale del documento, con la teoria dello stato imperialista delle multinazionali, era stata elaborata in carcere dal gruppo storico detenuto; il testo era poi stato approvato con una serie di modifiche e integrazioni proposte soprattutto dall'Esecutivo e dai vari fronti. L'analisi e l'impostazione dei brigatisti detenuti, che risentivano del difficile e scarso contatto con
l'esterno, era stata condivisa e completata con aggiunte che perlopi accentuavano la tendenza all'astrattezza e ne facevano una costruzione teorica funzionale al delitto politico e all'operazione in atto contro la democrazia italiana. La risoluzione affermava: Certo siamo noi a volere la guerra! Siamo anche consapevoli che la pratica della violenza rivoluzionaria spinge il nemico ad affrontarla, lo costringe a muoversi, a vivere sul terreno della guerra: anzi ci proponiamo di fare emergere, di stanare la controrivoluzione imperialista dalle piaghe della societ democratica dove in tempi migliori se ne stava comodamente nascosta!. La strategia, al di l del linguaggio, era quella del massimo ricorso alla violenza per provocare il massimo di reazione e di annullamento degli spazi democratici: consapevolmente o meno, un obiettivo funzionale alla strategia della tensione. Sui problemi organizzativi, la Risoluzione BR divergeva in qualche parte dal documento originario elaborato in carcere dai brigatisti storici, poich introduceva elementi diversi anche dalle precedenti
Risoluzioni, accentuando il carattere verticistico delle nuove BR e facendo dei vari fronti lo strumento privilegiato che centralizzava
l'assolvimento dei compiti di direzione politica a scapito della organizzazione imperniata sulle brigate e le colonne.
Nella lettera a Zaccagnini(9), Moro si rivolgeva ai maggiori
esponenti del partito democristiano perch si assumessero le responsabilit che sono ad un tempo individuali e collettive, e sollecitava la DC a muoversi prescindendo dagli altri partiti: Parlo innanzitutto del Partito comunista il quale, pur nella opportunit di affermare esigenze di fermezza, non pu dimenticare che il mio drammatico prelevamento  avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m'ero tanto adoperato a costruire; Moro sottolineava cos la ragione per la quale era stato sequestrato, cio la sua politica di intesa col PCI. L'accenno al suo drammatico prelevamento, contrastava con quanto scritto sul punto in precedenza al ministro Cossiga.
Nella lettera al segretario della DC, Moro cominciava col dolersi della situazione della sua famiglia, in estremo disagio senza di lui, e lo faceva per ben due volte: Essa ha il pi grande bisogno di me, scriveva; e pi avanti: Se non avessi una famiglia cos bisognosa di me, sarebbe un po' diverso. Una questione che ripeter con insistenza in molte delle lettere successive; forse, era un modo per giustificarsi, intuendo i limiti politici della proposta-soluzione che andava sostenendo - non a caso nella lettera si leggeva: Tener duro pu apparire pi appropriato. La ragion di Stato invocata nella lettera
riservata a Cossiga quale principale motivo di trattativa, non veniva pi menzionata, dopo che i brigatisti lo avevano tradito pubblicando la lettera.
Nell'argomentare la richiesta dello scambio di prigionieri tra 
due parti, Moro ricordava l'atteggiamento tenuto dagli altri Stati in analoghe occasioni, nonch la posizione che lui stesso, durante il sequestro Sossi, aveva espresso a Taviani e a Gui circa la legge contro i rapimenti; in merito alla validit di queste ragioni, Moro scriveva:
Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidit e senza avere subito alcuna coercizione della persona, ma poi aggiungeva, sfumando:
Tanta lucidit almeno, quanto pu averne chi  da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non pu avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verit mi sento anche un po' abbandonato da voi - un richiamo al condizionamento psicologico che era costretto a subire(10).
La lettera era stata probabilmente scritta il 31 marzo, e erano passati appunto 15 giorni da quando Moro viveva la sua situazione eccezionale:  quindi presumibile che, prima di divulgarla, si fosse svolta la riunione del Comitato esecutivo brigatista nel corso della quale era stato scritto il Comunicato n 4, diffuso insieme alla Risoluzione della direzione strategica.


Lettere di Moro alla moglie.

Il 6 aprile, alle ore 15,10, il postino delle BR telefon nell'abitazione di Franco Tritto, assistente universitario di Moro: su incarico del prigioniero, doveva recapitare una lettera direttamente alla signora Moro, e il brigatista comunic al professore dove ritirarla.
Poco dopo le ore 15,50 un uomo chiam l'abitazione della famiglia Moro in via del Forte Trionfale fingendosi Tritto e chiedendo di parlare con Eleonora Moro, ma all'apparecchio rispose il figlio Giovanni:
Non sono il dottor Tritto, sono delle BR. Fra poco un signore vi consegner una lettera. Se questa lettera non dovesse arrivare, vuol dire che  stata intercettata. Quindi fate di tutto per averla dalla persona che non vuol farla arrivare. Sono due fogli; Giovanni Moro rispose: Noi aspettiamo. La telefonata venne intercettata dalla DIGOS, e gli agenti al servizio di ascolto ne comunicarono subito il contenuto alla Questura e al magistrato.
Alle ore 16,00 Franco Tritto era in piazza Risorgimento, dove nel punto indicato dall'anonimo telefonista trov la busta; quindi si diresse a casa Moro per consegnare la lettera direttamente alla signora Eleonora.
Dati i tempi della telefonata, la Questura avrebbe potuto agevolmente intercettare la lettera. Del resto, non si comprende perch i brigatisti avessero chiamato casa Moro per annunciarne l'arrivo, mettendo cos la Polizia in condizione di intercettare la missiva: le BR sapevano bene che il telefono di casa Moro era ovviamente sotto controllo. Si tratt probabilmente di una deliberata manovra per provocare l'intervento della Polizia al fine di impedire la consegna della lettera di Moro alla sua famiglia: le BR sembravano essere a conoscenza dell'ultimo, tempestoso incontro tra i familiari e la segreteria nazionale della DC, e cercavano di esasperare il contrasto. Ma la Polizia aveva probabilmente ricevuto istruzioni per evitare di esacerbare i familiari del sequestrato - d'altronde, contrariamente a qualsiasi altro caso di sequestro, la Polizia giudiziaria era stata invitata a evitare rapporti diretti con i familiari del leader DC prigioniero delle BR, lasciandoli gestire esclusivamente all'autorit giudiziaria la quale, a sua volta, manteneva una condotta passiva per non interferire con l'autorit politica.
Il messaggio di Moro ai suoi familiari recapitato il 6 aprile non verr trovato tra le copie delle carte morotee sequestrate a Milano, nella base BR di via Monte Nevoso, n ve ne sar copia nella raccolta che la magistratura consegner alla Commissione parlamentare d'inchiesta.
La lettera era di due fogli manoscritti, ed era datata 7 aprile, forse considerando che sarebbe stata recapitata il giorno successivo.
Il testo della lettera era preceduto dalla frase: Sono intatto e in perfetta 7-4-1978 lucidit. Non  giusto dire che non so pi capace.
 assai strano che, intendendo riaffermare il pieno possesso delle proprie facolt, Moro lo facesse in modo cos sconclusionato(11). Nella lettera, inoltre, l'espressione scambi di prigionieri politici tra i quali sono anch'io induceva a ritenere che i brigatisti potessero avergli fatto credere che fossero stati catturati altri ostaggi, infatti in tutte le sue lettere Moro accennava sempre a prigionieri:
Liberazione di prigionieri di ambo le parti aveva scritto nella prima lettera a Zaccagnini;
nella lettera a Cossiga aveva scritto di sacrificio degli innocenti...
mentre un indiscutibile stato di necessit dovrebbe indurre a salvarli; nella seconda lettera a Zaccagnini ribadir scambio di alcuni prigionieri di guerra; alla moglie scriver di uno scambio di prigionieri come si pratica in tutte le guerre; e nella lettera al partito
uno scambio di prigionieri politici, espressione che ripeter nelle lettere a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Dell'Andro. Moro sembrava dunque convinto che vi fossero altri prigionieri, altre persone sequestrate dalle BR; il piano stabilito dal Comitato esecutivo brigatista prevedeva il sequestro anche dell'industriale Leopoldo Pirelli, quindi per le BR era scontato si dovesse parlare di scambio di prigionieri.
Scriveva Moro alla moglie: Ora si tratta di vedere che cosa ancora con la tua energia in pubblico e in privato, puoi fare, perch se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita. E nell'analizzare gli orientamenti delle forze politiche alla proposta di scambio di prigionieri politici, Moro suggeriva alla moglie le persone da incontrare, gli interventi da attivare per perorare la causa della sua liberazione; e consigliava anche: Si pu dire ad Ancora di lavorare con Berlinguer(12).
Il 7 aprile il quotidiano milanese Il Giorno pubblic in prima pagina la seguente lettera di Eleonora Moro: Gentile
Direttore, in questa situazione che non ci consente alcun
contatto, mi avvalgo della cortesia del suo giornale, sul quale mio marito ha tante volte scritto, per rivolgermi a lui, se mai sar possibile che egli ne sia informato, e rassicurarlo che tutti i componenti della famiglia sono uniti e in salute. Noi purtroppo non abbiamo alcun segno che conforti la nostra speranza del suo ritorno. Vorremmo, tuttavia, sapesse che gli siamo vicini, che viviamo con lui, attimo per attimo, le ore di questi lunghissimi giorni, che preghiamo con lui, che avendo nonostante tutto fiducia negli uomini crediamo sia ancora possibile, dopo tanto dolore, riabbracciarlo.
A sollecitare questo messaggio era stato proprio il presidente della DC, in una sua nuova lettera riservata alla moglie: Carissima Noretta, se gli uomini saranno ancora una volta buoni con me, dovrebbero pervenirti questo saluto caro e le connesse indicazioni, le quali sono date per la mia relativa tranquillit. Una risposta, se possibile, coprirebbe meglio l'inevitabile solitudine (almeno due righe di messaggio per il giornale). Ma se questo non  possibile, io mi consolo immaginando, ricordando, ripercorrendo gli itinerari, che ora si scoprono splendidi, della nostra vita, spesso tanto difficile, di ogni giorno. Vi abbraccio tutti e vi benedico. E voi pure fatelo con me, senza per turbarvi. La giovinezza ha il dono della fermezza e di un po' di alternativa. Io poso gli occhi dove tu sai e vorrei che non dovesse mai finire. Naturalmente nulla alla stampa o a chiunque di quel che scrivo. Aldo(13).
L'8 aprile Franco Tritto ricevette una nuova telefonata
anonima che lo invitava a recarsi in piazza Augusto Imperatore, dove era nascosta una busta da recapitare alla signora Eleonora Moro; ma gli agenti al servizio d'ascolto ne informarono subito la Questura, che invi personale della DIGOS sul luogo indicato. Cos la lettera fin nelle mani della Polizia, e Tritto al commissariato, dove venne identificato. Il sottosegretario all'Interno Nicola Lettieri si rec a Palazzo Chigi: venne informato da Andreotti della nuova lettera intercettata dalla Polizia, e fu incaricato di consegnarla personalmente alla moglie di Moro.
Nella nuova lettera alla moglie(14), Moro accennava al messaggio della famiglia pubblicato dal Giorno, e forniva indicazioni e suggerimenti sulle persone da vedere e sui contatti da attivare: E bene
avere l'assistenza discreta di Rana e Guerzoni... Converrebbe chiamare Cervone, Rosati, Dell'Andro e gli altri che Rana conosce, ed incitarli ad una dissociazione, ad una rottura dell'unit. Il fatto che i suoi carcerieri dessero al prigioniero solo notizie saltuarie e ritagli di stampa, era confermato da un passo della nuova missiva: Nel risvolto del Giorno ho visto con dolore ripreso dal solito Zizola
[il vaticanista Giancarlo Zizola, ndr] un riferimento all'Osservatore Romano; il vicedirettore del quotidiano della Santa sede, don Virgilio Levi, aveva scritto
sull'Osservatore Romano del 7 aprile:
L'uomo  costretto a dire cose che non pensa, o a pensare cose che, senza la violenta pressione di un carcere e di un processo arbitrario, non avrebbero mai ospitato il suo spirito. Riferendosi ai massimi dirigenti della DC, Moro replicava: Il mio sangue ricadr su di loro, quindi auspicava l'intervento del cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, per correggere il rifiuto del ricatto espresso da don Levi sull'Osservatore Romano. Il cardinale, visitata la famiglia Moro, port in Vaticano copia della lettera.
L'invettiva di Moro Il mio sangue ricadr su di loro venne pubblicata nel numero di OP del 18 aprile: come il direttore del settimanale Mino Pecorelli ne fosse venuto a conoscenza non si avr mai modo di appurarlo. In ogni caso, il presidente del Consiglio Andreotti annot nel suo diario che il ministro Cossiga deplorava OP per avere riportato quella frase. E nell'agenda di lavoro di Pecorelli, oltre a quelli di alcuni informatori qualificati e di dirigenti dei servizi 
segreti, verranno trovati annotati anche i nomi di due magistrati: Luciano Infelisi (alle date del 20 marzo, 22 marzo e 19 aprile), e Giovanni De Matteo (al 7 aprile, 8 aprile e 13 aprile 1978).


Il comunicato BR n 5 e lo scritto su Taviani.

Il 10 aprile, con la consueta tecnica delle telefonate alle redazioni dei quotidiani di Roma, Milano, Torino e Genova, le BR diffusero il loro Comunicato n 5.
Secondo il documento brigatista, l'interrogatorio del prigioniero proseguiva, e si stava appuntando sulle trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro Paese... L'informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti al tribunale del popolo, mentre confermiamo che tutto verr reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che sapr utilizzarlo opportunamente, anticipando tra le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale e incompleta che riguarda il terrorista di stato Emilio Taviani. Il fantasma da molti temuto, cio quello dei segreti democristiani che Moro avrebbe potuto rivelare alle BR, irruppe cos sullo scenario della vicenda.
Tanto pi che i brigatisti ribadivano: Nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosto al popolo.
Insieme al nuovo comunicato, le BR diffusero uno scritto di Moro che sembrava essere lo stralcio del verbale di un interrogatorio: lo scritto era un duro attacco rivolto a Paolo Emilio Taviani per avere questi smentito quanto Moro aveva scritto nella precedente lettera a Zaccagnini (e cio di aver espresso a Taviani le proprie idee in favore della trattativa durante il sequestro Sossi); ma vi si leggevano anche alcune frasi sul suo stato carcerario (Filtra fin qui la notizia di una smentita), quasi che Moro tenesse a sottolineare che gli arrivavano notizie filtrate e solo quelle che i suoi carcerieri intendevano fargli conoscere: L'on. Taviani ha smentito senza evidentemente provare disagio nel contestare la parola di un collega lontano, in condizioni difficili e con scarse e saltuarie comunicazioni, un passo che sembrava appunto sottolineare lo stato di isolamento dello scrivente;
e infatti, nel pieno delle argomentazioni polemiche contro Taviani, Moro precisava: Nei miei rilievi non c' niente di personale, ma sono sospinto dallo stato di necessit(15). La
lettera si concludeva menzionando i contatti diretti e fiduciari con il mondo americano, e con la domanda: Vi  forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca?: Moro adombrava la possibilit di essere vittima di una congiura internazionale, e il fatto che il ministro dell'Interno Cossiga potesse essere succube di consiglieri americani e tedeschi.


Processo nascosto al popolo.

Il 15 aprile le BR diffusero il loro Comunicato numero 6, col quale annunciarono la fine dell'interrogatorio e la sentenza: Aldo Moro  colpevole e perci viene condannato a morte. Una conclusione scontata: secondo Morucci, Faranda e altri capi brigatisti, quella condanna era il presupposto per poter chiedere la liberazione dei
prigionieri politici.
Il sesto comunicato delle BR conteneva un vero colpo di scena, contenuto in una frase che contraddiceva radicalmente quanto i
terroristi avevano scritto e ribadito in precedenza: Non ci sono segreti che riguardano la DC, non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare. Un'affermazione tanto pi assurda se si considera che nel prosieguo del comunicato erano le stesse BR ad affermare il contrario:
L'interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicit del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine pi sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omert che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l'intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi (nessuno si stupir) agli altri dei partiti loro complici.
Contrariamente a quanto avevano annunciato fin dal loro primo comunicato, dunque, e cio che tutto quanto riguardava il processo
a Moro sarebbe stato reso pubblico, le BR mutavano radicalmente rotta: condannavano a morte Moro, e affermavano che avrebbero reso pubbliche le informazioni fornite dal prigioniero - prima minimizzate, poi enfatizzate - solo attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestina... perch la stampa del regime  sempre al servizio del nemico di classe. Strano, dato che fino a quel momento le BR avevano affidato gli scritti di Moro e perfino i loro comunicati proprio a quella stampa del regime, e continueranno a farlo anche in futuro. Ed  un fatto che la diffusione di quelle informazioni attraverso la stampa e i mezzi clandestini delle organizzazioni combattenti
non avverr mai, bench nel comunicato di condanna a morte fosse scritto che Moro ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine pi sanguinose della storia degli ultimi anni. Di pi: Moro aveva rivelato ai brigatisti perfino un segreto di Stato di portata internazionale come la struttura paramilitare atlantica
Stay behind (GLADIO), un segreto in grado di provocare un vero e proprio terremoto politico. Ma le BR censurarono tutte le gravi rivelazioni di Moro. Perch? La risposta la conosce solo il capo della
operazione Moro, Mario Moretti.
Moretti monopolizz personalmente gli interrogatori di Moro: fu il solo brigatista a entrare nella cella-prigione per interrogare il prigioniero, nessuno degli altri carcerieri pot mai assistervi, nemmeno il fidatissimo Gallinari (che poteva entrare nella cella solo per accudire il prigioniero svolgendo le funzioni di secondino). Tutti gli interrogatori furono registrati, e secondo quanto riferir Azzolini vennero trascritti: infatti, quale membro dell'Esecutivo brigatista, Azzolini aveva potuto leggere alcune delle trascrizioni degli interrogatori registrati sulle bobine, dattiloscritti nella base-prigione, dove erano riportate sia le domande di chi interrogava, sia le risposte
di Moro (un documento che per non risulter incluso nel verbale dei reperti trovati in via Monte Nevoso).
Secondo quanto riferiranno Maccari e la Braghetti, il lavoro di trascrizione si era rivelato difficoltoso ed era stato fatto solo parzialmente, nella fase iniziale. Le cassette registrate se le portava via Moretti dalla base-prigione, e non arrivavano all'Esecutivo poich Bonisoli dichiarer che i membri del Comitato esecutivo, assenti agli
interrogatori, non avevano mai avuto modo di ascoltare i nastri con la viva voce di Moro (e ci, secondo Bonisoli, fu
un errore). Maccari riferir che anche i manoscritti originali di Moro se li portava via Moretti, il quale sosterr che le registrazioni sono state distrutte, successivamente. A proposito di tutta la documentazione sugli interrogatori di Moro gestita da Moretti, il generale Dalla Chiesa si dir molto dubbioso della loro effettiva distruzione, precisando: Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo.
Che il memoriale di Moro trovato nella base BR di via Monte Nevoso dai carabinieri del generale Dalla Chiesa nell'ottobre 1978
fosse relativo solo a una parte degli interrogatori cui era stato sottoposto il prigioniero lo confermer Valerio Morucci alla Corte d'assise d'appello: Da quanto si  saputo allora e da quanto risulta dalla lettura degli interrogatori trascritti e trovati in via Monte Nevoso, indipendentemente dalla loro completa fedelt rispetto alla registrazione, comunque certamente secondo me sono soltanto in parte le risposte che Aldo Moro ha dato alle domande che gli sono state poste all'interno del luogo dove era prigioniero... Moro si difese cercando di spiegare pazientemente che i meccanismi del potere erano pi complessi di quanto credessero le BR, che molti gangli sfuggivano persino a lui e che, soprattutto, non esisteva una linearit decisionale ed esecutiva. Argoment che la DC era un partito popolare e non sarebbe stato tale se avesse espresso gli interessi della borghesia capitalistica e del governo degli Stati Uniti - queste ultime questioni, infatti, non erano riportate nel memoriale. Circostanza confermata anche dalla Braghetti: Conclusa una nuova conversazione in cui mi sembra Moro spieg per filo e per segno le ragioni politiche della svolta del '63, Mario [Moretti] usc dalla cella stravolto. Moro gli aveva parlato dell'anima popolare della DC, sbott: era un insulto o una presa in giro?.
 certo che gli interrogatori del prigioniero furono tutti registrati: ma le relative bobine, certamente numerose, non sono mai state trovate, n sono mai stati trovati i manoscritti originali delle risposte di Moro a un elenco di domande (anch'esso rimasto ignoto) che -
secondo Maccari - Moretti consegn al prigioniero verso la met del sequestro, cio dopo che gli interrogatori registrati con Moretti si
erano esauriti. Secondo Bonisoli, la prima stesura del memoriale
era stata dattiloscritta nella base-prigione.
In pratica, il 15 aprile le BR condannarono a morte Aldo Moro e al tempo stesso decisero di occultare gli atti del processo cui era stato sottoposto. Quanto era stato scritto e continuamente ribadito nei vari comunicati BR - e cio che nulla doveva esserci di segreto, e che tutto sarebbe stato reso noto al popolo - venne negato con una sola mossa.
I leader brigatisti affermeranno a pi riprese che Moro fu trattato
con umanit, e che il presidente DC mantenne un atteggiamento collaborativo: altre buone ragioni per rendere integralmente pubblici quegli interrogatori, che invece vennero censurati, e gli originali delle registrazioni con le relative trascrizioni vennero fatti sparire.
Perch? Secondo l'ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, uomini dei servizi segreti avrebbero trattato con le BR per recuperare le carte degli interrogatori e garantirsi il silenzio dei terroristi.
 un dato di fatto che il silenzio sulla vicenda Moro, rigorosamente osservato da Moretti e Gallinari, ha avuto in cambio trattamenti penitenziari di favore per l'immediato, e probabilmente l'impegno di una futura amnistia.


Doppia segretezza.

La censura brigatista sulle dichiarazioni e rivelazioni di Moro  di tale gravit da ammantare di ambiguit tutta l'operazione avviata con la strage di via Fani e gli obiettivi politico-propagandistici delle BR.
Quindici anni dopo, l'ex capo brigatista Mario Moretti tenter di giustificare la macroscopica contraddizione ammettendo che Moro aveva rivelato molte cose, ma lo aveva fatto da democristiano, parlando in codice. Quando stende il memoriale ha in mente coloro che posseggono le chiavi del suo linguaggio, sanno di che parla; non pensa, credo, che io lo possa davvero capire. E infatti non lo capisco.
Ma se cos fosse stato, non si spiega perch Moretti avesse fatto recapitare alla stampa il polemico scritto di Moro su Taviani, anticipando cos brani delle confessioni del prigioniero, e poi avesse ritenuto prive di importanza le restanti confessioni del leader DC, di portata assai pi grave, sia nei riguardi di altri dirigenti democristiani
(come Andreotti, Fanfani e Cossiga), sia soprattutto nei confronti di apparati dello Stato come i servizi segreti; ed  ulteriormente assurdo che il capo delle BR abbia dunque avuto un occhio di riguardo proprio per i Servizi italiani, gi definiti nella Risoluzione della direzione strategica BR del febbraio 1978 i principali strumenti
dell'antiguerriglia e della controrivoluzione preventiva. Inoltre, il prigioniero veniva interrogato e processato da un Moretti al tempo stesso pubblico ministero e giudice il quale, di fronte a eventuali risposte non comprensibili, avrebbe avuto tutto l'agio di chiedere spiegazioni e chiarimenti.
Nel memoriale trovato dal generale Dalla Chiesa nella base brigatista di via Monte Nevoso nell'ottobre 1978, Moro scriveva che la cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalit, anche se fortunatamente non consegu il suo obiettivo, di rimettere l'Italia nei binari della normalit dopo le vicende del '68 ed il cosiddetto autunno caldo; tale strategia si era dipanata con la complicit dei servizi segreti stranieri e nostrani, e ancora non  stato compiutamente definito al processo per la strage di piazza Fontana, il ruolo preminente del SID e quello pure esistente delle forze di polizia, ma che queste implicazioni ci siano, non c' dubbio. Moro si inoltrava con molta prudenza sul terreno delle responsabilit; riteneva comunque
fondato fare riferimento ad alcuni settori del servizio di sicurezza
(ovviamente collegato all'estero). Il memoriale moroteo non mancava di denunciare l'inquinamento fascista nel SID e il suo utilizzo.
A proposito della riforma dei servizi segreti varata nel 1977, Moro metteva in guardia: la nuova legge dava al presidente del Consiglio un potere enorme, all'interno e all'estero, di fronte al quale i dossier del SIFAR di De Lorenzo francamente impallidiscono. Parlava dei Servizi come di uno strumento di importanza determinante nella vita dello Stato, e avvertiva di tenere in conto l'esperienza del passato e l'inquinamento del trentennio che deprechiamo. E, sempre a proposito della strategia della tensione, aggiungeva la sua convinzione che gli interessi in gioco e gli interventi in atto fossero pi stranieri che italiani, anche se la tecnica di lavoro di queste centrali rende molto difficile avere prove certe delle connivenze anche a chi fosse abbastanza addentrato alle cose. Infine, il presidente DC consegnava ai suoi inquisitori una frase sibillina: Certo, un intrigo difficile da districare, le chiavi presumibilmente si trovano in qualche organizzazione specializzata, probabilmente di l del confine.
Queste dichiarazioni del 1978 - quando ancora non erano emerse le altre clamorose deviazioni dei servizi segreti che seguiranno la scoperta della Loggia segreta P2 (maggio 1981) - erano in tutta evidenza assai gravi e importanti; fra l'altro, confermavano indirettamente gli indirizzi contenuti nel Field Manual, il vademecum preciso e circostanziato dei servizi segreti USA approntato per bloccare la
minaccia comunista nei Paesi alleati. Pur con grande cautela, quasi con timore, Moro parlava delle ingerenze americane nella politica italiana, dei responsabili della politica estera americana verso l'Italia,
dei vari ambasciatori americani a Roma, e del Segretario di Stato Kissinger, che per realismo continua a puntare sulla DC, ma su una nuova, giovane, tecnologicamente attrezzata, e non pi su quella tradizionale poco sofisticata alla quale io appartenevo; la descrizione morotea era dettagliata: Cominciarono a frequentare sistematicamente l'ambasciata
giovani parlamentari (io so ad esempio di Borruso e Segni; non immagino che il De Carolis, Rossi ed altri fossero volentieri accettati). Insomma si ebbe qui, non per iniziativa dell'ambasciatore, ma dello stesso Dipartimento di Stato, un mutamento di rapporti, che prefigurava un'Italia, che tra l'altro parla inglese, pi omogenea a un mondo pi sofisticato e per cos dire pi internazionale che si era andato profilando.
Per ammissione degli stessi brigatisti, Moro aveva avuto l'acume politico di capire lo scopo per cui era stato sequestrato, e quindi, durante gli interrogatori, non c'era stato nessun suggeritore, e secondo Bonisoli non ci sono state imposizioni a scrivere cose che non riteneva di scrivere. Moro parlava del prestito di due miliardi concesso dal bancarottiere Michele Sindona alla DC, dietro una ricompensa tangibile e significativa ottenuta attraverso Fanfani e Andreotti con la nomina di Barone al Banco di Napoli. Secondo il presidente DC, Andreotti era un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza mai un momento di piet umana. Moro concludeva il suo memoriale con un ringraziamento alle BR per la salvezza della vita e la restituzione della libert, la constatazione della propria incompatibilit con il partito della Democrazia cristiana, la sua rinuncia a tutte le cariche, e la richiesta di far parte del Gruppo misto della Camera - una indubbia vittoria politica delle BR. E tuttavia, il vertice brigatista nascose le gravi parole di Moro non solo alla stampa di regime, ma anche alla pur ventilata divulgazione clandestina.
Perch?
Renato Curcio, il capo storico delle BR, dopo avere letto in carcere il testo del memoriale moroteo pubblicato dalla stampa nell'ottobre del 1978, dir che in esso c'erano tante cose da sviluppare, da pubblicare, e che il segreto su quelle dichiarazioni  soltanto interesse dei servizi segreti. Secondo alcuni capi brigatisti, la decisione di mantenere segreto il memoriale  attribuibile a un errore di valutazione: le BR non avrebbero compreso il significato e la portata reale delle cose dette e scritte da Moro.
Mario Moretti ha definito gli interrogatori del presidente della DC delle conversazioni: In queste nostre conversazioni c'erano l'espressione di due punti di vista radicalmente diversi, e in sostanza
- secondo l'ex capo brigatista - i memoriali resi pubblici nell'ottobre
1978 corrispondevano a quelli scritti dal prigioniero, anche
se qualcosa di ci che Moro ha scritto  stato imboscato successivamente dai servizi segreti(16).
Cosa era stato imboscato e perch? Le risposte si faranno pi vicine anni dopo, nel 1990, quando nella ex base brigatista di via Monte Nevoso, a Milano, verr trovato un nuovo memoriale di Moro, dai contenuti ancora pi gravi ed esplosivi, tali da rendere ulteriormente grave e enigmatica la decisione delle BR di non divulgare le
confessioni del presidente DC.
Moretti continuer a sostenere la risibile giustificazione di non avere ben compreso le parole di Moro in quanto privo delle chiavi di lettura per valutare quelle rivelazioni. Moro parla in cifra, annega le cose concrete in un oceano di genericit. GLADIO, ad esempio lo noti ora, quindici anni dopo, quando ne hanno parlato Andreotti e Cossiga. Ma delle due l'una: o Moretti mente (e non sarebbe certo la prima volta), oppure implicitamente ammette che le domande cui Moro rispondeva con il memoriale non erano state scritte da lui ma da altri (confermando cos l'ipotesi del giudice Mastelloni circa la dipendenza di Moretti da una struttura superiore). Infatti Moro, a proposito di GLADIO, aveva scritto: La domanda, cui si risponde, tende a prospettare un'evoluzione della NATO che tenderebbe a volgersi verso una strategia antiguerriglia; dunque chi aveva formulato la domanda voleva precisamente conoscere la strategia antiguerriglia della NATO, un segreto di Stato alquanto grave, di cui Moro riferiva in termini sfumati ma esatti. Con la loro censura, le BR si sostituirono in pratica ai servizi segreti nel salvaguardare un segreto militare delloStato e della NATO.
Poco dopo la strage di via Fani, le autorit della NATO avevano diffuso un comunicato nel quale si dichiarava che Moro non era a conoscenza di alcun importante segreto militare dell'Alleanza atlantica, ma come riferir l'ammiraglio Martini, all'epoca vicedirettore del SISMI, si trattava di un banale espediente di controinformazione(17).
Quel comunicato era stato smentito dallo stesso Moro nella lettera al ministro Cossiga, l dove lo scrivente richiamava la ragione di Stato
e chiedeva di considerare la sua particolare condizione: Io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che pu essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilit che derivano dalla lunga
esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Moro aveva scritto quella lettera a Cossiga dopo avere concordato con Moretti che essa sarebbe rimasta riservata, invece i brigatisti - ligi al loro programmatico niente deve essere nascosto al popolo - l'avevano subito resa pubblica allegandola al loro terzo comunicato, aperto con l'annuncio che l'interrogatorio prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. La ragion di Stato che Moro invocava proprio a giustificazione della sua richiesta di trattativa, per Moretti era stato il mezzo per fare sapere che le BR controllavano un doppio ostaggio: Moro, e i segreti di Stato di cui era a conoscenza.
L'ipotesi del doppio ostaggio verr approfondita dal presidente della Commissione stragi, senatore Giovanni Pellegrino, con la relazione del 27 luglio 1999 nella quale avvalora l'ipotesi che le carte degli interrogatori abbiano interessato intelligence straniere e che il recupero di quelle carte sia stato affidato a (o assunto da) una intelligence alleata. L'interesse dei Servizi italiani e alleati di recuperare le bobine e gli scritti di Moro prima della loro divulgazione derivava da possibili rivelazioni di segreti di Stato e dell'Alleanza atlantica dei quali Moro era certamente a conoscenza.
Significativa era stata la divulgazione, il 10 aprile 1978, del brano del polemico scritto moroteo contro Paolo Emilio Taviani (l'artefice degli accordi segreti che avevano originato la struttura paramilitare segreta GLADIO): tra i pi diversi e importanti incarichi ministeriali ricoperti dal personaggio, Moro segnalava per la loro importanza il ministero della Difesa e quello dell'Interno, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi, centri di potere e diramazioni segrete che essi comportano... In entrambi i delicati posti ricoperti
[Taviani] ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano.
Vi  forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca?. Con questa domanda conclusiva, Moro richiamava l'ingerenza di forze internazionali nella sua vicenda, cercando di evidenziare ai brigatisti come vi fossero altre entit che lo volevano morto. Il brano su Taviani venne allegato al Comunicato BR n 5, che si concludeva cos: La posizione della nostra organizzazione  sempre stata e rimane: NESSUNA TRATTATIVA SEGRETA, NIENTE
DEVE ESSERE NASCOSTO AL POPOLO.  forse a quel punto che l'attivit dell'intelligence alleata per acquisire le carte di Moro prima che venissero divulgate divent frenetica.
Durante il sequestro si verificarono due strani episodi attinenti a documenti relativi a segreti di Stato: uno lo riveler Fulvio Martini, ex direttore del SISMI, il quale nell'aprile del 1978 scopr che dalla
cassaforte del ministro della Difesa era scomparso un documento relativo al passaggio di consegne sull'organizzazione segreta GLADIO
tra il precedente ministro Vito Lattanzio e il nuovo ministro Attilio Ruffini; la scoperta avvenne mentre Martini stava conducendo una inchiesta su incarico del governo per accertare quali segreti di Stato Moro avrebbe potuto rivelare alle BR(18). Dell'altro episodio, contestuale al primo, scrisse il giornalista Mario Scialoja su L'Espresso, e ne rifer prima alla magistratura e poi alla Commissione stragi: Moro aveva ricevuto durante il suo sequestro dei documenti, perch durante gli interrogatori delle BR aveva parlato di certi argomenti.
Aveva ricevuto dei documenti che aveva indicato ai suoi collaboratori-assistenti e che aveva nel suo studio di via Savoia. Su sua indicazione, questi documenti erano stati consegnati alle BR. Quando il ministro Cossiga apprese la notizia innanzitutto si arrabbi moltissimo, perch Moro aveva dei documenti riservati nel suo studio di via Savoia, poi si allarm al punto da interpellare degli esperti militari per sapere se quei documenti erano cos importanti da determinare un cambiamento di strategia nei confronti delle BR. A
informare il giornalista Scialoja sarebbe stato uno dei consulenti del ministro dell'Interno.
Stranamente, proprio quando i servizi segreti della NATO si erano attivati per recuperare le carte degli interrogatori e coprire le eventuali rivelazioni di Moro, le BR dichiararono concluso il processo
al prigioniero e ne sentenziarono la condanna a morte; ma con un vero e proprio colpo di scena, decisero di non rendere pubblici i suoi interrogatori, cos come volevano i servizi segreti. Probabilmente, apparati dello Stato e BR stipularono un patto del silenzio.

Note.
1. Cfr. il testo del Piano di rinascita della P2 in Mario Guarino, Fratello P2 1816, Kaos edizioni 2001, pagg. 13-46.
2. L'inchiesta giudiziaria sul duplice delitto si chiuder dopo oltre 22 anni lasciando impuniti, per mancanza di prove, esecutori e mandanti, sebbene in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli indagati Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci (decreto del Gip del Tribunale di Milano Clementina Forleo, 6 dicembre 2000). Il coinvolgimento di
Massimo Carminati, legato alla componente piduista dei servizi segreti, potrebbe spiegare i depistaggi e le notevoli difficolt frapposte all'inchiesta.
3. Secondo i collaboratori di Radio Onda Rossa, il Comunicato BR n 3 era nello stesso luogo in cui i brigatisti avevano lasciato, qualche giorno prima, quello numero
2: un cestino dei rifiuti in via dei Volsci (Relazione della Direzione nazionale di PS alla CM, pag. 15).
4. Si  visto come la censura brigatista avesse impedito il recapito della lettera di Moro a sua moglie datata 27 marzo, dove il presidente DC scriveva tra l'altro: Intuisco che altri sono nel dolore. Intuisco, ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione.
5. Ecco il testo integrale della lettera di Moro a Cossiga:
A Francesco Cossiga ministro dell'Interno. Caro Francesco, mentre t'indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilit (che ovviamente rispetto) alcune lucide considerazioni.
Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Bench non sappia nulla n del modo n di quanto  accaduto dopo il mio prelevamento,  fuori
discussione - mi  stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della DC, ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilit (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre pi stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perch tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare quindi sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verit siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed  il nostro operato collettivo che  sotto accusa e di cui devo rispondere. Nelle circostanze sopra descritte entra in gioco, al di l di ogni considerazione umanitaria che pure non si pu ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che pu essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilit che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile gi nei casi comuni, dove il danno del rapito  estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalit, mentre un indiscutibile stato di necessit dovrebbe indurre a salvarli,  inammissibile. Tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perch non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un'alta personalit che significa qualcosa nella vita dello Stato. Ritornando un momento indietro sul comportamento degli Stati, ricorder gli scambi tra Breznev e Pinochet, i molteplici scambi di spie, l'espulsione dei dissenzienti dal territorio sovietico.
Capisco che un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che pu venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l'emotivit e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?)
potrebbe essere utile. Converr che tenga d'intesa con il presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilit sarebbe una astrattezza ed un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose. I pi affettuosi saluti. Aldo Moro.
6. G. Andreotti, OP. cit., pagg. 197-98.
7. Il Popolo, 31 marzo 1978.
8. G. Andreotti, OP. cit., pag. 197.
9. Ecco il testo della lettera a Zaccagnini:
A Benigno Zaccagnini, segretario politico della Democrazia Cristiana. Caro Zaccagnini, Scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti, Cossiga, ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilit, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della DC alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non  difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un cos tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la DC, la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito comunista, il quale, pur nella opportunit di affermare esigenze di fermezza, non pu dimenticare che il mio drammatico prelevamento  avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m'ero tanto adoperato a costituire. E peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il pi grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine  doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al di sotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui. Questo  tutto il passato. Il presente  che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il
tempo corre veloce e non ce n' purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi. Si discute qui, non in astratto diritto (bench vi siano le norme sullo stato di necessit), ma sul piano dell'opportunit umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro pu apparire pi appropriato, ma una qualche concessione  non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la DC che, nella sua sensibilit ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni pi difficili. Se cos non sar, l'avrete voluto e, lo dico senza animosit, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincer un altro ciclo pi terribile e parimenti senza sbocco. Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidit e senza avere subito alcuna coercizione della persona; tanta lucidit almeno, quanta pu averne chi  da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non pu avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verit mi sento anche un po' abbandonato da voi. Del resto queste idee gi espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. Fatto il mio dovere d'informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia cos bisognosa di me, sarebbe un po' diverso. Ma cos ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la DC avendo dato sempre con generosit. Che Iddio v'illumini e lo faccia presto, com' necessario. Affettuosi saluti, Aldo Moro.
10. Il magistrato Carlo Moro, fratello del presidente DC, ha rilevato in proposito: A
parte la singolarit di lamentare, in una situazione esistenziale come quella in cui si trovava, solo la mancanza di consolazione, appare strano che, per dare pi forza al suo discorso, mio fratello non abbia usato un termine pi chiaro di quello: dico questo, malgrado tutto, in piena lucidit. Cfr. relazione di Carlo Moro sulle lettere di Aldo Moro alla Commissione parlamentare d'inchiesta; CM, vol. 122, pag. 538.
11. Osserver in proposito Carlo Moro: Appare incredibile che in una frase sovrapposta e che doveva assicurare la famiglia della integrit delle proprie facolt - e quindi della affidabilit delle istruzioni che con la lettera si devono intendere - sia stato prima effettuato e poi non corretto un cos macroscopico errore. E anche da sottolineare che questo  l'unico errore di scrittura in tante lettere e che la stessa lettera in cui l'errore  inserito aveva cancellazioni e correzioni (ibidem, pag. 546).
12. Il testo della lettera di Moro alla moglie:
Sono intatto e in perfetta 7-4-1978 lucidit. Non  giusto dire che non so pi capace. Urge Mia carissima Noretta, questi fogli che ti accludo sono tutti, a loro modo, importanti e li dovrai leggere perci con la dovuta attenzione. Ma  questo quello pi urgente ed importante, perch riguarda la mia condizione che va facendosi sempre pi precaria e difficile per l'irrigidimento totale delle forze politiche ad un qualche inizio di discorso su scambi di prigionieri politici, tra i quali sono anch'io. Non so se tu hai visto bene i miei due messaggi (altrimenti li puoi chiedere subito a Guerzoni).  da quelli che bisogna partire, per mettere in moto un movimento umanitario, oggi nelle Camere assolutamente assente malgrado le loro tradizioni. Solo Saragat ed un po' i socialisti hanno avuto qualche debole cenno a motivi umanitari. Degli altri nessuno ed in ispecie la DC cui avevo scritto nella persona di Zaccagnini e di altri esponenti: ricordando tra l'altro a Zaccagnini che egli mi volle (per i suoi comodi) a questo odiato incarico, sottraendomi alle cure del piccolo che presentivo di non dovere abbandonare.
Son giunto a dirgli che egli moralmente avrebbe dovuto essere al mio posto. La risposta  stata il nulla. Ora si tratta di vedere che cosa ancora con la tua energia, in pubblico ed in privato, puoi fare, perch se questo blocco non comincia a sgretolarsi un poco, ne va della mia vita. E cio di voi tutti, carissimi, e dell'amato piccolo. Sarebbe per me una tragedia morire abbandonandolo. Si pu fare qualche cosa presso: Partiti
(specie DC, la pi debole e cattiva), i movimenti femminili e giovanili, i movimenti culturali e religiosi. Bisogna vedere varie persone; specie Leone, Zaccagnini, Galloni, Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti (vorr poco impegnarsi) e
Cossiga. Si pu dire ad Ancora di lavorare con Berlinguer: i comunisti sono stati durissimi, essendo essi in ballo la prima volta come partito di governo. Il Vaticano va ancora sollecitato anche per le diverse correnti interne, si deve chiedere che insista sul Governo italiano.
Tempi di Pio XII che contendeva ai Tedeschi il giovane Prof. Vassalli, condannato a morte. Si dovr ritentare. E poi vedi tu nelle direzioni possibili con il meglio di te. 
un estremo tentativo. Tieni presente che nella maggior parte degli stati, quando vi sono ostaggi, si cede alla necessit e si adottano criteri umanitari. Questi prigionieri scambiati vanno all'estero e quindi si realizza una certa distensione. Che giova tenerli qui se non per un'astratta ragione di giustizia, con seguiti penosi per tutti e senza che la sicurezza dello Stato sia migliorata? Ma vedi tu se puoi coinvolgere rapidamente.
La mia pena  Luca. Lo amo e lo temo senza di me. Sar il dolore pi grande. Forse non si deve essere, neppur poco, felici. Ti abbraccio forte, Aldo.
13.  difficile comprendere il nesso con la restante parte della lettera della frase la giovinezza ha il dono della fermezza e di un po' di alternativa: sembra un'espressione da decifrare, anche perch fermezza e alternativa sono in tutta evidenza termini fra loro in contrasto. Il testo di questa lettera non perverr alla magistratura, e rester per lungo tempo sconosciuto, forse proprio in ottemperanza all'indicazione nulla a chiunque di quel che scrivo.
14. La lettera di Moro alla moglie:
Qualche concetto pi toccante della lettera potresti dare in dichiarazioni Segreto RaiTv (Guerzoni). Mia carissima Noretta, anche se il contenuto della tua lettera al
Giorno non recasse motivi di speranza (n io pensavo che li avrebbe recati), essa mi ha fatto un bene immenso, dandomi conferma nel mio dolore di un amore che resta fermo in tutti voi e mi accompagna e mi accompagner per il mio Calvario. A tutti dunque il ringraziamento pi vivo, il bacio pi sentito, l'amore pi grande. Mi dispiace, mia carissima, di essermi trovato a darti questa aggiunta d'impegno e di sofferenza. Ma credo che anche tu, bench sfiduciata, non mi avresti perdonato di non averti chiesto una cosa che  forse un inutile atto di amore, ma  un atto di amore. Ed ora, pur in questi limiti, dovrei darti qualche indicazione per quanto riguarda il tuo tenero compito. 
bene avere l'assistenza discreta di Rana e Guerzoni. Mi pare che siano rimasti taciti i gruppi parlamentari, e in essi i migliori amici, forse intimiditi dal timore di rompere un fronte di autorit e di rigore. Ed invece bisogna avere il coraggio di rompere questa unanimit fittizia, come tante volte  accaduto. Quello che  stupefacente  che in pochi minuti il Governo abbia creduto di valutare il significato e le implicazioni di un fatto di tanto rilievo ed abbia elaborato in gran fretta e con superficialit una linea dura che non ha pi scalfito: si trattava in fondo di uno scambio di prigionieri come si pratica in tutte le guerre (e questa in fondo lo ) con la esclusione dei prigionieri liberati dal territorio nazionale. Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l'Italia. La faccia  salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine Compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici. Converrebbe chiamare Cervone, Rosati, Dell'Andro e gli altri che Rana conosce e incitarli ad una dissociazione, ad una rottura dell'unit.  l'unica cosa che i nostri capi temono. Del resto non si curano di niente.
La dissociazione dovrebbe essere pacata e ferma insieme. Essi non si rendono conto quanti guai verranno dopo e che questo  il meglio, il minor male almeno. Tutto questo andrebbe fatto presto, perch i tempi stringono. Degli incontri che riuscirai ad avere, se riuscirai, sar bene dare notizia con qualche dichiarazione. Occorre del pubblico oltre che del privato. Su questo fatti guidare da Guerzoni. Nel risvolto del Giorno
ho visto con dolore ripresa dal solito Zizola un riferimento all'Osservatore Romano
(Levi). In sostanza: no al ricatto. Con ci la S. Sede, espressa da questo sig.
Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto.  una cosa orribile, indegna della S. Sede. L'espulsione dallo Stato  praticata in tanti casi, anche nella Unione Sovietica, e non
si vede perch qui dovrebbe essere sostituita dalle stragi di Stato. Non so se Poletti pu rettificare questa enormit in contraddizione con altri modi di comportarsi della S. Sede. Con queste tesi si avalla il peggior rigore comunista ed a servizio dell'unicit del comunismo.  incredibile a quale punto sia giunta la confusione delle lingue. Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa pi saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si  trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attivit politica.
Nessuno si  pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo?
E Zaccagnini? Come pu rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadr su di loro. Ma non  di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amer sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mi avete dato nella vita, del piccolo che amavo guardare e cercher di guardare fino all'ultimo. Avessi almeno le vostre mani, le vostre foto, i vostri baci. I democratici cristiani (e Levi dell'Osservatore) mi tolgono anche questo. Che male pu venire da tutto questo male? Ti abbraccio, ti stringo, carissima Noretta e tu fai lo stesso con tutti e con il medesimo animo. Davvero Anna si  fatta vedere? Che Iddio la benedica. Vi abbraccio. Aldo.
15. Ecco il testo della lettera di Moro su Taviani:
Filtra fin qui la notizia di una smentita opposta dall'on.
Taviani alla mia affermazione, del resto incidentale,
contenuta nel mio secondo messaggio e cio che delle mie idee in materia di scambio di prigionieri (nelle circostanze delle quali ora si tratta) e di modo di disciplinare i rapimenti avrei fatto parola, rispettivamente, all'on. Taviani ed all'on. Gui (oggi entrambi Senatori). L'on. Gui ha correttamente confermato; l'on.
Taviani ha smentito, senza evidentemente provare disagio nel contestare la parola di un collega lontano, in condizioni difficili e con scarse e saltuarie comunicazioni. Perch poi la smentita? Non c' che una spiegazione, per eccesso di zelo cio, per il rischio di non essere in questa circostanza in prima fila nel difendere lo Stato. Intanto quello che ho detto  vero e posso precisare allo smemorato Taviani (smemorato non solo per questo) che io gliene ho parlato nel corso di una direzione abbastanza agitata tenuta nella sua sede dell'Eur proprio nei giorni nei quali avvenivano i fatti dai quali ho tratto spunto per il mio occasionale riferimento. E non ho aggiunto, perch mi sarebbe parso estremamente indiscreto riferire l'opinione dell'interlocutore (non l'ho fatto nemmeno per l'on. Gui), qual era l'opinione in proposito che veniva opposta in confronto di quella che, secondo il mio costume, facevo pacatamente valere. Ma perch l'on. Taviani, pronto a smentire il fatto obiettivo della mia opinione, non si allarmi nel timore che io voglia presentarlo come se avesse il mio stesso pensiero, mi affretter a dire che Taviani la pensava diversamente da me, come tanti anche oggi la pensano diversamente da me ed allo stesso modo di Taviani. Essi, Taviani in testa, sono convinti che sia questo il solo modo per difendere l'autorit ed il potere dello Stato in momenti come questi. Fanno riferimento ad esempi stranieri? O hanno avuto suggerimenti?
Ed io invece ho detto sin d'allora riservatamente al Ministro ed ho ora ripetuto ed ampliato una valutazione per la quale in fatti come questi, che sono di autentica guerriglia (almeno cio guerriglia), non ci si pu comportare come ci si comporta con la delinquenza comune, per la quale del resto all'unanimit il Parlamento ha introdotto correttivi che riteneva indifferibili per ragioni di umanit. Nel caso che ora ci occupa si trattava d'immaginare, con opportune garanzie, di porre il tema di uno scambio di prigionieri politici (terminologia ostica, ma corrispondente alla realt) con l'effetto di salvare altre vite umane innocenti, di dare umanamente un respiro a dei combattenti, anche se sono al di l della barricata, di realizzare un minimo di sosta, di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza, se  sempre impegnato in un duello processuale defatigante, pesante per chi lo subisce, ma anche non utile alla funzionalit dello Stato. C' insomma un complesso di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza fare all'istante un blocco impermeabile, nel quale non entrino nemmeno in parte quelle ragioni di umanit e di saggezza che popoli civilissimi del mondo hanno sentito in circostanze dolorosamente analoghe e che li hanno indotti a quel tanto di ragionevole flessibilit, cui l'Italia si rifiuta, dimenticando di non essere certo lo Stato pi ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di Paesi come USA, Israele, Germania (non quella per di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanit.
L'inopinata uscita del sen. Taviani, ancora in questo momento per me incomprensibile e comunque da me giudicata, nelle condizioni in cui mi trovo, irrispettosa e provocatoria, m'induce a valutare un momento questo personaggio di pi che trentennale appartenenza alla DC. Nei miei rilievi non c' niente di personale, ma sono sospinto dallo stato di necessit. Quel che rilevo, espressione di un malcostume democristiano che dovrebbe essere corretto tutto nell'avviato rinnovamento del partito,  la rigorosa catalogazione di corrente. Di questa appartenenza Taviani  stato una vivente dimostrazione con virate cos brusche e immotivate da lasciare stupefatti. Di matrice cattolico-democratica Taviani  andato in giro per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza, una grande larghezza di mezzi ed una certa spregiudicatezza.
Uscito io dalle file dorotee dopo il '68, avevo avuto chiaro sentore che Taviani mi aspettasse a quel passo, per dar vita ad una formazione pi robusta ed equilibrata, la quale, pur su posizioni diverse, potesse essere utile al migliore assetto della DC. Attesi invano un appuntamento che mi era stato dato e poi altri ancora, finch constatai che l'assetto ricercato e conseguito era stato diverso e opposto. Erano i tempi in cui
Taviani parlava di un appoggio tutto a destra, di un'intesa con il Movimento Sociale come formula risolutiva della crisi italiana. E noi, che da anni lo ascoltavamo proporre altre cose, lo guardavamo stupiti, anche perch il partito della DC da tempo aveva bloccato anche le pi modeste forme d'intesa con quel partito. Ma, mosso poi da realismo politico, l'on. Taviani si convinse che la salvezza non poteva venire che da uno spostamento verso il partito comunista. Ma al tempo in cui avvenne l'ultima elezione del Presidente della Repubblica, il terrore del valore contaminante dei voti comunisti sulla mia persona (estranea, come sempre, alle contese) indusse lui e qualche altro personaggio del mio Partito ad una sorta di quotidiana lotta all'uomo, fastidiosa per l'aspetto personale che pareva avere, tale da far sospettare eventuali interferenze di ambienti americani, perfettamente inutile, perch non vi era nessun accanito aspirante alla successione in colui che si voleva combattere. Nella sua lunga carriera politica, che poi ha abbandonato di colpo senza una plausibile spiegazione, salvo che non sia per riservarsi a pi alte responsabilit, Taviani ha ricoperto, dopo anche un breve periodo di Segretario del Partito, senza per successo, i pi diversi ed importanti incarichi ministeriali. A questo proposito si pu ricordare che l'Amm. Henke, divenuto Capo del SID e poi Capo di Stato Maggiore della Difesa, era un suo uomo che aveva a lungo collaborato con lui. L'importanza e la delicatezza dei molteplici uffici ricoperti pu spiegare il peso che egli ha avuto nel partito e nella politica italiana, fino a quando  sembrato uscire di scena. In entrambi i delicati posti ricoperti ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi  forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca? Aldo Moro.
16. Colloquio dell'Autore con Moretti nel carcere di Novara, gennaio 1985.
17. G. Fasanella e C. Sestieri con G. Pellegrino, OP. cit., pag 168.
18. Cfr. Corriere della Sera, 1 marzo 2001.
 
CAPITOLO IX.
OMISSIONI E PROVOCAZIONI.


Lo strano covo di Mario Borghi.

L'appartamento-covo BR di via Gradoli 96, a Roma (un bilocale con cucina e bagno, al 2 piano della scala A, interno 11), era stato scelto dal capo brigatista Mario Moretti nel dicembre 1975, quando le BR avevano cominciato a costituire la colonna romana dell'organizzazione.
In quell'appartamento era stata insediata la base operativa delle BR nella capitale.
L'ingegnere della IBM Giancarlo Ferrer - proprietario dell'appartamento insieme alla moglie Luciana Bozzi - confermer di averlo affittato al signor Mario Borghi nel dicembre del 1975. Il contratto d'affitto, manoscritto dal Ferrer, era stato firmato solo da sua moglie (bench l'appartamento fosse intestato a entrambi), era privo di data di stipula e di decorrenza, e non era stato registrato, neppure quando tale registrazione era diventata un obbligo tassativo stabilito dalla legge antiterrorismo. Il capo brigatista utilizzava anche il box-auto nel garage di via
Gradoli 75 di propriet dei coniugi Ferrer, ma questo nel contratto d'affitto non risultava. N i locatori saranno in grado di dimostrare quanto l'inquilino Borghi-Moretti pagasse di canone d'affitto, e neppure se lo pagasse regolarmente.
Il civico 96 di via Gradoli era formato da due palazzine di 4 piani, ciascuna con due scale (A e B). Privi di portineria, i due edifici erano denominati in base alla societ costruttrice: uno IMICO (Immobiliare italiana costruzioni), l'altro SOCOAP (Societ costruzioni appartamenti).
L'appartamento affittato dai coniugi Ferrer al capo brigatista
Moretti-Borghi era situato al 2 piano della palazzina IMICO. Una palazzina molto singolare: nella primavera del 1978, dei 66 appartamenti che la formavano, costruiti dalla IMICO, ben 24 risultavano di propriet delle societ immobiliari Monte Valle Verde srl, Caseroma srl, e Gradoli spa, nei cui organismi societari erano presenti vari fiduciari dei servizi segreti. Come, per esempio, Gianfranco Bonori, membro del collegio sindacale della societ immobiliare Gradoli
(fondata dalla FIDREV, la fiduciaria del SISDE che compilava i bilanci fittizi per conto del Servizio da presentare in Tribunale); successivamente Bonori diventer il principale fiduciario per l'amministrazione dei beni del SISDE(1).
A Roma e circondario si contavano pi di un milione di abitazioni: ma le BR morettiane avevano insediato il covo-base della operazione Moro proprio in via Gradoli 96, in un appartamento letteralmente circondato da appartamenti la cui propriet era controllata da fiduciari del servizio segreto del Viminale(2).
La stessa via Gradoli era un luogo decisamente inadatto per collocarvi un covo brigatista. Era una stradina stretta e circolare, lunga seicento metri, con un solo accesso-uscita (da e per la via Cassia, nei pressi del km 10); dopo un breve tratto rettilineo di appena cento metri, la strada disegnava un circuito di mezzo chilometro e ritornava al breve tratto obbligatorio, dal quale si potevano agevolmente osservare gli spostamenti di tutti gli abitanti della via. E in uno degli edifici di quel breve tratto obbligatorio di accesso e uscita abitava un sottufficiale di pubblica sicurezza, Luigi Di Maio, in servizio al commissariato Flaminio nuovo.
La scelta di collocare in una strada come via Gradoli la prima e la principale base delle BR che preparavano il sequestro Moro era in pratica l'esatta negazione delle normali cautele adottate dai brigatisti, i quali avevano sempre avuto la massima cura di organizzare le loro basi in zone che garantissero varie possibilit di fuga stradale, e che fossero di ardua controllabilit dall'esterno. E tuttavia, nel dicembre 1975, Moretti aveva insediato la prima base romana
delle BR proprio in quella strana via Gradoli e in quello strano edificio situato al n 96.
I primi inquilini del covo BR di via Gradoli 96 erano stati i brigatisti Franco Bonisoli e Carla Brioschi, che ci avevano abitato dalla fine del 1975 all'autunno del 1976, cio fino a quando Bonisoli aveva lasciato Roma perch incaricato, insieme a Lauro Azzolini, di ricostituire la colonna milanese delle BR scompaginata dagli arresti di Renato Curcio e Giorgio Semeria.
Secondo quanto racconteranno gli stessi brigatisti, successivamente l'appartamento-covo di via Gradoli era stato abitato alternativamente dalla coppia Moretti-Balzerani e
dalla coppia Morucci-Faranda. Anche i ladri avevano
contribuito all'alternarsi delle due coppie brigatiste nel covo: infatti Moretti e Balzerani si erano dovuti trasferire in un altro appartamento (affittato da quest'ultima) per lasciare quello di via Gradoli a Morucci e Faranda, i quali avevano subito un furto nella loro base e a scopo cautelare erano stati costretti ad abbandonarla. Ma anche Moretti e Balzerani erano stati oggetto dell'attenzione dei ladri: la loro auto era stata rubata nei pressi della casa che abitavano (l'automezzo, contenente alcuni opuscoli delle BR, era poi stato abbandonato nel cortile di un ospedale)(3), per cui i due - sempre a scopo cautelare - erano tornati ad abitare nell'appartamento-covo di via Gradoli, mentre Morucci e Faranda avevano trovato alloggio in una nuova base.
Gradoli era una via molto strana anche per altre ragioni. Ci abitavano molti clandestini di vario genere, era frequentata da immigrati, e oltre a quello delle BR ospitava anche altri covi di tipo eversivo.
Come racconter il pentito Marcello Squadrani, in un appartamento situato in via Gradoli nel febbraio 1978 si svolse una riunione di elementi di Potere operaio passati alla lotta armata: vi parteciparono, oltre a Squadrani, Franco Manni (titolare dell'appartamento), Fabrizio Panzieri, Roberto Martelli, Angelo Palmieri (tutti dirigenti della struttura illegale romana dei Comitati comunisti rivoluzionari, formati dopo lo scioglimento di Potere operaio) e Ernesto Bellucchi
(rappresentante della struttura clandestina di Milano)(4). Panzieri e Martelli erano in stretti rapporti col brigatista Valerio Morucci (i tre avevano convissuto, nel periodo 1970-74, nella casa del Martelli in
via dei Giubbonari, e erano stati tra i primi a praticare la lotta armata a Roma)(5).
In pratica, alla vigilia del sequestro Moro in via Gradoli erano collocati i covi di tutto lo stato maggiore della lotta armata a Roma: sia quello delle BR, sia quello della struttura clandestina dei Co.Co.Ri.
Non solo: in via Gradoli 91, quasi di fronte al civico 96 che ospitava la base brigatista, c'era il covo di un gruppo di estrema destra nel quale trovavano rifugio anche boss mafiosi latitanti.  il caso, per esempio, di Alessandro D'Ortenzi (detto Zanzarone), il quale era in stretti rapporti col criminologo Aldo Semerari (a sua volta legato al capo della P2 Licio Gelli). Il boss malavitoso D'Ortenzi, pochi giorni prima della scoperta pilotata del covo brigatista di via Gradoli 96 (18 aprile
1978), era fuggito dal ricovero psichiatrico, e aiutato dalla malavita e da estremisti di destra aveva trovato rifugio nel covo di via Gradoli
91(6). Il 21 aprile 1978, la Polizia trov nella tromba dell'ascensore dell'edificio di via Gradoli 91 passaporti e altri documenti d'identit falsi o rubati, e in un appartamento dello stabile scopr attrezzature per falsificare documenti. Vennero arrestati alcuni clandestini latino-americani, e il magistrato Paolo Summa spicc un mandato di cattura a carico del messicano Cortez Roe Miguel, falsa identit dell'argentino Jos Rodriguez Buenaventura. Le indagini portarono a scoprire un'organizzazione internazionale di falsari e ricettatori(7).
In via Gradoli 96, nella palazzina IMICO dove c'era il covo brigatista, lo stesso giorno della scoperta pilotata venne posto sotto sequestro un altro appartamento: quello di propriet di Giuseppe Scafa
(scala B, interno B), perch l'affittuario che ci viveva era un latitante sotto falso nome: si trattava di Cesare Caponi, ricercato dal 1975
perch fuggito dalla Casa di lavoro di Soriano nel Cimino dove stava scontando una condanna per reati contro il patrimonio.
Infine, in via Gradoli dimoravano molti stranieri, soprattutto extracomunitari.
Per cui non desta stupore il fatto che su quella particolare via fosse appuntata l'attenzione degli apparati di sicurezza.
Un controllo attivo anche mentre era in preparazione il sequestro Moro: lo dimostra un appunto fiduciario, trasmesso nell'agosto 1978
dall'UCIGOS alla Questura di Roma, nel quale venivano segnalate varie targhe di autovetture presenti in via Gradoli, fra le quali quella di un furgone intestato a Giulio De Petra. Il nome di De Petra, militante di Potere operaio, era annotato in una agenda che Valerio Morucci portava con s nel 1974, al momento del suo arresto in Svizzera per traffico di armi (insieme a Libero Maesano, altro ex militante di Potere operaio). Il furgone di De Petra, adattato a camper, era stato notato e seguito in via Gradoli in epoca precedente al sequestro Moro, ed era scomparso dopo la scoperta del noto covo delle BR [18 aprile 1978, ndr]; l'appunto precisava che prima del
caso Moro il De Petra si  recato almeno due volte in Calabria col furgone stesso, automezzo del quale si sarebbe servita anche la compagna di Franco Piperno(8).
In via Gradoli i servizi segreti non si limitavano a controllare l'intenso andirivieni: avevano addirittura un loro ufficio(9). Un ex militante di Potere operaio inform le BR che i servizi segreti [hanno] un proprio ufficio in via Gradoli. E i brigatisti, che localizzarono subito con precisione l'ubicazione di quell'ufficio nella via, decisero di mantenere ugualmente la loro base in via Gradoli 96. Una decisione assurda e inspiegabile, contraria alle pi elementari regole di sicurezza e compartimentazione delle BR.
Le norme di sicurezza che i brigatisti erano tenuti a osservare erano codificate in un documento trovato in pi copie proprio nel covo di via Gradoli(10). Ma per il capo Moretti evidentemente quelle regole non valevano: basti considerare la quantit di armi e di materiale trovate nell'appartamento-covo mentre le norme di sicurezza stabilivano che [l'appartamento] dovr contenere esclusivamente la dotazione personale del militante e il materiale strettamente necessario per il suo lavoro.  un errore politico grave scambiare la casa di abitazione per un deposito o un archivio.
Un'altra norma tassativa stabiliva che la casa deve essere perfettamente compartimentata. Ci vuol dire che deve essere conosciuta, oltre da chi vi abita, da un altro compagno (che dovr possedere le chiavi) secondo lo schema del circolo chiuso. Quest'ultimo dovr recarsi nella casa solo in casi veramente eccezionali o di particolare necessit.  ovvio, ma purtroppo necessario, che nessun altro (compagni legali, compagni di brigata, familiari) deve conoscere la casa di abitazione, n la zona. La tecnica di portare bendati estranei nella propria abitazione va abbandonata, e nel caso si ritenga necessario farlo, bisogna consultarsi preventivamente con il dirigente di colonna.
Quando una casa ha perso la sua compartimentazione va sostituita.
La base di via Gradoli, invece, era ben nota a una vasta cerchia di militanti, tant' che i brigatisti effettuarono alcuni controlli di sicurezza affidati - a detta di Morucci - ai brigatisti Antonio Marini e Teodoro Spadaccini (entrambi poi riconosciuti, insieme a Giovanni Lugnini, da alcuni inquilini del n 96, che li avevano notati
nel classico atteggiamento di chi stesse controllando il movimento delle persone che accedevano e uscivano dallo stabile). Dichiarer Morucci: So che, credo in epoca precedente al mio spostamento in via Gradoli, altri due militanti BR, Antonio Marini e Teodoro Spadaccini, vennero a conoscenza dell'ubicazione della base. Forse perch dovevano svolgere su questa dei controlli di sicurezza durante l'assenza di Moretti. Io e Adriana Faranda siamo rimasti in quella base per un periodo di due o tre mesi(11). Fin dal 1984 Morucci ha
sempre sostenuto che la base di via Gradoli era ritenuta la pi sicura dell'organizzazione a Roma perch era la base di pi antica acquisizione(12).
Il capo brigatista Moretti dichiarer che quella base [di via
Gradoli 96, ndr] doveva essere abbandonata, ma non per la presenza dell'ufficio dei servizi segreti, bens perch come tutte le basi dopo un po' ci sono inconvenienti, [ma] non ci siamo mai riusciti ad abbandonarla perch la difficolt nel reperire le basi [era] sempre stata elevatissima(13): una spiegazione implausibile, considerando la vastissima estensione urbanistica di Roma, e considerando che i cosiddetti
inconvenienti di via Gradoli arrivavano nientemeno che alla presenza nella via, a poche decine di metri dal covo brigatista, di un ufficio dei servizi segreti.
In pratica, le BR che preparavano il sequestro Moro avevano il loro quartier generale a Roma in quella stranissima via Gradoli. Durante il sequestro del presidente DC, l'appartamento-covo al n 96 funzion da nevralgica base operativa, venne tranquillamente abitato dal capo brigatista Mario Moretti (e da Barbara Balzerani), ed era noto a vari brigatisti, a ex militanti di Potere operaio, e a esponenti dell'Autonomia romana; agli stessi era altres noto che in via Gradoli era attivo un ufficio dei servizi segreti. Ma pochi di loro - forse uno solo -
sapevano che l'impronta dei servizi segreti marchiava anche lo stesso edificio al n 96 che ospitava l'appartamento-covo.
Le stranezze arrivavano fin sulla soglia dell'interno 11 della scala A. Infatti l'appartamento attiguo al covo brigatista (stesso ballatoio del 2 piano) era abitato dalla studentessa universitaria di origine egiziana Lucia Mokbel(14), che era un'informatrice della Polizia, e dal suo convivente Gianni Diana. L'appartamento abitato dai due era di
propriet della societ Monte Valle Verde srl, che glielo aveva ceduto in uso. Il Diana lavorava nello studio del commercialista Galileo Bianchi, il quale - tre giorni dopo la scoperta del covo BR, il 21
aprile 1978 - venne nominato amministratore unico della Monte Valle Verde srl in sostituzione di Aldo Bottai. Bottai era il socio fondatore della Nagrafin srl, e la Nagrafin dar vita alla Capture Immobiliare srl, societ di copertura del SISDE, il servizio segreto del Viminale.
Presso lo studio del commercialista Galileo Bianchi (situato in via Ximenes) lavorava anche Sara Iannone. Pure costei abitava in via Gradoli 96, in un altro appartamento di propriet della Monte Valle Verde srl: quello dell'interno 11, scala B, stessa palazzina (IMICO)
dove c'era il covo BR abitato da Moretti-Borghi.
Altra singolare coincidenza: l'ingegner Giancarlo Ferrer, che nel
1975 aveva affittato l'appartamento-covo di via Gradoli 96 al capo delle BR, e che nel marzo 1978 aveva eluso l'obbligo, stabilito dal decreto antiterrorismo, di denunciare il contratto d'affitto, far una brillante carriera grazie ai servizi segreti, i quali gli rilasceranno il Nulla osta di sicurezza NATO per commerciare armi e apparecchiature elettroniche militari strategiche. Ferrer diventer un potente manager di informatica e telecomunicazioni, fino alla carica di amministratore delegato della Bell Atlantic International Italia srl, filiale italiana della grande multinazionale americana di servizi e prodotti nel settore delle telecomunicazioni riguardanti anche il settore degli armamenti NATO e la stessa sicurezza nazionale.
La sequela di stranezze con epicentro via Gradoli culminava con una coincidenza davvero singolare. Al n 89 di via Gradoli, nell'edificio che fronteggiava - dalla parte opposta della strada - il civico 96
con il covo-base delle BR morettiane, prima e durante il sequestro Moro abitava il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. Un sottufficiale dell'Arma, il Montani, che aveva due particolarit: era un agente del SISMI, ed era NATO a Porto San Giorgio (nel 1939), era cio compaesano di Mario Moretti (NATO a Porto San Giorgio il 26
gennaio 1946).


La grave inosservanza.

Una conferma che il covo BR di via Gradoli 96 - vera base organizzativa del sequestro Moro - era noto a molti si ebbe fin dal 18 marzo
1978, cio due giorni dopo la strage di via Fani: di primo mattino, alcuni poliziotti del commissariato Flaminio nuovo si recarono infatti al n 96 di via Gradoli, e procedettero a
ispezionare gli appartamenti della palazzina IMICO, cio proprio quella dove era collocato il covo brigatista. I poliziotti suonarono il campanello anche dell'interno
11 abitato da Moretti sotto la falsa identit di Mario Borghi, ma siccome nessuno rispose gli agenti se ne andarono senza effettuare i doverosi accertamenti e senza provvedere al piantonamento per individuare chi abitasse nell'appartamento.
La Commissione parlamentare Moro censurer quella macroscopica omissione, definita grave inosservanza, e la Corte d'assise di primo grado cercher - invano - di risalire alla fonte che origin quel sopralluogo mirato in via Gradoli 96 vanificato dalla mancata perquisizione.
Nell'agosto del 1978 (tre mesi dopo la morte di Moro), il giornalista Sandro Acciari rivel quella strana perquisizione, precisando di avere appreso che pervenne alla segreteria del ministro dell'Interno, tra il 16 e il 17 marzo 1978, una segnalazione anonima che informava dell'esistenza di un covo delle BR in via Gradoli(15).
Ma la scomparsa dei documenti dagli archivi del Viminale impedir alla magistratura di effettuare i necessari accertamenti per risalire alla fonte che aveva indirizzato la Polizia in via Gradoli 96.
Dalla documentazione processuale risulta che la mattina del 18
marzo gli agenti del commissariato Flaminio nuovo Vincenzo
Colucci, Michele Di Muccio, Ferdinando Di Spirito, Domenico Firmani, agli ordini del brigadiere Domenico Merola, si
recarono in via Gradoli 96 e perquisirono soltanto la palazzina IMICO (cio proprio quella dove c'era il covo brigatista), identificando 18 persone: E proprio l'appartamento sito all'interno 11 della scala A non fu ispezionato in quanto, essendo stato trovato chiuso, non si ritenne, in assenza degli inquilini, di aprirlo con la forza(16). A tranquillizzare gli agenti circa l'irreprensibilit dell'assente Ingegner Borghi (alias Moretti)
sarebbero stati gli stessi vicini di casa. Ma la relazione di servizio, firmata dal brigadiere Merola e datata 18 marzo 1978, risulta scritta su carta intestata Dipartimento di Polizia, un organismo costituito
solo nel 1981, cio dopo la legge di riforma della Pubblica sicurezza: si trattava dunque di un documento fasullo, confezionato anni dopo(17).
Nelle notti successive alla strage di via Fani, l'ex ufficiale del SID Antonio Labruna ricevette alcune telefonate da Francoforte da parte di un suo ex collaboratore, il quale sollecitava a intervenire in via Gradoli perch a via Gradoli c' chi ha rapito Moro; l'interlocutore di Labruna sosteneva che quasi di fronte [alla base BR di via Gradoli c'] un garage con una antenna che serve per trasmettere, e mediante un ponte radio che si trova nella zona del Lago della Duchessa c' chi comunica e si collega con altri della organizzazione;
i collegamenti e le comunicazioni sono rivolti verso il Nord.
Labruna prima avrebbe cercato, senza riuscirvi, di mettersi in contatto con il direttore del SISDE, il generale Giulio Grassini, quindi avrebbe consegnato un appunto a un funzionario della polizia suo amico(18).
Solo nel 1997 Labruna riveler il nome del suo informatore telefonico
da Francoforte: si trattava di Benito Puccinelli, all'epoca presidente dell'organizzazione cattolica International Opus Christi.
Lui telefonava insistentemente: alla fine controllai che esistesse davvero una via Gradoli. Puccinelli voleva che si controllassero tutti coloro che erano in affitto in quella via. Fino a 14 giorni prima - mi disse - la stazione [radio] trasmetteva dall'undicesimo km della via Cassia a un tizio della Valle del Salto(19).
Il racconto di Puccinelli a Labruna trovava un preciso riscontro nel fatto che Mario Moretti era un tecnico delle telecomunicazioni (aveva lavorato con la qualifica di
collaudatore di ponti radio per la Sit-Siemens, azienda
produttrice di strumenti e apparati di telecomunicazioni, fra cui ponti radio), e nel fatto che al numero 75 di via Gradoli - come si  visto - il capo brigatista utilizzava un box di propriet dei coniugi Ferrer-Bozzi.
Moretti e altri capi brigatisti hanno dichiarato che per
dirigere l'operazione Moro il Comitato esecutivo era riunito
in permanenza: una possibilit consentita solo da un'efficiente rete ricetrasmittente.
In un appunto del CESIS, redatto in seguito alle dichiarazioni di Labruna, si legge: Interessati al riguardo, i Servizi hanno riferito che nulla risulta in atti sulla specifica vicenda. Il SISDE ha tuttavia precisato che nel covo di via Gradoli furono effettivamente rinvenute apparecchiature radio ed elettroniche, anche sofisticate, e pubblicazioni in materia(20). Nel covo di via Gradoli, infatti, vennero trovati manuali con istruzioni per l'uso di radio trasmittenti e riceventi.
Anche nel covo milanese di via Monte Nevoso verranno trovate apparecchiature radio ricetrasmittenti e riceventi, oltre a una radio ricevente di costruzione artigianale, con tre bande sintonizzate sui canali di lavoro delle Forze armate, e due ricevitori sintonizzati sulle bande della Polizia.
Un altro riscontro al racconto di Labruna-Puccinelli  nella testimonianza resa al processo di primo grado dall'informatrice della Polizia Lucia Mokbel, residente con il convivente Gianni Diana nell'appartamento attiguo a quello occupato dai brigatisti. La Mokbel ha dichiarato di avere udito, nella notte del 18 marzo (due giorni dopo la strage di via Fani), segnali di trasmissione morse provenienti dall'appartamento-covo(21). La stessa mattina, verso le ore 7, sono venuti cinque poliziotti in borghese, che hanno chiesto i documenti: era la strana perquisizione del 18 marzo, e la Mokbel ha sostenuto che per evitare di andare in Questura scrisse un appunto aiutata da uno dei poliziotti, alla presenza di Gianni Diana e di due agenti, e lo consegn al brigadiere Merola con la richiesta di farlo avere al commissario Elio Cioppa.
Lucia Mokbel, da tempo informatrice della Polizia, era infatti in contatto con Elio Cioppa, commissario di pubblica sicurezza affiliato alla P2. Ma l'appunto della Mokbel indirizzato a Cioppa  risultato scomparso: durante il processo il sottufficiale Domenico Merola, i suoi collaboratori, e lo stesso Cioppa, hanno negato di avere ricevuto l'appunto, o hanno sostenuto di non ricordarlo. Gianni Diana, convivente della Mokbel, ha invece confermato: Debbo dire che un paio di giorni dopo il rapimento dell'on. Moro, di notte, verso le 3,
mentre mi trovavo nel mio appartamento con la mia ragazza [Lucia Mokbel, ndr], lei mi ha svegliato, facendomi notare che si sentivano degli strani segnali, tipo alfabeto morse. Per non ci siamo resi conto da dove provenissero. Per a momenti sembravano vicini, a momenti lontani. Di conseguenza, avevamo deciso di parlarne con il dottor Cioppa, conoscente della mia ragazza. Per, all'indomani sono venuti a ispezionare l'appartamento degli agenti di polizia, ai quali abbiamo riferito la circostanza(22).
Le vicende che si dipanarono intorno al cruciale covo BR di via Gradoli 96 sono esemplificative della dualit che accompagn tutto il caso Moro. Risultano particolarmente evidenti le due strategie che si contrapponevano: quella impegnata ad arrivare alla liberazione dell'ostaggio, e quella finalizzata a coprire e aiutare l'azione dei brigatisti.
Il 21 marzo 1978 - tre giorni dopo la mancata perquisizione dell'appartamento-covo delle BR - la Polizia torn in via Gradoli, stavolta al numero 35, dove perquis l'abitazione dell'ex militante di Potere operaio Franco Manni (cio quello stesso appartamento-covo dove nel precedente mese di febbraio si erano riuniti i capi della struttura clandestina dei Co.Co.Ri); Manni quella mattina era assente, e qualche tempo dopo si diede a una lunga latitanza (verr arrestato solo nel luglio 1999)(23).
Pochi giorni dopo, il deputato democristiano Benito Cazora, in contatto con Rocco Varone e altri elementi della 'ndrangheta calabrese, fu da loro informato che nella zona della Cassia (cio la zona di via Gradoli) era attiva una base delle BR: Mi portarono sulla Cassia,
all'altezza dell'incrocio con via Gradoli, e mi dissero: Questa  la zona calda. Riportai l'informazione al questore di Roma, il quale per mi telefon riferendomi di avere fatto controllare porta a porta
via Gradoli senza trovare traccia del covo delle BR(24).


La soffiata bolognese.

Il nome Gradoli emerse nuovamente in pieno sequestro Moro, il 2
aprile, e di nuovo in ambienti cattolici: si disse nel corso di una
seduta spiritica condotta da un gruppo di accademici dell'universit di Bologna(25).
Quando la segnalazione parapsicologica del nome Gradoli
arriv al Viminale, le forze di polizia vennero inviate nel paesino di Gradoli, anzich nella romana via Gradoli dove c'era perfino un ufficio dei servizi segreti, e dove risiedeva almeno un informatore della polizia (Lucia Mokbel). Certo  che anche dopo la scoperta pilotata del covo di via Gradoli 96 (18 aprile 1978), n il presidente del Consiglio Andreotti (secondo il quale la notizia Gradoli proveniva non da una seduta spiritica, bens dall'interno dell'Autonomia operaia bolognese), n il ministro dell'Interno Cossiga (che la definir
una soffiata, e che ben conosceva il lavoro di infiltrazione nella Autonomia bolognese), si preoccuparono di accertare le vere ragioni dell'equivoco, e neppure di avviare una indagine negli ambienti dell'Autonomia operaia di Bologna che avevano probabilmente originato la soffiata.
Il dirigente del commissariato Flaminio nuovo, Gaetano Costa, ha scritto: Preciso che in data 18 aprile 1978 mi venne richiesta dal signor questore di Roma una relazione circa i controlli effettuati nella zona, in particolare quello
eseguito presso lo stabile di via Gradoli 96, in data 18 marzo
1978. Dunque il questore Emanuele De Francesco era a conoscenza della perquisizione effettuata il 18 marzo, per cui risulta inspiegabile perch non abbia ordinato una nuova perquisizione ai primi di aprile, dopo la segnalazione del
nome Gradoli emerso nella seduta spiritica: De Francesco
partecipava al Viminale a tutte le riunioni del Comitato
tecnico-operativo per coordinare gli interventi delle forze di polizia. Forse qualcosa di pi si sarebbe potuto sapere se non fossero scomparsi quasi tutti i verbali e gli stessi appunti delle riunioni di quel Comitato tenute successivamente al 3 aprile.
L'ineffabile ex ministro Cossiga ha dichiarato alla Commissione parlamentare Moro: Sinceramente non mi sentirei di fare una colpa n ai servizi di informazione e di sicurezza, n alle forze di polizia, se non hanno avuto capacit di immaginazione di legare Gradoli a via Gradoli... forse in una organizzazione estremamente sofisticata dove, con tecniche sofisticate, si facciano tutte le ipotesi, non esclusa alcuna, si sarebbe potuti giungere anche a questo. Considerazioni grottesche: invece delle tecniche sofisticate, bastava consultare lo stradario di Roma, e soprattutto bastava che i servizi di sicurezza utilizzassero quanto gi sapevano.
Ben diverse dagli astrusi giustificazionismi cossighiani le conclusioni del giudice istruttore Rosario Priore. Dopo avere ricordato che
vi fu [in via Gradoli 96] un primo tentativo di perquisizione che and vanificato dal semplice fatto che nessuno rispose; vi fu un ritornare su questo Gradoli dopo la famosa seduta spiritica di Bologna, il giudice ha sottolineato che non si oper nessun collegamento e si and a Gradoli in provincia di Viterbo [dicendo] che Gradoli non c'era nelle Pagine gialle, e ha concluso: Questo  un episodio clamorosissimo. Io torno spesso su via Gradoli proprio perch se noi vi fossimo giunti fin dall'inizio, forse la storia del sequestro e dell'organizzazione delle Brigate rosse sarebbe stata del tutto diversa...
Tutto l'episodio Gradoli  stato una disfatta enorme e fin dall'inizio, perch sicuramente si sapeva di via Gradoli... Via Gradoli era il centro, era il cuore delle BR, era la centrale operativa del sequestro;
quindi se via Gradoli fosse stata individuata e fosse stata ben gestita
(perch non c'era necessit di intervenire e di operare arresti) si sarebbero ottenuti dei risultati, perch quella era la sede dove Moretti tornava, dove la Balzerani viveva, e continuavano a organizzare operazioni durante il sequestro Moro(26).


Una scoperta pilotata.

La mattina del 18 aprile, all'alba, Mario Moretti e Barbara
Balzerani uscirono insieme dall'appartamento-covo di via Gradoli 96(27). Alle ore 7,30, l'inquilina che abitava l'appartamento sottostante la base brigatista, Nunzia Damiano, fu svegliata da frettolosi passi nell'appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8,15, vide che sul soffitto si stava allargando una macchia di infiltrazione d'acqua.
Allertato l'ex amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fece accorrere l'idraulico Jean Claude Tschofen, il quale chiam i vigili del fuoco.
Nel frattempo un redattore del Messaggero, attivato da una telefonata anonima, aveva trovato in piazza Gioacchino Belli una busta con la fotocopia di un volantino dattiloscritto, completo della
stella a cinque punte, intestato Brigate rosse, comunicato n 7: annunciava che Moro era stato giustiziato mediante suicidio e che il cadavere era stato abbandonato nei fondali limacciosi e ghiacciati del Lago della Duchessa. E mentre il comunicato firmato BR arrivava al Viminale, i vigili del fuoco arrivavano in via Gradoli: si trattava di una doppia messinscena che procedeva in perfetta sincrona, due
sollecitazioni affinch il sequestro Moro arrivasse rapidamente alla sua programmata conclusione.
 stato accertato che l'infiltrazione d'acqua fu una manovra deliberatamente attuata per provocare la scoperta del covo
BR di via Gradoli 96 senza che ci provocasse l'arresto di
alcun brigatista. Siamo entrati nell'appartamento n 11, ha testimoniato il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cio il n 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all'interno della vasca. Il getto dell'acqua era diretto verso la parete sulla vasca... Il getto d'acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia... In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilit l'acqua penetrava(28).
Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile
1978 (firmato dal commissario di PS Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiesero l'intervento della Polizia in via Gradoli alle ore 10,08. Sul posto venne inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vennero allertati l'Ufficio di gabinetto del questore, la DIGOS, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la Polizia scientifica, un artificiere dell'Esercito, i Carabinieri, e - buon ultimo - la notizia arriv al magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorsero in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della DIGOS giunse sul posto, davanti alla palazzina c'era gi raccolta una piccola folla di curiosi nonch diversi giornalisti (subito informati della scoperta del covo delle BR). In pratica, tutto avvenne con modalit esattamente contrarie a quelle -
ovvie - impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base BR di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l'arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l'altro. In questo caso, invece, la notizia era stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli - cio i brigatisti Moretti e Balzerani - poterono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la RAI-TV.
La messinscena era finalizzata alla scoperta della base BR preservando per la libert dei brigatisti che la abitavano, i quali dovevano portare a compimento l'atto finale - il pi importante - dell'operazione Moro, cio l'uccisione del prigioniero. Non  neppure ipotizzabile che Moretti e la Balzerani avessero lasciato l'appartamento-covo nelle condizioni descritte nel verbale di perquisizione della Polizia e filmate dalla televisione: bombe a mano sparse sul pavimento tra i piedi del letto e la porta del bagno con il rischio di 
inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente
una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni;
abiti tolti dall'armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese
divise della PS e dell'Alitalia (cio le divise utilizzate dal commando terrorista per l'agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in evidenza; e sparsi un po' dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l'emblema delle BR, e numerosi documenti falsi (passaporti, carte d'identit, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie)(29).
Nella giornata del 18 aprile l'appartamento-covo di via Gradoli divent una grande vetrina delle BR. Il Tg 1 delle ore 20 lo esib a oltre 20 milioni di telespettatori:  stato scoperto, in un piccolo appartamento sulla via Cassia, un covo delle Brigate rosse dove hanno abitato alcuni degli autori della strage del 16 marzo, oppure dei loro complici... Vedete le immagini dell'appartamento; e mentre sullo schermo scorrevano le riprese effettuate dalla TV all'interno del covo
(alcune pistole su un tavolo, altre armi di vario tipo, alcune divise della PS e dell'Alitalia, volantini con l'emblema delle BR), lo speaker precisava che nel covo erano state trovate una decina di pistole, mitra, esplosivo, un fucile di precisione, volantini delle BR, tre divise della Polizia e due uniformi dell'Alitalia simili a quelle indossate da alcuni dei terroristi che sono stati gli autori del rapimento Moro.
La Polizia, chiamata dai vigili del fuoco, era entrata nell'appartamento-covo alle 10,30. Gli artificieri neutralizzarono il materiale esplosivo; la Polizia scientifica effettu i rilievi tecnici; le armi e le munizioni (fra cui alcuni bossoli calibro 7,65 identici a quelli trovati in via Fani sul luogo della strage) vennero portate nei laboratori della Polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo venne sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato(30). Alle ore 17 le operazioni
si conclusero, e l'appartamento-covo venne sigillato e messo a disposizione dell'autorit giudiziaria.
Nel verbale del materiale trovato nel covo di via Gradoli - compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile - vennero elencati ben 1.115
reperti, comprese le targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani. Il messaggio era inequivocabile: si trattava proprio delle Brigate rosse che avevano attuato la strage di via Fani e che tenevano Moro prigioniero.
La teatrale scoperta del covo BR di via Gradoli venne sincronizzata con la diffusione del comunicato BR del Lago della Duchessa. E
se la scoperta del covo era stata chiaramente pilotata, il comunicato n 7 firmato Brigate rosse era palesemente falso.
I brigatisti del Comitato esecutivo, riuniti a Rapallo (secondo Moretti) o a Firenze (secondo Morucci), nella giornata del 18 aprile, con la doppia manovra, venivano messi alle strette: non solo apprendevano che era stato scoperto il quartier generale BR di via Gradoli,
ma assistevano impotenti anche alla diffusione di un falso comunicato a loro nome e dal contenuto assai allarmante. La scoperta del covo era grave, ma micidiale per le allusioni che conteneva e le implicazioni che sottintendeva era il falso comunicato BR n 7, nel quale veniva addirittura annunciata l'avvenuta uccisione di Moro e l'affondamento del cadavere nel Lago della Duchessa. Infatti -
come si  visto - l'informatore da Francoforte del capitano Labruna, Benito Puccinelli, aveva parlato di trasmissioni da via Gradoli
mediante ponte radio nella zona del Lago della Duchessa, e anche
per comunicare con un tizio della Valle del Salto (ancora nella zona del Lago della Duchessa, vicino all'importante stazione di Telespazio).
L'occulta regia della duplice manovra del 18 aprile aveva potuto liberamente accedere all'interno del covo di via Gradoli 96(31) predisponendo la messinscena che avrebbe portato alla scoperta della base
(rubinetto della doccia aperto, con coreografia di armi e volantini BR sparpagliati in bella evidenza), e aveva diffuso un comunicato falso ma tecnicamente verosimile contenente pesanti allusioni che dimostravano una perfetta conoscenza dei retroscena del sequestro e di come le BR morettiane lo stessero conducendo.
La telefonata anonima che port alla diffusione del comunicato BR n 7 arriv al quotidiano Il Messaggero alle ore 9,25,
cio prima della scoperta del covo di via Gradoli: era dunque
esclusa l'ipotesi che i brigatisti avessero scritto quel comunicato in tutta fretta per allontanare una parte delle forze di polizia da Roma dopo la scoperta del covo: una bislacca tesi, questa, che venne stranamente accreditata negli ambienti del Viminale e che circol perfino alla procura della Repubblica(32).
Per anni, gli ex capi brigatisti Moretti e Morucci hanno tentato di accreditare l'assurda tesi che la scoperta del
covo BR di via Gradoli 96 fosse stata una pura e semplice casualit(33). Secondo Moretti, qualunque altra tesi, soprattutto quella pi ovvia di una scoperta pilotata,  peregrina, assurda. Se uno conosce bene le BR sa che non  ragionevole; per, parlando della storia delle BR, sarebbe ragionevole se io avessi abitato l; quindi uno non lo sapeva... S, ero l, ma in quei giorni l ero dovunque meno che l, quindi facendo quella roba l avrebbero sicuramente arrestato la Barbara [Balzerani] e basta, perch la sera ritornava l, io no(34).
Moretti ha tentato di attribuire il fiotto d'acqua della doccia nella base delle BR, con coreografica messinscena di armi e documenti sparsi in bella vista, alla casualit di uno scarico difettoso da tempo: un collettore esterno non funzionante per il quale era gi stato interessato l'amministratore dello stabile. Anche Morucci ha raccontato di una macchia di umidit visibile sul muro esterno dell'edificio. Ma l'amministratore dello stabile, Domenico Catracchia (che si occupava di quell'edificio di via Gradoli 96 fin dalla sua costruzione), ha smentito categoricamente la circostanza, e analoga smentita l'ha fornita anche Nunzia Damiano (da due anni inquilina dell'appartamento sottostante il covo BR).
La brigatista Adriana Faranda ha raccontato invece una terza versione, pi idraulica: Secondo Adriana il difetto stava nei tubi. Da tempo nell'impianto idrico della casa si verificavano continue perdite e gi l'anno precedente lei e Valerio avevano ricevuto le lamentele dell'inquilina del piano di sotto, afflitta da continui disastri. Quante volte avevano
pensato che avrebbero dovuto avvertire l'amministratore. E far riparare il guasto una volta per tutte. Ma alla fine avevano preferito rinunciare: sarebbe dovuto entrare in casa un idraulico e non sarebbe stato prudente. Cos avevano fatto ricorso a un metodo empirico ma sicuro: ogni volta che uscivano chiudevano il rubinetto generale dell'acqua. Accorgimento che evidentemente quel giorno
[18 aprile, la Balzerani] aveva trascurato(35). Una tesi smentita dai pompieri e anche dall'idraulico Jean Claude Tschofen: l'allagamento del 18 aprile non venne provocato dalla vecchia infiltrazione, bens da una doccia a telefono, col rubinetto completamente aperto, posizionata su una scopa in modo che il getto dell'acqua colpisse una fessura muraria tra le piastrelle. Difficile pretendere di attribuire questa messinscena a una casuale distrazione di Barbara Balzerani, la quale - secondo Morucci - oltre a essere fortemente miope, era molto sbadata, soprattutto alla mattina presto [dato che aveva] la pressione bassa. La stessa Balzerani ha infatti dichiarato: Per quanto riguarda la scoperta di via Gradoli, ribadisco che ritengo estremamente improbabile che io o l'altro militante delle BR, che abitava con me in quella base, possiamo avere lasciato aperta la doccia del bagno(36).
Chi era entrato nel covo e aveva provocato il fiotto d'acqua, aveva agito ben coordinato con chi doveva diffondere il falso comunicato del Lago della Duchessa. Due operazioni compiute da esperti, le quali ebbero lo scopo di accelerare la condanna a morte e l'esecuzione dell'ostaggio. Infatti, il 20 aprile, le BR diffusero un secondo Comunicato n 7 nel quale negavano l'autenticit del comunicato precedente e attribuivano il falso a una provocazione del potere, con ci denunciando una interferenza nella gestione del sequestro, e ponendo un ultimatum: 48 ore di tempo per dare una risposta sullo scambio dei prigionieri, altrimenti le BR si sarebbero assunte la responsabilit dell'esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del popolo.
Esclusa dall'evidenza la casualit della scoperta del covo di via Gradoli 96 la mattina del 18 aprile, rimangono due sole possibilit: si tratt dell'azione di qualcuno che in qualche modo abbia voluto fare arrivare la Polizia, oppure l'artefice della messinscena fu qualcuno dei brigatisti dissidenti. In entrambi i casi, la scoperta del
covo BR di via Gradoli era un'operazione che aveva come obiettivo quello di mettere in difficolt Mario Moretti.
Il capo brigatista ha sempre negato questa evidenza, arrivando a sostenere il falso, cio che lui non abitava nel covo. In realt -
come lo stesso Moretti ha ammesso in varie circostanze - durante il sequestro Moro nel covo di via Gradoli abitavano
lui e Barbara Balzerani, ed  assodato che la mattina del 18 aprile Moretti lasci l'appartamento-covo poco prima dell'allagamento-messinscena. Durante i 55 giorni del sequestro Moro non venne scoperta nessun'altra base delle BR: la sola che venne scoperta fu proprio quella abitata dal capo brigatista Moretti. Chi aveva organizzato la messinscena disponeva delle chiavi dell'appartamento-covo, ma non ag con l'obiettivo di far arrestare Moretti (in tal caso, si sarebbe mosso altrimenti, e prima che il capo brigatista lasciasse l'appartamento).
Certo  che quel 18 aprile - con la scoperta della base, e il falso comunicato del Lago della Duchessa - segn la fine dell'ambizioso progetto brigatista di una lunga campagna di primavera. Secondo i piani delle BR, il sequestro Moro avrebbe dovuto protrarsi per almeno sei mesi (invece si concluder 20 giorni dopo), e alla strage di via Fani avrebbe dovuto seguire una nuova strage e un nuovo sequestro: quello del presidente della Confindustria Leopoldo Pirelli, a Milano, dove era gi stato allestito il covo-prigione. Ma la nuova situazione, gravida di insidie, determinatasi il 18 aprile, costrinse i brigatisti prima a rinviare e infine ad annullare il progettato sequestro di Pirelli
(il covo-prigione allestito a Milano venne smantellato, e non  mai stato individuato).


Il falso comunicato BR n 7.

La mattina del 18 aprile 1978, alle 9,25, in contemporanea con la messinscena allestita nell'appartamento-covo di via Gradoli 96, era stato diffuso un falso comunicato brigatista, intestato Brigate rosse comunicato n 7. Il falso comunicato annunciava l'avvenuta esecuzione del Presidente della DC Aldo Moro mediante suicidio, e informava che il corpo del prigioniero si trovava impantanato nei fondali limacciosi del Lago della Duchessa, alt. mt. 1.800 circa localit Cartore di Rieti.
Alcuni aspetti tecnici del comunicato, e lo stesso contenuto palesemente assurdo, ne dimostravano la non autenticit a colpo d'occhio: infatti il capo della DIGOS di Roma, Domenico Spinella, lo defin subito un falso. Al Viminale, invece, stabilirono subito che fosse autentico, e il ministro
dell'Interno Cossiga convoc un immediato vertice delle forze
di polizia, alla presenza del procuratore della Repubblica di Roma Giovanni De Matteo(37).
Il primo che aveva ventilato l'idea di diramare un falso comunicato delle BR era stato il sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone. Il magistrato aveva suggerito al ministro dell'interno Cossiga una specie di depistaggio pilotato per arrecare ai brigatisti disturbo, sconcerto e magari dei problemi interni(38). La Commissione parlamentare Moro, nella sua relazione conclusiva, scriver in proposito:
Occorre ricordare che l'idea di diffondere comunicati da parte dei servizi di sicurezza per controllare le reazioni dei terroristi fu avanzata dal dottor Vitalone, sostituto addetto alla Procura generale della Repubblica, e discussa con Polizia e Carabinieri. Lo ha riferito il dottor Infelisi, aggiungendo che egli appoggi la proposta ritenendola brillante, purch legata a preventive garanzie. Si concluse, comunque, di non farne niente.
Al di l dei rischi per la vita dell'ostaggio che una manovra del genere comportava (rischi tanto evidenti quanto ignorati), il fatto di affidare ai Servizi un gioco simile era una insensatezza molto pericolosa: gli apparati di sicurezza, infatti, erano tutti diretti da massoni della Loggia segreta P2. Al Viminale, lo stratagemma del falso comunicato avrebbe dovuto essere discusso, sul piano operativo, all'interno del Comitato I (Informazione, uno dei tre comitati istituiti dal ministro Cossiga per la gestione della crisi); era il comitato
nevralgico, poich vi affluivano quelle informazioni degli apparati di sicurezza che determinavano e orientavano l'indirizzo delle indagini delle forze di polizia, ed era il comitato interamente dominato dalla confraternita piduista. Non a caso, dell'operato del Comitato I durante il sequestro Moro non rimarr alcuna traccia negli archivi del Viminale: n un verbale, n un appunto, n un memorandum, n si sapr mai quale documentazione ci sia negli archivi dei servizi segreti in merito a quel falso comunicato del Lago della Duchessa.
La spregiudicata proposta del magistrato Vitalone fu presa in esame a livello istituzionale, e venne ufficialmente scartata perch -
secondo quanto riferir Infelisi - i servizi segreti italiani non erano all'altezza di attuarla. In realt, la manovra del falso comunicato brigatista venne attuata: i massoni piduisti che controllavano i Servizi strutturati nel doppio livello (quello ufficiale istituzionale, e quello clandestino e illegale di matrice atlantica) con il falso comunicato BR n 7 attuarono un'operazione di guerra psicologica finalizzata a stringere i tempi per l'uccisione del presidente della DC. A
riprova che nella gestione della crisi operava ai massimi livelli una direzione occulta che si sovrapponeva alla direzione ufficiale e istituzionale.
Il comportamento della Polizia, che in tutta fretta dichiar autentico un comunicato palesemente falso (come aveva consigliato Vitalone), e quello del ministro Cossiga (il quale dir: Feci fare immediatamente tre analisi, da tre esperti della Polizia, Carabinieri, e un esperto del Tribunale di Roma. Tutti e tre mi dissero, come risult dalle gigantografie che mi portarono, che la macchina da scrivere era la stessa, mentre non lo era affatto), sembrano confermare che il falsario Antonio Chichiarelli - autore materiale del falso comunicato
- ag per conto dei Servizi. Infatti il colonnello del SISMI Pietro Musumeci (affiliato alla P2) era stato l'animatore di tutta la cosiddetta
vicenda Gradoli: vana ricerca del corpo di Moro nel Lago della Duchessa(39).
Alla inopinata dichiarazione di autenticit dell'apocrifo comunicato n 7, segu una grottesca mobilitazione dell'apparato statale: al Lago della Duchessa accorsero Esercito, Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, Vigili del fuoco, e perfino il Corpo forestale. Sul posto, insieme al procuratore De Matteo, arriv in elicottero anche il vice capo della polizia Emilio Santillo, il quale conferm quanto era evidente: il corpo di Moro non poteva essere nei fondali, in quanto il lago era interamente ghiacciato e ricoperto da un manto di neve intonso. Analoga constatazione fecero il procuratore De Matteo, il comandante dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli, e tutti gli ufficiali delle forze di polizia giunti sul posto. Ma al Viminale non sentirono ragioni: venne ribadito l'ordine di proseguire l'assurda parata cercando il cadavere del prigioniero nel lago ghiacciato, sotto l'obiettivo delle telecamere della RAI nel corso di una trasmissione speciale in diretta con oltre 18
milioni di spettatori. Gli artificieri fecero brillare le cariche di dinamite in tre diversi punti dello spesso lastrone di ghiaccio che ricopriva l'invaso; attraverso i crateri formati dall'esplosione vennero calate alcune sonde seguite dai sommozzatori, i quali riuscivano a rimanere immersi solo mezz'ora per le proibitive condizioni dell'acqua.
Cos le battute e le ricerche andarono avanti fino alle 2 della notte alla luce delle cellule fotoelettriche, ma senza alcun esito. Intanto, venne ordinato di affluire sul luogo anche a un reparto di 150 alpini da L'Aquila, e a un gruppo di finanzieri sciatori di Predazzo. Alle ore
6 del mattino del 19 aprile ripresero le ricerche anche nella zona dei monti circostanti il Lago della Duchessa. Poco dopo le ore 10 si ebbe la certezza che non c'era alcuna traccia n di Moro, n delle BR. Verso le ore 13, tutti i reparti impiegati inutilmente sul lago rientrarono alla base di Valle del Salto.
Il sostituto procuratore di Rieti, Giovanni Canzio, nel corso di una breve conferenza-stampa dichiar: C' un alto quoziente di improbabilit che possa esserci qualcosa nel Lago della Duchessa. Non abbiamo trovato niente e per oggi abbiamo sospeso le ricerche. Le concluderemo domani per scrupolo professionale, battendo la zona metro per metro con le tecniche impiegate per cercare le vittime delle valanghe.
Nel carcere brigatista, Moro defin la imponente sceneggiata del Lago della Duchessa la macabra grande edizione della mia
esecuzione(40). Il 20 aprile le BR diffusero l'autentico
Comunicato n 7: negarono l'autenticit del falso comunicato sul Lago della Duchessa, che definirono una provocazione del potere, e denunciarono una
interferenza nella gestione del sequestro.
Durante tutta la giornata del 18 aprile fu il ministro dell'Interno in persona che si prodig per accreditare l'autenticit del falso comunicato brigatista n 7- Infatti il Tg 2, alle ore 20,37, con un collegamento audiovisivo da Montecitorio del giornalista Emmanuele Rocco, inform: A Montecitorio la notizia [del comunicato brigatista n
7]  arrivata verso le 10 del mattino e in un primo momento non  stata creduta: si erano sparse notizie che si trattava di un documento apocrifo. Poi, verso mezzogiorno-mezzogiorno e un quarto, la conferma.
Un comunicato dell'ANSA ci informava che erano partiti verso il Lago della Duchessa il vice capo della polizia Santillo e il capo degli inquirenti della procura della Repubblica di Roma De Matteo.
Questo dava un tono di ufficialit alla notizia. Poi successivamente l'onorevole Fabrizio Cicchitto [deputato del PSI affiliato alla P2, ndr] ci ha confermato che i socialisti erano stati informati dal ministro Cossiga che il documento doveva considerarsi autentico; abbiamo avuto la notizia che il Comitato centrale comunista aveva interrotto i lavori e si riuniva la Direzione; abbiamo avuto notizia che altri partiti erano stati informati dal ministro Cossiga che il documento doveva considerarsi autentico(41).
Il presupposto per giustificare la parata-sceneggiata del Lago della Duchessa era la dichiarazione di autenticit del falso comunicato BR.
E Cossiga, infatti, si giustificher accampando i pareri di autenticit di ben tre esperti: uno del comando dei Carabinieri, uno del comando della Polizia, e il terzo del Tribunale di Roma. Strano: per tutti i 6
precedenti comunicati delle BR era bastata la perizia della Polizia scientifica, la quale all'analisi di ciascuno di tali comunicati aveva dedicato un congruo numero di ore ricorrendo
a criteri tecnico-scientifici; invece, il 18 aprile, per il
falso comunicato n 7, non solo erano stati attivati dal ministero ben tre diversi periti, ma l'analisi peritale era stata fulminea: il comunicato era arrivato al Viminale alle ore 10 circa, e perdipi in fotocopia (il che rendeva pi difficoltosa l'analisi), ma nel giro di un'ora i tre periti avevano confermato al ministro la autenticit del falso comunicato - e infatti, alle ore
11,30, gli elicotteri stavano gi perlustrando tutta la zona della Duchessa.
I ben tre esperti (compreso un perito del Tribunale di Roma)
interpellati dal ministro Cossiga la mattina di quel 18 aprile che in un'oretta erano riusciti a periziare una fotocopia, erano un evento davvero eccezionale: in tutta la storia giudiziaria italiana non esiste un solo esempio di una perizia commissionata, eseguita e realizzata entro il tempo raccontato da Cossiga. Ma agli atti del processo pervenuti alla Commissione parlamentare Moro c' un solo documento di indagini grafiche sul falso comunicato BR n 7, quello redatto dalla Polizia scientifica: dove c' scritto che tale comunicato presentava caratteristiche
del tutto analoghe a quelle riscontrate nei precedenti comunicati
(affermazione gi prevista dal copione Vitalone), ma anche che la scrittura a mano Brigate rosse relativa all'intestazione del foglio del predetto comunicato n 7 presenta accentuate anomale
(disomogeneit di spaziatura tra le lettere, tenuta del rigo e irregolarit di tratti) mai riscontrati nei precedenti volantini, il che lascia ritenere che il titolo del comunicato n 7 sia stato eseguito molto in fretta (evidentemente la Polizia scientifica non era disponibile a superare un certo limite...).
Dagli atti processuali pervenuti alla Commissione parlamentare Moro mancavano i documenti relativi alle istantanee perizie degli altri due esperti, quello dell'Arma dei carabinieri e quello del Tribunale di Roma; c'era invece una semplice dichiarazione, datata 20
aprile 1978, firmata dal tenente colonnello Alberto Corsi (dirigente del Centro investigazioni scientifiche dei carabinieri di Roma), dal signor Bruno Venditelli (consulente tecnico del Tribunale di Roma), da Antimo Florio (segretario capo del centro Criminalpol), i quali affermavano che sul piano tecnico tutti [i 7 comunicati BR, quelli veri e quello falso] provengono dalla stessa fonte. Verranno tutti e tre smentiti quando si scoprir che l'autore del falso comunicato BR n 7 del 18 aprile 1978 era Antonio Giuseppe Chichiarelli, un falsario legato a settori dei servizi segreti e alla malavita romana.
La nuova perizia eseguita nel corso del procedimento Moro IV
stabilir che il comunicato n 7 datato 18 aprile 1978 non era stato scritto con la stessa macchina, o con la stessa testina rotante, con cui era stato scritto il Comunicato n 7 del 20 aprile 1978.
Il giornalista Mino Pecorelli fu il primo che colleg esplicitamente il falso comunicato n 7 del Lago della Duchessa e la scoperta pilotata
del covo di via Gradoli. Lo fece attraverso il suo settimanale
OP fin dal successivo 25 aprile, rilevando non solo le evidenti anomale del falso comunicato attribuito alle BR ma anche la troppo inequivocabile scoperta del covo - insomma: falso il comunicato, e falsa la scoperta del covo. Sotto il titolo Diario dell'irreale assoluto, Pecorelli scrisse:
Luned 17 e marted 18 aprile: la presunta esecuzione e la troppo inequivocabile scoperta del covo [di via Gradoli 96, ndr]. Un volantino anomalo, rachitico, frettoloso, e recapitato in una sola citt contrariamente ai precedenti, annunzia l'avvenuta esecuzione per suicidio di Aldo Moro, e il suo seppellimento in un laghetto di montagna [...].
E passiamo all'altro evento: la scoperta del covo di via Gradoli. Anche qui abbiamo a che fare con l'acqua. Strane coincidenze, singolari assonanze della storia. All'acqua gelata del Lago Duchessa fa riscontro l'acqua corrente e dilagante della doccia di via Gradoli a Roma. Quest'acqua permea il soffitto dell'appartamento sottostante il covo e richiama l'attenzione di tutti e la presenza dei pompieri, i quali subito, chiuso il rubinetto, delegano la visita del luogo ai poliziotti. Si sono infatti trovati davanti a un inequivocabile riassunto dei connotati brigatistici del sequestro Moro(42).
Nella serata del 17 aprile, alla vigilia del comunicato sul Lago della Duchessa, erano giunte alcune telefonate anonime, di cui due al quotidiano comunista l'Unit. Nella prima l'anonimo aveva detto:
Il servo dello Stato delle multinazionali, Aldo Moro,  stato giustiziato alle ore 22,00. Seguir copia conforme di un ciclostilato; il falso comunicato n 7 in effetti era stato diffuso in copia e non in originale, e risultava curioso l'uso del termine copia conforme, pi abituale a un certo linguaggio burocratico-militare che alle BR. Nella seconda chiamata al quotidiano del PCI, l'anonimo aveva detto:
Guardate, hanno fatto secco Moro in via Macerata: qui c'era una coincidenza, dato che il cadavere di Moro verr abbandonato a bordo di un'auto, la Renault 4, che in origine era targata Macerata. Il telefono aveva squillato anche in casa di Giovanni Galloni, vicesegretario della DC; all'altro capo del filo, una donna dall'accento tedesco aveva detto: Lo abbiamo giustiziato, ve lo daremo domani.
In precedenza non si era mai avuta una simile sequela di telefonate dello stesso tipo: se ne pu dedurre che l'operazione Lago della Duchessa fosse cominciata il 17 aprile, cio il giorno precedente la diffusione del falso comunicato. E il piduista dissociato Pecorelli
(si era dimesso dalla Loggia segreta di Gelli), a poche ore dai fatti, era gi a conoscenza della duplice manovra Gradoli-Duchessa, al punto che nei suoi articoli scriveva Brigate rosse, terroristi e
covo (di via Gradoli) tra virgolette.
L'autore materiale del falso comunicato BR n 7, Antonio Giuseppe Chichiarelli, esperto falsario legato alla malavita
romana e all'estrema destra eversiva, era soprattutto in contatto con confidenti del SISDE, il servizio segreto civile di cui lui stesso era diventato confidente.
Chichiarelli aveva stretto amicizia con Danilo Abbruciati e aveva rapporti anche con Ernesto Diotallevi e Franco Giuseppucci
(tre capi della banda della Magliana), era buon amico del neofascista Massimo Sparti, ed era solito frequentare un bar che era il punto di ritrovo dei fratelli Claudio e Stefano Bracci, Alessandro Alibrandi, Valerio Fioravanti e Massimo Carminati, tutti neofascisti della destra eversiva i quali, a partire dal gennaio 1979, firmeranno gran parte delle loro azioni armate con la sigla Nuclei armati rivoluzionari(43).
Chichiarelli aveva idee di destra, ma ci non gli impediva di frequentare la sede del collettivo degli autonomi di via dei Volsci diretto da Daniele Pifano.
Nel maggio 1978, pochi giorni dopo l'uccisione di Moro,
Chichiarelli prepar un nuovo comunicato BR falso. Con la stessa testina rotante usata per compilare il falso comunicato BR del Lago della Duchessa, confezion anche un Comunicato n 1 firmato Cellula Romana Sud-Brigate Rosse e articolato in due parti: una in chiaro
e una in codice. Nella parte in chiaro tra l'altro c'era scritto: La operazione Gradoli come pure l'operazione Duchessa non sono state altro che manovre preordinate aventi l'unico scopo di far verificare a tutti l'inefficienza, le incertezze, i contrasti, le anacronistiche prese di posizione nel quale si dibatte annaspando questo stato ottuso delle multinazionali(44). Un testo inverosimile: le BR, nel loro Comunicato n 7, avevano dichiarato falso quello del 18 aprile e denunciato la macabra messa in scena come opera di Andreotti e dei suoi servizi segreti. Il secondo falso comunicato brigatista scritto da Chichiarelli affermava inoltre: Daremo comunicazione nei prossimi giorni con divulgazione a mezzo stampa della scottante documentazione in nostro possesso riguardante le risultanze del processo ad Aldo Moro; ma nel Comunicato n 6, le BR avevano sostenuto il
contrario, e cio che non c'erano clamorose rivelazioni da fare, tanto pi che la stampa di regime  sempre al servizio del nemico di classe.
Anche quel comunicato BR n 1 era palesemente falso. Lo dimostrava, al di l di ogni dubbio, la parte del testo scritta in codice: mai le BR avevano fatto ricorso a cifrari nei loro comunicati pubblici
(se i brigatisti avessero voluto trasmettere messaggi riservati al proprio interno, era del tutto assurdo che lo facessero pubblicamente)(45).
Ma ci sar chi sosterr la autenticit anche di questo secondo falso: per esempio il generale piduista Giuseppe Santovito davanti alla Commissione parlamentare Moro. Una riprova che Chichiarelli aveva agito per conto dei Servizi, e che era una provocazione dei Servizi l'annuncio secondo il quale le Brigate rosse avrebbero reso pubblica la documentazione del processo a Moro (mentre le BR la mantennero segreta).
Anche di questo nuovo falso Mino Pecorelli era bene informato.
Infatti, poco prima di essere ucciso, pubblic sull'ultimo numero del settimanale OP La mappa romana del terrorismo rosso, dove elencava tutte le sigle delle organizzazioni del terrorismo di sinistra a Roma (ben 75, cio tutte quelle che avevano firmato una rivendicazione o un volantino): ma la fantomatica Cellula romana Sud-Brigate Rosse non c'era.
Secondo le risultanze processuali, Chichiarelli dattiloscrisse anche le schede fatte trovare in un borsello, nell'aprile 1979, cio due settimane dopo l'uccisione di Mino Pecorelli, allo scopo di indirizzare le indagini per l'omicidio del giornalista verso il terrorismo brigatista.
Chichiarelli - che verr a sua volta assassinato a Roma il 28
settembre 1984 da un killer rimasto ignoto, sei mesi dopo aver partecipato alla rapina alla Brink's Securmark (con un bottino di 34
miliardi) - non era culturalmente in grado di concepire il contenuto del comunicato del Lago della Duchessa, n conosceva i dati specifici riportati nelle schede (riguardanti anche il presidente della Camera dei deputati Pietro Ingrao, il procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci, e il presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma Giuseppe
Prisco), cio i precisi riferimenti personali, comprensivi di numeri di telefono riservati, targhe di autovetture dei familiari, luoghi di incontro(46).
Fino alla sua uccisione, Chichiarelli aveva potuto beneficiare di una vera e propria protezione perch nessuna indagine venne condotta nei suoi riguardi, anche se nell'Arma dei carabinieri c'era chi sapeva che era l'autore del comunicato falso del lago della Duchessa, che era l'autore della rapina alla Brink's Securmark e che aveva abbandonato sul taxi il borsello contenente le schede relative a Ingrao e a Carmine Pecorelli. Non gli vennero chieste valide spiegazioni neppure quando, all'interno dell'Ospedale San Camillo, fu trovato in possesso di una testina rotante IBM - un fatto che la Corte d'assise di Perugia definir inspiegabile e grave (se non deliberato)
vuoto investigativo che, se colmato a tempo debito, avrebbe permesso di arrivare con facilit ad Antonio Chichiarelli prima della sua uccisione e di chiedere conto del suo operato sia in relazione al sequestro e alla uccisione di Aldo Moro che in relazione all'omicidio di Carmine Pecorelli.
Pochi giorni prima di essere assassinato (20 marzo 1979), Pecorelli dedic al delitto Moro un articolo intitolato Aldo Moro un anno dopo. Un articolo zeppo di domande allusive, di sottintesi sibillini, di sarcasmi cifrati, ancora basati sulla doppia manovra del 18 aprile
1978 (scoperta del covo di via Gradoli e falso comunicato n 7):
Chi  stato interrogato nel Palazzo?... La catena ha rivelato in ogni suo anello l'esistenza certa di connivenze all'interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato... Il mistero della Duchessa... uno stratagemma del Viminale?... La strategia delle due parti in causa
(Viminale e comando dei terroristi)  ancora da scoprire. Tra
le righe, era evidente la convinzione di Pecorelli che intorno al sequestro Moro avessero operato convergenze parallele intenzionate a eliminare il leader DC dalla scena politica(47).
Pecorelli - gi affiliato alla P2, ma ai tempi del sequestro Moro
dissociato dalla Loggia segreta - attingeva informazioni all'interno dei servizi segreti e del mondo politico e finanziario. Dei Servizi era da anni un vero esperto - di quelli ufficiali, cos come di quelli
paralleli - fin dai tempi del SID del generale Vito Miceli. La rete informativa e le fonti di Pecorelli durante i 55 giorni del sequestro Moro risulteranno documentate dalle agende del giornalista, dove erano annotati contatti, telefonate e incontri, anche pi volte in una stessa giornata, soprattutto con appartenenti o ex appartenenti ai servizi segreti: dal piduista Federico Umberto D'Amato (esperto di intelligence, consigliere del ministro dell'interno e del capo della polizia) al generale Vito Miceli (ex capo del SID, affiliato alla P2);
dal generale Gianadelio Maletti (P2), al capitano Antonio Labruna
(P2), al capitano Giancarlo D'Ovidio (P2); ma c'erano anche annotati contatti e incontri con i magistrati Luciano Infelisi e Giovanni De Matteo, con i dirigenti della polizia Emilio Santillo e Mario Nardone, con l'ufficiale dei carabinieri Antonio Varisco e della guardia di finanza Giuseppe Trisolini (piduista, segretario del comandante generale del Corpo, il piduista Raffaele Giudice). C'erano poi contatti con gli avvocati Giorgio Gregori, Franco De Cataldo, Giulio Donzelli e Erasmo Antetommaso. Pecorelli intratteneva fitti rapporti con altri massoni e piduisti: con il capo della P2 Licio Gelli, con Giancarlo Elia Valori (P2), con l'avvocato Vincenzo Gaito, e con il Gran maestro della Comunione di piazza del Ges Salvatore Spinello.
Aveva contatti con alti funzionari dello Stato: Francesco Cosentino
(segretario generale della Camera dei deputati, affiliato alla P2), Ugo Niutta (consigliere di Stato e dirigente della Montedison), Florio Fiorini (alto dirigente dell'ENI, P2), Tommaso Addario (dirigente dell'Italcasse, P2), Mario Einaudi (dirigente dell'EGAM, P2), Mario Barone (dirigente del Banco di Roma). Nelle sue agende, nei giorni
tra il marzo e il maggio 1978, Pecorelli aveva inoltre annotato contatti e incontri con svariati esponenti del governo: l'on. Franco Evangelisti
(andreottiano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio), l'on. Toni Bisaglia (ministro DC delle Partecipazioni statali), l'on.
Amerigo Petrucci (DC, sottosegretario alla Difesa); con parlamentari come l'on. Egidio Carenini (DC e P2), l'on. Emo Danesi (DC e P2), l'on. Massimo De Carolis (DC e P2); con gli esponenti della destra DC Giuseppe Costamagna e Luigi Rossi di Montelera; con il deputato del PSI Claudio Signorile; con i parlamentari missini Pino Rauti, Giuseppe Niccolai e Gastone Nencioni; con segretari di uomini politici come Massimiliano Cencelli (piduista, segretario dell'on. Adolfo Sarti, a sua volta P2), Maurizio Chieregato (segretario del leader DC Flaminio Piccoli, capogruppo dei deputati democristiani) e Santo Sciarrone (piduista, segretario del deputato DC e piduista Egidio Carenini). Nelle agende del direttore di OP c'erano annotati inoltre i nomi di preziosi informatori, come il giornalista Roberto Fabiani
(gran conoscitore del mondo massonico), come il faccendiere Lorenzo De Bernardis (in rapporti con il mondo politico e con quello della malavita romana), come il commerciante andreottiano Ezio Radaelli.
E c'erano perfino alti prelati vaticani: monsignor Enzo Dieci, e i cardinali Silvio Oddi e Pietro Palazzini.
 assodato che Pecorelli disponeva di precise informazioni di prima mano sull'attivit dei servizi segreti paralleli: conosceva il connubio tra i Servizi e la malavita organizzata, e il meccanismo che veniva attivato per dare corso a scabrose operazioni istituzionali
come il falso comunicato del Lago della Duchessa. Altrettanto certo  che il giornalista conosceva informazioni su molti retroscena del delitto Moro (compresi quelli della scoperta pilotata del covo di via Gradoli e del falso comunicato BR n 7, compresi i memoriali veri e falsi trovati in via Monte Nevoso a Milano), e che il 20 marzo
1979 venne assassinato proprio per questo.


Il vero Comunicato BR n 7.

Con il duplice messaggio del 18 aprile rivolto al vertice brigatista, la gestione del sequestro Moro entr in una nuova fase. Non c'era pi tempo: le BR morettiane non avevano pi la possibilit di proseguire la loro campagna di primavera progettata con una durata di oltre 6
mesi.
Il 20 aprile le BR diffusero il loro vero Comunicato n 7 (allegando la fotografia di Moro con in mano una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile intitolata Moro
assassinato?). Il comunicato si apriva evocando il processo e la condanna a morte del prigioniero per ribadire: La condanna di Aldo Moro verr eseguita. E
dopo la conferma-rassicurazione, i brigatisti scrivevano che il problema al quale la DC deve rispondere  politico non di umanit, negando cos qualunque prospettiva di una realistica trattativa umanitaria che potesse portare alla liberazione del prigioniero; dopodich ponevano un impossibile ultimatum: Il rilascio del prigioniero Aldo Moro pu essere preso in considerazione solo in relazione della LIBERAZIONE DI PRIGIONIERI COMUNISTI. La DC dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La DC e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20
aprile -, trascorso questo tempo ed in caso di un'ennesima vilt della DC noi risponderemo solo al proletariato e al movimento rivoluzionario, assumendoci la responsabilit dell'esecuzione della sentenza emessa dal tribunale del popolo.
La seconda parte del vero Comunicato BR n 7 era dedicata al
comunicato falso del 18 aprile: veniva definito lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del grande spettacolo che il regime si appresta a dare; secondo i brigatisti, la macabra messa in scena era legata ai giochi di potere dei vari boss DC... [della] cosca democristiana. Aldo Moro che rinchiuso nel carcere del popolo ormai ne  fuori ce li indica senza reticenze, e nel caso che lo riguarda vede come in particolare il suo compare Andreotti cercher di trasformarlo in un buon affare (cos lo definisce Moro), come sempre ha fatto in tutta la sua carriera e che ha avuto il suo massimo fulgore con le trame iniziate con la strage di piazza Fontana, con l'uso oculato e molto personale dei servizi segreti che vi erano implicati.
Nel Comunicato n 7 le contraddizioni politiche delle BR
morettiane risultavano evidenti. I brigatisti si dicevano consapevoli che l'uccisione di Moro sarebbe stata un buon affare per Andreotti e per i
vari boss della cosca democristiana, e si dicevano anche ben consapevoli della differenza fra Moro e l'Andreotti implicato nella strategia della tensione e legato ai servizi segreti: ciononostante, si apprestavano a uccidere il prigioniero. Lo stesso ultimatum che negava qualunque trattativa umanitaria chiedendo l'impossibile scambio di prigionieri era in tutta evidenza una semplice provocazione. Formalmente rivolto al proletariato e al movimento rivoluzionario, il vero Comunicato BR n 7 sembrava piuttosto interloquire con la rega della duplice messinscena ultimativa di via Gradoli e del Lago della Duchessa.

Note.
1. Cfr. S. Flamigni, Il covo di Stato, cit., pagg. 145-92.
2. A questa stupefacente coincidenza se ne aggiungeranno altre, sempre con il marchio dei servizi segreti: il 10 settembre 1979 (poco pi di un anno dopo il delitto Moro), un appartamento al n 75 di via Gradoli e un box, nello stesso garage dove Moretti teneva una motocicletta e un'auto, diventer propriet del funzionario di polizia e futuro capo del SISDE Vincenzo Parisi, il quale acquister, intestandoli alle figlie, altri due appartamenti in via Gradoli 96, nello stesso palazzo dove c'era stato il covo delle BR.
3. Valerio Morucci al Pm Antonio Marini, interrogatorio del 13 dicembre 1993.
4. Marcello Squadrani al sostituto procuratore Giancarlo Capaldo, interrogatorio del 15
maggio 1981; allegato alla requisitoria del Pm Salvatore Vecchione del 18 giugno
5. Squadrani, Panzieri e Martelli, insieme a Alvaro Loiacono (altro amico di fiducia di Morucci, che far parte del commando di via Fani), hanno ammesso di avere gambizzato
Tommaso Manzo, legale della Federazione romana del MSI-DN, il 28 gennaio
1975. E Panzieri e Martelli sono stati indicati da Squadrani come gli autori dell'omicidio dello studente Mikis Mantakas, il 28 febbraio 1975, nel cui procedimento giudiziario  stato coinvolto e condannato, in appello, anche Loiacono (ibidem).
1982, a carico di Norma Andriani, Giancarlo Davoli e altri.
6. In una intervista a La Peste del 2 dicembre 1995, raccolta dalla giornalista Paola Di Giulio, Zanzarone confermer che prima del 18 aprile 1978 ero fuggito
dall'ospedale Forlanini, ed ero nascosto in via Gradoli. Ero presente al momento dell'arrivo della Polizia... Non hanno trovato nemmeno me, sono scappato la sera. Hanno fatto delle perquisizioni molto superficiali. Erano i mesi in cui andava formandosi il patto associativo fra l'eversione di destra e i boss della malavita romana che dar vita alla banda della Magliana.
7. CM, volume 32, pagg. 350-85. Tra il materiale falso o rubato, sequestrato in via Gradoli 91 dalla Polizia, c'erano: 5 passaporti spagnoli in bianco e vari passaporti intestati (3 australiani, 2 argentini, 1 francese, 1 portoghese, 1 ecuadoriano, 1 venezuelano), un documento militare intestato a Jos Rodriguez Buenaventura, una tessera da giornalista senza foto intestata a Marcello Sabbatini, una patente internazionale argentina senza nominativo, 60 traveller 's cheques di vario taglio. Vennero trovate e sequestrate anche attrezzature per la falsificazione.
8. Cfr. Gian Paolo Pelizzaro e Paola Di Giulio, I segreti della Sfinge, Area, giugno
1997. Sono rimasti ignoti i motivi per i quali, prima del sequestro Moro, il De Petra
- che abitava all'Aventino - frequentava via Gradoli e effettuava viaggi in Calabria.
9. La notizia  stata riferita all'Autore dall'ex brigatista Lauro Azzolini (del Comitato esecutivo, gi responsabile del Fronte logistico). Convocato per essere interrogato in merito dal magistrato Piero De Crescenzo, l'ex brigatista si  avvalso della facolt di non rispondere.
10. Cfr. CM, volume 31, pag. 25, reperti 124-29. Il primo criterio da seguire per scegliere una base era il seguente: Il quartiere deve essere proletario. Ossia deve essere abitato prevalentemente da gente che lavora (operai, impiegati). Quartieri sottoproletari o troppo lussuosi sono soggetti a frequenti controlli polizieschi o addirittura sono costantemente presidiati (metronotte, ecc.) e vanno quindi scartati.
11. Valerio Morucci al Pm Antonio Marini, 13 dicembre 1993. Atti istruttoria Moro V, pag. 1.982.
12. Morucci ai giudici istruttori Imposimato e Priore, 19 novembre 1984. La tesi di Morucci  risibile: i fatti - e il pi elementare buonsenso - testimoniano che con il passare del tempo le basi perdevano sicurezza.
13. Colloquio di Moretti con Carla Mosca e Rossana Rossanda (atti processo Moro V, bobina n 6). Moretti ha aggiunto che Morucci e Faranda tornarono a insediarsi nella base di via Gradoli perch il covo dove abitavano era molto insicuro, e quindi furono costretti ad andare in questa meno insicura dell'altra; Mosca: Loro non ci hanno abitato [in via Gradoli 96, ndr] durante il sequestro Moro?; Moretti: No, ci sono stato solo io.
14. Il padre della Mokbel era stato un ufficiale della marina egiziana, il quale, dopo aver preso parte a un fallito putsch militare in Egitto nei primi anni Settanta, era riparato in Italia insieme ad altri ufficiali e alle loro famiglie. I servizi segreti italiani avevano stabilito particolari rapporti con questi militari esuli.
15. CM, volume 41, pagg. 899-900. Il 21 agosto 1978 il giornalista del Corriere della Sera Sandro Acciari dichiar inoltre al giudice istruttore Ferdinando Imposimato:
La notizia venne immediatamente trasmessa al capo della polizia Parlato, il quale dispose una perquisizione in via Gradoli. Un giornalista del Messaggero, che era di turno il 18 marzo, mi disse che era stato avvisato dal giornale di una perquisizione in corso in via Gradoli quello stesso giorno. Recatosi sul posto, aveva constatato, alle ore
9,30, che la operazione si era gi conclusa. In effetti a quell'ora la Polizia aveva appena lasciato la palazzina, ma sembra evidente che l'anonimo informatore del Messaggero
attribuiva a quella perquisizione una particolare importanza.
16. Corte d'assise di Roma, sentenza del primo processo Moro, pag. 838.
17. Ci dar luogo a contestazioni in Corte d'assise da parte degli avvocati di parte civile (i rappresentanti dei familiari delle vittime della strage di via Fani), ma senza esiti concreti. Certo  che il brigadiere Merola ha potuto proseguire tranquillamente la sua carriera, ed  stato promosso al grado di maresciallo.
18. Notizie fornite da Labruna all'Autore e a Antonio e Gianni Cipriani, 20 dicembre
1991.
19. Agenzia ANSA, 16 dicembre 1997. La zona di Valle del Salto  la stessa del Lago della Duchessa.
20. Appunto del CESIS per il presidente del Consiglio dei ministri. 20 marzo 1998.
21. La Mokbel aveva imparato a conoscere quei segnali da un suo amico, un ex ufficiale di marina, ascoltando l'ultimo canale della radio, che trasmette in alfabeto morse-, lei stessa, figlia di un ufficiale di marina, era abituata a navigare e a distinguere i segnali morse (CM, volume 77, pag. 518).
22. CM, volume 30, pagg. 963-64. Secondo una voce circolata fra gli agenti del commissariato Flaminio nuovo, la Mokbel successivamente sarebbe stata avvicinata e le sarebbe stata offerta una somma di denaro per concordare la sua testimonianza in sede processuale, ma lei avrebbe rifiutato e quindi sarebbe stata picchiata (fino a essere ricoverata in ospedale) per dissuaderla dal riferire la verit.
23. Manni verr arrestato a Lodi nel luglio 1999, dopo 17 anni di latitanza trascorsi all'estero (nel 1997 aveva ottenuto la cittadinanza francese).
Manni  stato processato - insieme a Morucci, Faranda, Panzieri, Martelli, Palmieri, Squadrani e altri - per le vicende del Movimento comunista rivoluzionario (la formazione armata costituita da Morucci e Faranda dopo la loro uscita dalle BR). Tra gli imputati di quel processo ci saranno anche Luigi Rosati, Giancarlo Davoli, Mario Guerra, Norma Andriani, Carlo Brogi, e l'eversore neofascista Egidio Giuliani. La requisitoria ha avanzato l'ipotesi che singole persone (e anche nuclei) appartenenti all'eversione di destra [abbiano] avuto rapporti e contatti penalmente rilevanti con persone (e anche nuclei) appartenenti alla cosiddetta eversione di sinistra (requisitoria del Pm Salvatore Vecchione, 18 giugno 1982; CM, volume 89, pag. 42).
24. Corte d'assise di Perugia, processo per l'omicidio Pecorelli, dichiarazione dell'on.
Benito Cazora del 10 aprile 1997.
25. Cfr. Lo spirito ispirato, pagg. 172-74.
26. CS, XII legislatura, seduta del 9 marzo 1995. Resoconti stenografici delle sedute, volume 1, pagg. 376-77.
27. Circostanza confermata dallo stesso Moretti a Carla Mosca e Rossana Rossanda
(cfr. trascrizione bobina n 8, pag. 124) - Mosca: Quindi  lei [Barbara Balzerani]
che  uscita da via Gradoli?; Moretti: Io quel giorno li... ero l; Mosca: Ma insomma, chi ha chiuso la porta?; Moretti: Non so quale dei due... Cio, io e lei in quel giorno l stavamo insieme, l dormimmo quella notte, e quella mattina uscimmo di casa insieme. Poi io presi il treno, andai penso a Rapallo.
28. CM, volume 42, pag. 217. Che l'infiltrazione d'acqua fosse stata accuratamente organizzata non  dubitabile: lo dimostra
non solo e non tanto il rubinetto lasciato aperto (di per s,
avrebbe potuto trattarsi effettivamente di una dimenticanza), quanto gli altri due elementi: la scopa collocata all'interno della vasca con le setole appoggiate sul bordo per sorreggere il telefono della doccia, in corrispondenza della fessura tra le piastrelle verso la quale il getto dell'acqua era rivolto. Le due foto agli atti della Commissione Moro (volume 44, pagg. 163-64), cui qualcuno si riferir per negare la messinscena, furono scattate dalla Polizia scientifica dopo l'intervento dei pompieri: in quelle foto, infatti, il telefono della doccia era stato risistemato sull'apposito gancio e il rubinetto richiuso; nella foto si nota tuttavia la scopa, lasciata nella sua singolarissima posizione: all'interno della vasca, con le setole appoggiate sul bordo in corrispondenza della fessura tra le piastrelle - a conferma della testimonianza del maresciallo dei pompieri Leonardi. L'infiltrazione d'acqua al piano sottostante non fu insomma provocata da un rubinetto dimenticato aperto, ma da una quadrupla combinazione:
telefono della doccia sganciato e abbassato, nella vasca scopa sulla quale il telefono era appoggiato, rubinetto aperto con forte fiotto d'acqua indirizzato alla fessura tra le piastrelle della parete.
29. Cfr. CM, volume 44, pagg. 136-49. Tutto questo era la negazione di quelle norme di sicurezza che i brigatisti rispettavano rigorosamente: in ogni base il materiale in dotazione veniva conservato in apposite valigie o comunque ordinatamente imballato, pronto per essere evacuato in caso di pericolo.
E da notare che nel covo c'era anche un ricco archivio sull'attivit brigatista. Compreso un carteggio (asportato il 1 dicembre 1976 dalla sede milanese di Democrazia nuova, la corrente del deputato della destra DC Massimo De Carolis) riguardante Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Publio Fiori, Michele Principe, Gustavo Selva, Giacomo Sedati: salvo quest'ultimo, tutti nominativi inclusi negli elenchi di affiliati alla P2.
30. Su disposizione del magistrato Luciano Infelisi, tutto il materiale cartaceo venne fotocopiato e messo a disposizione dell'Arma dei carabinieri.
31. Alla porta dell'appartamento-covo non venne riscontrato alcun segno di effrazione: chi vi era entrato aveva le chiavi.
32. Per tutta la vicenda del falso comunicato BR n 7, cfr. S. Flamigni, Convergenze parallele, cit., pagg. 204-12.
33. Gli ha dato manforte il presidente del Consiglio Andreotti scrivendo nel proprio diario: In via Gradoli hanno scoperto per caso (una perdita d'acqua) un covo con armi e materiali di grande importanza (cfr. G. Andreotti, OP. cit., pag. 209).
34. Colloquio di Moretti con Mosca e Rossanda, cit., bobina n 8.
35. Adriana Faranda con Silvana Mazzocchi, Nell'anno della Tigre, Baldini & Castoldi
1994, pagg. 113-14.
36. Barbara Balzerani al pubblico ministero Antonio Marini, 21 marzo 1994; atti del processo Moro V
37. Di questa importante riunione - ammessa dallo stesso Cossiga - non verr trovata alcuna traccia di verbale o appunti negli archivi del Viminale.
38. E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all'autorit giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cio tu se sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all'avversario di muovere i pezzi in entrambi i versanti del gioco hai gi perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perch questi diranno: chi  che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi  che sta cercando di sfruttare l'operazione?
E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice:
Abbiamo analizzato il messaggio,  scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale  scritto il primo messaggio. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non  riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non  in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare. Quando usc il comunicato del Lago della Duchessa io trasalii perch mi parve proprio l'applicazione tardiva del mio suggerimento;
per era realizzato male, perch mancava il preventivo rapporto all'autorit giudiziaria
(colloquio di Vitalone con l'Autore).
39. Corrado Incerti, I servizi della Loggia, in Panorama, 28 settembre 1981. Il SISMI smentir quanto scritto da Panorama, sostenendo che il colonnello Musumeci pass al Servizio solo il 1 luglio 1978. Un'argomentazione insostenibile: anche il colonnello Guglielmi, per esempio - presente in via Fani il 16 marzo 1978, al momento della strage - entr ufficialmente in forza al SISMI a partire dal 1 luglio 1978. Nei fatti, in seguito alla nuova legge sui servizi di sicurezza, la dipendenza amministrativa decorreva dal 1 luglio 1978, ma il passaggio del colonnello Musumeci al SISMI era stato stabilito gi nel febbraio 1978.
40.  da notare che questo brano del memoriale moroteo verr trovato nell'ex covo BR di via Monte Nevoso (Milano) solo nell'ottobre 1990: nel ritrovamento dell'ottobre
1978 era stato censurato.
41. Sergio Trasatti, Il Lago della Duchessa, La Rassegna editrice 1978, pag. 174.
42. Cit. in Francesco Pecorelli e Roberto Sommella, I veleni di O, Kaos edizioni
1994, pag. 206.
43. Cfr. Corte d'assise di Perugia, Sentenza del 24 settembre 1999, pagg. 220-21. Quei rapporti di Chichiarelli coincidevano con l'ambiente suggerito dal magistrato Vitalone.
A quello stesso ambiente di destra eversiva e malavita ricorreranno poi i Servizi
deviati dei massoni Gelli-Musumeci-Pazienza-Belmonte per attuare l'operazione
terrore sui treni allo scopo di depistare l'inchiesta della magistratura bolognese sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980.
44. CM, vol. 31, pagina 530. Nel comunicato, le operazioni Gradoli e Lago della Duchessa venivano appropriatamente abbinate, e gli si attribuivano le medesime finalit.
45. Si apprender poi che il codice adottato da Chichiarelli era di tipo militare, utilizzato un tempo dai servizi segreti. La parte cifrata del comunicato venne decodificata da Il Settimanale, periodico di destra diretto dal piduista Giuseppe Dall'Ongaro (il giornale present quel comunicato attribuendogli il n 10 per conferirgli continuit rispetto ai 9 comunicati diffusi dalle BR durante il sequestro Moro). Cfr. CM, volume
38, pag. 1.097.
46. La moglie di Chichiarelli, Chiara Zossolo, ha testimoniato in sede processuale che
quando vide Toni Chichiarelli scrivere a macchina uno dei falsi comunicati BR, egli aveva dei fogli accanto dai quali copiava. Chichiarelli  stato coinvolto a pieno titolo nel delitto Pecorelli per la scheda di falsa rivendicazione brigatista da lui dattiloscritta, nella quale erano riportate notizie precise, frutto di un pedinamento, come l'accenno a una riunione protrattasi a lungo con un alto ufficiale dei carabinieri a piazza delle Cinque Lune, dove il colonnello Antonio Varisco, amico di Pecorelli, aveva lo studio.
Chiara Zossolo ha testimoniato di avere visto il marito preparare le schede che avrebbe abbandonato in un taxi e in quella occasione il marito, molto turbato, aveva affermato che Carmine Pecorelli non meritava di morire e di essere stato ucciso perch aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire e che il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro a un falso perbenismo (Corte d'assise di Perugia, sentenza del 24 settembre 1999, pag. 227).
47. Il giornalista inglese Philip Willan ha scritto di un colloquio avuto con l'avvocato Giuseppe De Gori (legale della DC nei vari processi sul delitto Moro): Chichiarelli scrisse il falso comunicato del Lago della Duchessa per conto del servizio segreto israeliano, il MOSSAD, mi disse [De Gori], Come ricompensa lo autorizzarono a compiere la rapina alla Brink's e poi lo uccisero... Dopo quel volantino, Moro non poteva pi essere salvato. Mi spieg che il MOSSAD era stato coinvolto nell'eliminazione di Moro dalla scena politica a causa della sua politica filoaraba (cfr. P. Willan, I burattinai, Pironti 1993, pag. 293.
 
CAPITOLO X.
IL PAPA IN GINOCCHIO.


L'appello del Pontefice.

Una lettera di Moro a Paolo VI venne recapitata dalle BR, tramite don Antonello Mennini, alla moglie del prigioniero; la signora Moro l'aveva subito riaffidata al sacerdote per recapitarla in Vaticano, dove il cardinale vicario Ugo Poletti la consegn nelle mani del Papa nella tarda serata del 20 aprile. Contrariamente a quanto scritto da Moro all'inizio della missiva, i suoi familiari avevano deciso di non trasmetterne il testo alla stampa(1).
Il 21 aprile il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Giuseppe Caprio, si rec nell'abitazione di Andreotti per chiedergli se il
governo ritenesse utile un intervento del Vaticano; il presidente del Consiglio rispose di essere in attesa di proposte concrete da parte di Amnesty International, per cui il governo non aveva nulla di specifico da suggerire. Alle ore 13 monsignor Agostino Casaroli (segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa) si rec da Andreotti, gli lesse la missiva di Moro e gli annunci il proposito vaticano di trasmetterla al presidente della Repubblica con un laconico biglietto di accompagnamento. Dunque, il Papa aveva tentato un primo sondaggio, poi aveva mandato il proprio delegato dal presidente del Consiglio: un intervento prudente, condizionato dall'orientamento di fermezza del governo italiano condiviso da molti nella Curia vaticana.
Andreotti aveva spiegato la posizione del governo, che non consentiva lo scambio dei prigionieri: ogni eventuale soluzione doveva rientrare nella legge e nell'ordinamento dello Stato, rispettando la
sensibilit di coloro che sono stati colpiti pi duramente dai terroristi mentre erano al servizio dello Stato in una posizione di grave rischio e grande impegno. D'altra parte, dalle BR non era giunto alcun segnale, n tramite la Caritas, n attraverso altri canali (come quelli attivati per il sequestro Sossi).
Dopo il colloquio Casaroli-Andreotti, il Papa rinunci a trasmettere la lettera di Moro al presidente della Repubblica, e nella notte scrisse di suo pugno un appello agli uomini delle BR che, pur contenendo un esplicito riconoscimento, rimaneva tuttavia nella sfera propria della Chiesa senza interferire con la posizione del governo italiano.
Sabato 22 aprile, alle ore 12,30, il giornale della Santa sede L'Osservatore Romano usc riportando in prima pagina, con grande rilievo, l'appello autografo di Paolo VI sotto il titolo Lettera del Papa alle BR:
Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse: restituite alla libert, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Moro semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virt della sua dignit di comune fratello in umanit, e per causa che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, n tantomeno da superfluo dolore. Uomini delle Brigate rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanit. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.
Nel corso della stessa giornata, la Radio Vaticana trasmise per sei volte il testo dell'appello di Paolo VI: tradotto in pi di venti lingue, l'appello a partire dalle prime ore del pomeriggio fu diffuso dall'emittente pontificia in tutto il mondo.
L'appello papale venne accolto con commosso ringraziamento
sia dal segretario DC Zaccagnini a nome del partito, sia da Nicola Rana a nome della famiglia e degli amici di Moro. Il segretario socialista Bettino Craxi rilev un'analogia tra la posizione del PSI e l'intervento del Santo padre. Il presidente dei deputati comunisti Alessandro Natta apprezz le elevate parole e la preghiera del pontefice a liberare Moro semplicemente, senza condizioni, e auspic che venisse ascoltata dai terroristi.
L'esplicito riconoscimento contenuto nell'appello papale rivolto direttamente alle BR non sort alcun effetto: Le BR consideravano la Chiesa una forza politica secondaria, e il Papa un interlocutore non valido, dir in proposito Valerio Morucci. Secondo Lauro Azzolini,
il tipo di riconoscimento espresso attraverso l'appello del Papa venne esaminato, ma si concluse che fosse politicamente insufficiente, inadeguato rispetto alle richieste delle BR e dello stesso Moro (il quale aveva chiesto al Vaticano un passo politico presso le autorit italiane perch accettassero lo scambio dei prigionieri). La richiesta di liberarlo senza condizioni rivoltaci dal Papa, ci fece capire che c'era un blocco nel governo d'ordine che non concedeva nulla. Per cui l'appello del Papa ci apparve un'iniziativa utile solo alla DC per sviare il problema.
Anche la decisione di affidare alla Caritas il ruolo di intermediaria per i contatti venne ritenuta dai brigatisti un semplice espediente dilatorio per la DC e per il governo, tale da eludere la questione della liberazione dei detenuti prigionieri. Dir Azzolini: Noi non ci pensavamo neanche lontanamente a prendere contatti con la Caritas, e tantomeno con Amnesty International, che consideravamo una organizzazione negativa, per non dire pessima. Noi all'interno del carcere volevamo costruire le brigate di campo: con il compito di fare la guerra all'istituzione carceraria, scopo inconciliabile con quello umanitario di Amnesty. Non volevamo intermediari di nessun tipo.
Avevamo ben presente l'esperienza negativa della RAF, che nel sequestro Schleyer era ricorsa ad alcuni intermediari e si era lasciata abbindolare.
Noi avevamo criticato quei compagni, e duramente, e non saremmo stati cos sciocchi da cadere nello stesso errore(2). I brigatisti rifiutavano qualunque trattativa di tipo umanitario: per loro erano in campo esclusivamente ragioni militari e politiche, e il confronto doveva avvenire direttamente con il governo e con la DC.
Domenica 23 aprile, in piazza San Pietro, in occasione del
consueto Angelus domenicale, il Papa disse rivolto ai fedeli: Di Aldo Moro nessun'altra notizia. Abbiamo trepidato, ieri, alla scadenza dell'ora fissata dagli anonimi autocostituitisi giudici unilaterali e carnefici, e trepidiamo ancora, sempre aspettando e pregando che sia risparmiata la consumazione del criminale annunciato misfatto. A commento delle parole di Paolo VI, Andreotti annot: Il Papa chiama gli uomini delle BR carnefici. Tiene forse conto di quanti, in Vaticano, hanno ritenuto eccessivo il suo precedente appello(3); una conferma che nella Curia vaticana c'erano posizioni contrastanti. Infatti sul ruolo della Chiesa nella vicenda, i vescovi Luigi Bettazzi e Clemente Riva racconteranno con rammarico di una iniziativa tentata dai vescovi italiani e fermata da una personalit della Segreteria di Stato vaticana di allora con la frase:  meglio che un uomo muoia perch
il popoloviva(4).


Censura brigatista e censura di Stato.

Che le BR non fossero affatto interessate alla possibilit di una mediazione pontificia, e che anzi a un certo punto la temessero,  dimostrato dalla pervicace opera censoria che riservarono al tentativo di Moro di coinvolgere il Vaticano in un ruolo mediatorio.
Secondo il capo brigatista Moretti, il Papa in quel messaggio apparentemente comprensivo, in sostanza recitava il requiem per Moro, poich chiedeva alle BR di liberarlo semplicemente senza condizioni, anzich adoperarsi per correggere la posizione del governo italiano come gli era stato chiesto. Il solenne appello del Papa
agli uomini delle Brigate rosse - sempre secondo Moretti - sarebbe stato indotto da una lettera di Moro al Santo padre, lettera nella quale il leader DC si era appellato a Montini toccando tutte le corde cui lo pensava sensibile, argomenti politici, religiosi, morali, l'antica militanza nella FUCI, i vecchi tempi e gli entusiasmi giovanili. Gli rammentava un'udienza avuta con i familiari poco tempo prima.
Ma la sola lettera pervenuta al Pontefice era quella arrivata in Vaticano il 20 aprile, quella trasmessa dalla famiglia Moro tramite don Mennini e dal contenuto piuttosto ufficiale e formale e senza alcun riferimento ai rapporti personali menzionati dall'ex capo brigatista.
Sia Adriana Faranda sia Valerio Morucci (i soli postini
delle BR) hanno sempre affermato di avere recapitato una sola lettera di Moro al Papa - appunto quella del 20 aprile - e Giovanni Moro ricorder che pervenne ai familiari una sola lettera di suo padre al Papa, cio quella del 20 aprile poi recapitata tramite don Mennini. La missiva cui si riferisce Moretti, scritta da Moro al Santo padre il 7 o l'8
aprile, verr trovata nel covo di via Monte Nevoso, inclusa nel blocco dei manoscritti morotei censurati, cio tra le lettere del prigioniero che le BR non avevano ritenuto di inoltrare(5). In quella lettera censurata, il prigioniero aveva scritto anche: Mi auguro si ripeta il gesto efficace di S.S. Pio XII in favore del giovane prof. Vassalli che era nella mia stessa condizione - in pratica, Moro equiparava la propria condizione di prigioniero delle BR a quella di Giuliano Vassalli prigioniero delle Ss naziste.
La lettera al Papa censurata era allegata a una missiva indirizzata da Moro a sua moglie (ugualmente censurata dai brigatisti): Credo che la chiave sia in Vaticano, che deve essere stato per duramente condizionato dal governo. Ho pensato perci di preparare una mia lettera personale al Papa, che ti accludo. Il riferimento al severo articolo dell'Osservatore induce a ritenere che quella lettera al Papa censurata fosse stata scritta intorno all'8 aprile,
poich Moro esprimeva a sua moglie indignazione e rabbia per quell'articolo: La Santa Sede, espressa da questo signor Levi [monsignor Virgilio Levi, vicedirettore de L'Osservatore, ndr], e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto.  una cosa orribile, indegna della Santa Sede.
Moro conosceva le divisioni interne alla Curia vaticana, e aveva scritto a sua moglie istruzioni per arrivare al Pontefice: aveva indicato, oltre al cardinale Ugo Poletti (vicario di Roma), il cardinale Sergio Pignedoli, Maria Righetti, e il diplomatico Gianfranco Pompei.
Moro aveva inoltre sollecitato sua moglie a contattare Raimondo Manzini (direttore dell'Osservatore Romano) per cercare di modificare la posizione intransigente assunta dal quotidiano vaticano rispetto alla trattativa Stato-BR; a questo scopo, il leader DC aveva scritto anche una polemica lettera al vicedirettore del quotidiano, don Virgilio Levi, lettera anch'essa censurata dai brigatisti e che dunque non era stata recapitata(6).
Alle censure brigatiste si erano accompagnate pressioni sul pontefice affinch il Vaticano mantenesse nella vicenda una posizione compatibile con la linea governativa della fermezza. Cos, nella sua accorata lettera-appello agli uomini delle Brigate rosse, Paolo VI li aveva pregati in ginocchio di liberare Moro semplicemente senza condizioni. Secondo Corrado Guerzoni (stretto collaboratore di Moro), la locuzione senza condizioni era stata inserita da Paolo VI per volont precisa di Andreotti(7). In effetti, l'appello del Pontefice a rilasciare l'ostaggio senza condizioni aveva deluso le attese di Moro, modificando le stesse originarie intenzioni del Papa.
Il Sommo Pontefice avrebbe voluto fare molto di pi di quello che ha fatto con quella lettera, dir Eleonora Moro, e, forse, anche quella lettera sarebbe stata leggermente diversa,
ma ha avuto delle forti pressioni perch le cose andassero
come sono andate. Senz'altro  stato fatto un lavoro, un tentativo per farlo desistere(8). Del resto, anche all'interno del Vaticano c'erano alti prelati curiali pi sensibili alla ragion di Stato, ai quali l'appello papale era parso comunque eccessivo.
Secondo Moretti, dopo il deludente appello del pontefice, Moro
scrive al Papa una seconda lettera, gli dice che la sua chiusura
[senza condizioni, ndr] lo ha sconvolto(9). Ma tra le carte trovate nel covo BR di via Monte Nevoso non c' traccia della lettera menzionata dall'ex capo brigatista: ci sono infatti due lettere di Moro indirizzate a Paolo VI, ma nessuna delle due ha un simile contenuto;
e se davvero Moro avesse scritto una lettera al Papa in seguito al suo solenne appello, come afferma Moretti, le missive indirizzate al Pontefice sarebbero state non due bens tre, e in questo caso sarebbe interessante conoscere quale ragione indusse le BR a censurare anche la terza missiva arrivando a eliminarne ogni traccia. Al giornalista Sergio Zavoli che gli ha domandato dove sia finita quella lettera, Moretti ha risposto: Non so dove. Quella lettera lui la scrisse, e penso che fu recapitata a don Mennini. Ma non credo sia sparita.
La contraddizione tra l'affermazione di Moretti, e quanto sostenuto dai postini Morucci e Faranda di avere recapitato una sola lettera di Moro indirizzata al Papa, ripropone i dubbi sull'esistenza di un
canale speciale e di un'altra lettera che potrebbe essere stata occultata nei meandri della Curia romana. Anche perch in quei convulsi frangenti l'informatissimo giornalista Mino Pecorelli, in un articolo pubblicato su OP il 2 maggio 1978, scrisse: Una seconda epistola dovrebbe aver raggiunto una sacra personalit ai vertici della gerarchia religiosa.
Parlando con Zavoli, Moretti ha aggiunto: Lui [Moro] scrive nel suo memoriale, che non condivide la scelta della Santa sede di chiedere la sua liberazione senza condizioni, e pone invece un problema politico: la Santa sede, il Santo padre avrebbero dovuto affrontarlo appellandosi a ragioni di umanit, poich la vita di un uomo vale pi di altro(10). Ma neppure di questo brano c' traccia nelle carte trovate in via Monte Nevoso nel 1990 (a conferma che anche quel secondo carteggio-memoriale  incompleto).
Certo  che Moro contava molto sull'autorevolissimo aiuto in chiave di mediazione da parte dell'amico papa Montini, mentre le BR intendevano vanificarlo. Moro aveva contato sull'aiuto del Vaticano fin dalla sua prima lettera al ministro Cossiga (lettera che, a sua insaputa, era stata resa pubblica dalle BR quale negazione di qualsiasi tentativo di trattativa segreta), e si era riferito alla Santa sede anche successivamente, come nella lettera alla moglie del 7 aprile: Il Vaticano va ancora sollecitato anche per le diverse correnti interne, si deve chiedere che insista sul governo italiano. Tempi di Pio XII che contendeva ai Tedeschi il giovane professor Vassalli, condannato a morte. Si dovr ritentare. Moro era quindi a conoscenza, o era convinto, che fossero state esercitate altre pressioni in Vaticano, delle quali tuttavia non vi  traccia nelle precedenti lettere recapitate, ma solo in quelle censurate dai brigatisti.
Nel luglio 1982 la signora Moro esprimer in Corte d'assise il convincimento che mancavano delle lettere di suo marito, ipotizzando che o sono state prese da altri o non sono state spedite.
Infatti, nel 1990 verranno trovate nel covo BR di via Monte Nevoso altre lettere di Moro non recapitate perch censurate dalle BR, come quella indirizzata a don Mennini nella quale il prigioniero scriveva:
Se possibile S. Em. Poletti potrebbe far osservare a S.S. che il suo bellissimo messaggio, equivocandosi tra restituzione umanitaria e scambio dei prigionieri, si presta purtroppo a venire utilizzato contro di me. Essenziale sarebbe dire ad Andreotti il sincero desiderio che le cose vadano nel modo desiderato da noi cio mediante scambio. Se si vuole il risultato, questa  la via. Altrimenti tutto s'incaglia.
La censura brigatista cal anche su altre successive lettere di Moro a don Mennini: D al Card. Poletti che mia moglie purtroppo non sta bene. Che supplichi il Papa di fare di pi, insistendo personalmente con Andreotti e non lasciandosi convincere dalla ragion di Stato.
Altre volte  stata superata; nella stessa lettera Moro indicava al sacerdote la particolare urgnza di prendere i necessari contatti per preparare la riunione degli amici della sua corrente con gli altri amici e in particolare Fon. Misasi, per stabilire una seria linea alternativa a quella del governo, la quale riecheggi un po' l'ispirazione socialista. Il mancato recapito di questa lettera dimostra come le BR fossero assai poco interessate a una linea alternativa di quel tipo.
In un'altra lettera censurata, Moro domandava a don Mennini, sapendo che il sacerdote avrebbe riportato la domanda in Vaticano: Il Papa non poteva essere un po' pi penetrante? Speriamo che lo sia stato anche senza dirlo.
I brigatisti boicottarono con la censura anche l'estremo tentativo di Moro, in una delle ultime lettere alla moglie: Fai, ti prego, al pi
alto livello un ultimo sforzo con il Papa per una soluzione mediatrice.
Non puoi immaginare quanto sia pi costruttiva. Prego la Provvidenza di ispirarlo e di spiegargli con umilt profondissima di non respingere questa mia. Il danno sar grandissimo.  un dovere di coscienza.
Pignedoli? Poletti?.
L'ex capo brigatista Moretti, mentitore recidivo, non si periter di dichiarare: Noi abbiamo reso pubblico quasi tutto quel che [Moro]
scrive, le poche volte in cui non  stato cos  perch inoltrare le sue lettere  rischiosissimo, tutta la polizia cerca di agganciarci. Del resto perch avremmo occultato qualche lettera? Quello che [Moro] chiede  una mediazione sui prigionieri politici, ed  anche quello che vogliamo noi(11). Ma i manoscritti di Moro trovati nel 1990 testimoniano l'intensit dell'azione censoria dei suoi carcerieri: delle 95
lettere scritte dal prigioniero, soltanto 30 erano state recapitate, mentre
65 lettere erano state trattenute dai brigatisti, anche se Moro si raccomandava molto che venissero recapitate(12).
I gestori del sequestro Moro, paghi dello sterile appello papale, temevano un pi deciso intervento mediatorio del Vaticano in chiave umanitaria. L'affermazione di Moretti siamo stati aperti fino alla fine a tutte le mediazioni(13)  solo una delle innumerevoli menzogne dell'ex capo brigatista. L'operazione Moro, aperta nel sangue con la strage di via Fani (cinque militari della scorta trucidati, alcuni dei quali finiti col colpo di grazia), era stata una sanguinaria azione terroristica che aveva precluso sul nascere qualunque possibile sbocco
umanitario: quella pubblica trattativa che le BR sostenevano di volere, era solo una scelta funzionale all'uccisione dell'ostaggio, cio all'eliminazione fisica dell'artefice dell'intesa DC-PCI col conseguente scardinamento della maggioranza parlamentare di solidariet nazionale. Come puntualmente accadr.
Nella sua ultima lettera di condannato a morte, Moro scrisse: Il Papa ha fatto pochino, ne avr scrupolo. Cos fu: durante la messa funebre per il leader DC assassinato, la preghiera del Papa a Dio venne attraversata da profondissimo turbamento, e Paolo VI mor poche settimane dopo.


Un servizio per la Primula rossa.

La stessa sera del 20 aprile in cui don Antonello Mennini, viceparroco di Santa Lucia, recapit la lettera di Moro in Vaticano, la magistratura autorizz l'intercettazione delle chiamate sulla linea telefonica della parrocchia. Alle ore 22,05 venne registrata una interessante conversazione fra don Mennini e monsignor Marcello Rossetti, assistente del segretario di Stato cardinale Jean Villot: ma all'inizio del colloquio una deliberata manovra dell'agente Giorgio Felli, preposto all'intercettazione, segnal ai due interlocutori che la loro conversazione era sotto controllo(14).
La magistratura aveva disposto l'intercettazione del telefono di don Mennini in quanto il sacerdote era un importante interlocutore per i brigatisti: infatti partecipava anche alle riunioni per le trattative nella sede vaticana di Castelgandolfo. L'agente Felli commise altri
errori, come le ripetute omissioni dei numeri telefonici che avrebbero permesso di individuare gli interlocutori di don Mennini; ma la Procura romana non svolger alcun accertamento sull'operato dell'agente, n valuter con la dovuta attenzione il fatto che l'incaricato
alle intercettazioni fosse un semplice agente e non un ufficiale di polizia giudiziaria come previsto dalla legge. Dai reperti processuali sono poi scomparse le bobine delle registrazioni dal 24 aprile al 4
maggio; le intercettazioni riprendono alle 19,55 del 4 maggio, quando una voce di donna dice a don Mennini di chiamare subito il generale: dalla parrocchia partirono quattro chiamate in rapida successione
(tutte senza risposta), e per ben quattro volte l'agente Felli non registr il numero chiamato, cos non si sapr mai quale generale
don Mennini dovesse chiamare.
La penultima telefonata fu registrata alle 14,15 del 9 maggio: un monsignore chiese di don Mennini, il quale rispose all'interlocutore che l'hanno ammazzato e che aveva da dirgli dei segreti: l'agente Felli non effettu la manovra di bloccaggio per poter individuare il numero dell'interlocutore. E altrettanto avvenne il 10 maggio, quando don Mennini parl con un altro monsignore al quale disse che si sarebbe potuto fare qualcosa perch la Segreteria sapeva di quel nome.
Il sacerdote negher di essersi accorto che il suo telefono era sotto controllo, e negher di avere recapitato lettere di Moro prima del 20
aprile. Ma Massimo Masini, amico di Giovanni Moro e frequentatore della parrocchia di Santa Lucia, ha dichiarato: Qualche giorno dopo il sequestro, don Mennini mi chiese se ero disposto a portare una lettera alla signora Moro. Si trattava ovviamente di una lettera proveniente dai rapitori. Diedi la mia disponibilit e dissi che ero in attesa di ricevere una telefonata; senonch don Mennini non mi telefon mai. Successivamente, mi confid di avere provveduto lui stesso a recapitare la lettera alla signora. Don Antonello avrebbe dovuto spiegare anche il significato di certi suoi contatti telefonici di cui  rimasta traccia nella parte non manomessa delle bobine delle intercettazioni: il perch del contatto con Renzo Rossellini (direttore di
Radio Citt Futura), e della telefonata con l'on. Benito Cazora nel corso della quale emerse il nome del noto mafioso calabrese Rocco Scriva.
Don Mennini, figlio di un alto dirigente della Banca vaticana, ha goduto di un trattamento particolare, e ha potuto eludere le domande in Corte d'assise. Promosso prelato,  stato nominato rappresentante plenipotenziario della Citt del Vaticano in Uganda. Gli avvocati di parte civile hanno chiesto invano alla Corte di poterlo interrogare: la mancanza di un trattato di assistenza giudiziaria tra Italia e Uganda precludeva la possibilit di ottenere la testimonianza del diplomatico vaticano.


L'ipotesi di un canale di ritorno.

Al processo d'appello,  sorta qualche ulteriore ragione per interrogare don Mennini. Adriana Faranda, per esempio, ha dichiarato di aver provveduto alla consegna di due o tre lettere di Moro indirizzate al sacerdote; ma agli atti c' una sola lettera, che don Mennini conferma di avere ricevuto, negando invece di avere mai ricevuto quella trovata in copia nel covo BR di via Monte Nevoso a Milano: in quella lettera, Moro esordiva con Scusa se approfitto cos spesso di te (a conferma di precedenti scritti), invitava il sacerdote a raccogliere notizie dei suoi familiari, e chiedeva: Potrebbero scrivere qualche rigo? tramite te?, quasi che don Mennini disponesse di un canale di ritorno per ritrasmettere messaggi.
Era stato lo stesso Moro a pensare alla possibilit di un contatto diretto con don Mennini scrivendo: Carissimo Antonello, temo e mi angoscia che siano state, senza darne notizia, sequestrate lettere di affetto tra persone care in una situazione drammatica come questa.
Alcune le ho ricostruite. Altre, contenenti alcune indicazioni chiss dove e come si potranno ritrovare. Ho pensato dunque di unire il tutto, di chiamarti, di darti il pacchetto, perch lo tenga per te.... 
evidente che Moro riteneva possibile - anche se per interposta persona
- chiamare don Mennini e consegnargli un plico. Il collaboratore di Moro Corrado Guerzoni, ascoltato dalla Commissione parlamentare stragi il 6 giugno 1995, alla domanda: Ma quale era il canale di ritorno? risponder: Io penso che sia stato sempre attraverso don Mennini, il quale conferiva riservatamente con la signora Moro.
Tornato in Italia dall'Uganda, don Mennini  stato interrogato al processo Moro IV Ha ribadito di non aver ricevuto alcuna lettera del prigioniero, oltre a quella intercettata dalla Polizia, ha ripetuto pi o meno le cose gi dette alla Commissione parlamentare nel 1980, e per il resto ha sostenuto di non ricordare essendo trascorso un quindicennio dai fatti.
Fra le lettere trovate in via Monte Nevoso indirizzate da Moro a don Mennini, c'era quella, scritta il 24 aprile, in cui lo scrivente raccomandava ai suoi amici di corrente di stare in contatto con gli altri amici e in particolare l'on. Misasi, che Moro nella successiva lettera al partito della DC, scritta il 27 aprile, scelse come suo portavoce delegandolo a presiedere il Consiglio nazionale della DC. Quella scelta dimostrava che Moro era informatissimo su quanto avveniva ai vertici della DC. L'on. Galloni, all'epoca vicesegretario della DC, ha ricordato di avere avuto proprio una crisi in merito a quella scelta, perch avveniva dopo tre o quattro giorni da un incontro in cui si parlava della linea della fermezza, e Misasi venne fuori con questa
espressione: Per, certo che da un punto di vista sentimentale io qualche cosa di pi farei in questa direzione. Disse solamente questo;
ed eravamo quattro o cinque persone in quella stanza a piazza del Ges: c'era forse Pisanu, c'erano sicuramente il capo dell'Ufficio stampa Cavina, gli on. Piccoli, Galloni e Misasi, il quale parl in termini sentimentali, quasi piangendo.
Nemmeno Cossiga, che ne ha accennato durante l'istruttoria del Moro V, ha saputo spiegare come il prigioniero avesse potuto essere al corrente di quei sentimenti di Misasi, ipotizzando l'esistenza di un canale informativo da alcuni ambienti della DC e dalla famiglia Moro verso le BR.
Il 24 aprile 1978, in seguito all'intercettazione di una telefonata a don Mennini, la Polizia entr in possesso di un breve, disperato appello di Moro a sua moglie: Carissima Noretta, come ultimo tentativo fa una protesta e una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni. Ti abbraccio forte, Aldo. Non  mai stato spiegato come Moro fosse al corrente del fatto che Guerzoni consigliava di evitare la rottura tra la famiglia e il partito della DC.


Il Comunicato BR n 8 e la nuova lettera a Zaccagnini.

Il 24 aprile 1978 le Brigate rosse diffusero il loro Comunicato n 8, accompagnato da una nuova lettera di Moro indirizzata al segretario della DC Zaccagnini(15).
Riaffermato che il presidente democristiano era un prigioniero
politico e che il suo rilascio era possibile solo affrontando il problema dello scambio di prigionieri, a 40 giorni dal sequestro il nuovo comunicato brigatista fissava i termini concreti della trattativa, chiedendo la libert per 13 detenuti. In merito ai tentativi della Caritas Internationalis di interloquire con le BR, il comunicato brigatista precisava:
Se la DC e il suo governo designano la Caritas
Internationalis come loro rappresentante e la autorizzano a trattare la questione dei prigionieri politici, lo facciano esplicitamente e pubblicamente...
Alcune personalit del mondo borghese, e alcune autorit religiose, ci hanno inviato con molto clamore appelli cosiddetti umanitari per il rilascio di Aldo Moro. Ne prendiamo atto, ma non possiamo fare a meno di nutrire qualche sospetto, che cio dietro il presunto spirito umanitario ci sia invece un concreto sostegno politico e propagandistico alla Democrazia cristiana, e sia in realt un far quadrato
intorno alla cosca democristiana; ovviamente, era una risposta rivolta anche al Pontefice.
L'elenco dei 13 detenuti dei quali le BR chiedevano la scarcerazione si apriva con Sante Notarnicola, condannato all'ergastolo, e proseguiva con Mario Rossi, condannato all'ergastolo per omicidio e in attesa di giudizio per
partecipazione a banda armata; Giuseppe Battaglia, condannato a 30 anni di reclusione; Augusto Viel, condannato all'ergastolo; Domenico Delli Veneri, in attesa di giudizio al processo NAP di Napoli; Pasquale Abatangelo, condannato a 16 anni e in attesa di giudizio al processo NAP di Napoli; Giorgio Panizzari, condannato all'ergastolo, in attesa di giudizio per partecipazione a banda armata e per la rivolta nel carcere di Viterbo; Maurizio Ferrari, condannato a 15 anni e in attesa di giudizio; Alberto Franceschini, condannato a 10 anni e in attesa di giudizio al processo di Torino;
Renato Curcio, condannato a otto anni e in attesa di giudizio al processo di Torino; Roberto Ognibene, condannato a 24 anni per l'uccisione di un carabiniere; Paola Besuschio, condannata a 15 anni;
Cristoforo Piancone, arrestato per l'uccisione di una guardia carceraria.
La scelta nominale rispondeva al criterio di rappresentare le varie esperienze della lotta armata - la 22 ottobre, i NAP, le BR.
I precedenti comunicati brigatisti, e in particolare le lettere di Moro rese pubbliche, avevano esercitato crescenti pressioni sulle forze politiche (soprattutto sulla DC), sul governo e sull'opinione pubblica, fino a determinare un infittirsi dei pronunciamenti in favore della trattativa; ma il Comunicato n 8, quello che esplicitava definitivamente la richiesta, nei fatti creava difficolt ai sostenitori della linea trattativista: lo stesso PSI, motore politico della
linea contraria alla fermezza, era costretto a definire inaccettabile la richiesta delle Brigate rosse.
Nella nuova lettera di Moro a Zaccagnini, c'erano per la prima volta varie cancellature e correzioni; inoltre, la penultima pagina era scritta solo parzialmente, con ampi spazi bianchi, mentre l'ultima si apriva con la frase: Per questa ragione, per una evidente incompatibilit, chiedo che ai miei funerali non partecipino n Autorit dello Stato n uomini di partito [ma solo dai pochi] degni di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore. A differenza di molte delle precedenti lettere, il manoscritto portava i numeri progressivi solo sui primi fogli.

Note.
1. Ecco il testo della lettera di Moro al Papa: Alla stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente di trasmissione all'augusto Destinatario e molte grazie. A
S.S. Paolo VI. In quest'ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santit vostra, affinch con altissima autorit morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorit governative italiane per un'equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla famiglia, per le cui necessit assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santit Vostra pu porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine le ragioni morali e il diritto alla vita. Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio. Aldo Moro.
Questa lettera, trasmessa dalla Segreteria di Stato vaticana al presidente del Consiglio Andreotti il 25 aprile 1978, non  mai stata consegnata alla magistratura, e diventer nota solo il 23 maggio 1980, quando Andreotti la far pervenire alla Commissione parlamentare d'inchiesta.
2. Colloquio dell'Autore con Azzolini nel carcere di Rebibbia, aprile 1986.
3. G. Andreotti, OP. cit., pag. 213.
4. Giovanni Moro, La storia offesa, Liberal, 7 maggio 1998.
5. Ecco il testo della lettera di Moro al Papa censurata dalle BR:
Beatissimo Padre, nella difficilissima situazione nella quale mi trovo e memore della paterna benevolenza che la Santit Vostra mi ha tante volte dimostrato, e tra l'altro quando io ero giovane dirigente della FUCI, ardisco rivolgermi alla Santit Vostra, nella speranza che voglia favorire nel modo pi opportuno almeno l'avvio di quel processo di scambio di prigionieri politici, dal quale potrebbero derivare, in questo momento estremamente minaccioso, riflessi positivi per me e la mia disgraziata famiglia che per ragioni oggettive  in cima alle mie angosciate preoccupazioni.
Immagino le ansie del governo. Ma debbo dire che siffatta pratica umanitaria  in uso presso moltissimi governi, i quali danno priorit alla salvezza delle vite umane e trovano accorgimenti di allontanamento dal territorio nazionale per i prigionieri politici dell'altra parte, soddisfacendo cos esigenze di sicurezza. D'altra parte, trattandosi di atti di guerriglia, non si vede quale altra forma di efficace distensione ci sia in una situazione che altrimenti promette giorni terribili. Avendo intravisto qui nella mia prigione un severo articolo dell'Osservatore, me ne sono preoccupato fortemente.
Perch quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, pu rompere le cristallizzazioni che si sono formate e quale umanesimo pi alto vi  di quello cristiano? Perci le mie preghiere, le mie speranze, quelle della mia disgraziata famiglia che la Santit vostra volle benevolmente ricevere alcuni anni fa, s'indirizzano alla Santit vostra, l'unica che possa piegare il governo italiano ad un atto di saggezza. Mi auguro si ripeta il gesto efficace di S.S. Pio XII in favore del giovane Prof. Vassalli, che era nella mia stessa condizione.
Voglia gradire, Beatissimo Padre, con il pi vivo ringraziamento per quanti beneficeranno della clemenza, i pi devoti ossequi. Aldo Moro.
6. Ecco l'inizio della lettera: Signor Vice Direttore dell'Osservatore Romano, prima di rispondere a chicchessia, ed in specie a persona della Sua autorit, sarebbe doveroso informarsi, andare fin nei dettagli, pesare ogni cosa. Ma come pu adempiere ad un cos elementare dovere una persona che sia nella mia difficile condizione, la quale, pur sentendo e capendo pochissimo nelle circostanze in cui si trova, ha per il dovere di non abbandonarsi, di reagire, di rettificare, di chiarire? Mi  parso di cogliere in questi giorni, a quanto mi  stato riferito, una certa diversit di accenti nell'Osservatore Romano....
7. CS, audizione del 6 giugno 1995. Naturalmente Andreotti ha smentito tale affermazione.
Ma Giovanni Moro ha scritto: Mi giungono autorevoli conferme da ambienti vaticani del fatto che l'espressione  stata aggiunta (cfr. Liberal, 7 maggio 1998).
8. Cfr. Corriere della Sera, 13 aprile 1982.
9. M. Moretti, OP. cit., pag. 154.
10. Sergio Zavoli, Diario di un cronista, RAI-Eri Mondadori 2002, pag. 474.
11. M. Moretti, OP. cit., pag. 149.
12. Ibidem, pag. 151.
13. Ibidem, pag. 154.
14. Ecco il testo della telefonata: Monsignor Rossetti: Lello?.
Don Mennini: S.
Monsignor Rossetti: Si  fatto tutto quel che si poteva fare, cara Primula rossa!
Adesso  pericoloso.
[A questo punto, l'agente addetto all 'intercettazione, Giorgio Felli, si inserisce ripetendo le parole: S, si  fatto tutto quello che si  potuto. Segue un attimo di pausa, poi la conversazione tra i due riprende:]
Monsignor Rossetti: Come?.
Don Mennini: Ma chi  quello che parlava?.
Monsignor Rossetti: Come, quello che parlava?.
Don Mennini: Quello che ha intercettato.
Monsignor Rossetti: Non lo so,  da voi.
Don Mennini: No, no.
Monsignor Rossetti: Allora avete il telefono sorvegliato. State accorti.
Don Mennini: Benissimo.
Monsignor Rossetti: Hai inteso bene la cosa come  andata?.
Don Mennini: S.
Monsignor Rossetti: Allora hai visto che il giorno del Signore viene?.
Don Mennini: Speriamo venga.
Monsignor Rossetti: Ma no, in altro senso capitano cose straordinarie nella vita, no?.
Don Mennini: S  vero. Poi ne parleremo.
Monsignor Rossetti: S.
Don Mennini: Ok, ciao.
Monsignor Rossetti: Ciao.
15. Ecco il testo della lettera di Moro a Zaccagnini:
A Benigno Zaccagnini, segretario politico della Democrazia Cristiana. Caro Zaccagnini, ancora una volta, come qualche giorno fa, m'indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticit della situazione. Siamo quasi all'ora zero: mancano pi secondi che minuti. Siamo al momento dell'eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (pi o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni! del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l'accorto divinatore delle funzioni avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilit. Si sapeva, senza patti di sangue, senza inopinati segreti notturni che cosa voleva ciascuno di noi nella sua responsabilit.
Ora di questa vicenda, la pi grande e gravida di conseguenze
che abbia investito da anni la DC, non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario n del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell'on. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell'on. Piccoli.
Mi sono detto: la situazione non  matura e ci converr aspettare. [] prudenza tradizionale della DC. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l'umanista dell'Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza  certo del governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella DC che d e ritira la fiducia, come in circostanze cos drammatiche sarebbe giustificato.  dunque alla DC che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alle ragioni del Partito e delloStato. Viene una proposta unitaria nobilissima ma che elude purtroppo il problema politico reale. Invece dev'essere chiaro che politicamente il tema non  quello della piet umana, pur cos suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra
(guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica l dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalit), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perch in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovr fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della pi umana posizione socialista? Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libert l'altro, in nessun modo recuperabile, la vita.
Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento
sulla stessa legge del taglione, lo Stato, con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libert che s'intenda negare si accetti e si dia come scontata la pi grave ed irreparabile pena di morte? Questo  un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l'organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su, perch c' uno stato di detenzione preminente da difendere.  una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso.
Nessuno ti pu sindacare. La tua parola  decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza. E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l'iniqua ed ingrata sentenza della DC. Ripeto: non assolver e non giustificher nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio  il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la DC di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sar ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della DC si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilit, chiedo che ai miei funerali non partecipino n Autorit dello Stato n uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perci di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore. Cordiali saluti. 24-4-78. Aldo Moro. On. Benigno Zaccagnini. P.S.
Diffido a non prendere decisioni fuori degli organi competenti di partito.
 
CAPITOLO XI.
LE TRATTATIVE.


L'impresa disperata.

Dopo la strage di via Fani, il Parlamento a stragrande maggioranza si pronunci per la linea della fermezza, cio per il rifiuto di ogni ricatto brigatista e contro qualunque trattativa fra lo Stato e i terroristi.
Fu Moro a proporre per primo una trattativa per la propria liberazione, dopo 11 giorni di prigionia. D'accordo con i suoi carcerieri, scrisse in modo molto riservato al ministro dell'interno Cossiga, mettendo in relazione la proposta di trattativa alla ragione di Stato, indicando la Santa sede come possibile tramite, e suggerendo riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici. Ma Moro venne
tradito dai brigatisti, i quali resero pubblica la lettera (facendogli poi credere che fosse stato il ministro Cossiga a consegnarla ai giornalisti)(1) in quanto nulla deve essere tenuto segreto al popolo.
Secondo i brigatisti, se ci dovevano essere trattative, esse dovevano svolgersi alla luce del sole, senza intermediari, direttamente tra BR e governo, tra BR e DC, fra terroristi e Stato. Cos la trattativa risult subito impraticabile, e per Moro divent un'impresa disperata.
Le BR non avevano la forza politica e militare per indurre il
governo o la DC a cedere, tanto pi che dopo la strage di via Fani l'organizzazione terrorista era condannata all'isolamento(2). Moro era consapevole che l'azione delle BR era priva di sbocchi politici, ma nelle condizioni di prigioniero, sotto un dominio assoluto e incontrollato, dopo che gli era stata preclusa la via di una trattativa riservata
(come aveva prospettato nella lettera a Cossiga), non gli restava che tentare la strada di una trattativa palese e umanitaria; ma anche quella possibilit - che puntava soprattutto sul Vaticano - gli venne preclusa dai brigatisti, i quali pretendevano una trattativa politica diretta con la DC o lo Stato.
Nella lettera a Zaccagnini, scritta dopo 15 giorni di prigionia, Moro riproponeva la trattativa per uno scambio di prigionieri, ma nel Comunicato BR n 4, al quale la lettera era allegata, i brigatisti precisavano che la proposta trattativista era di Moro e non delle BR, e denunciavano tentativi del regime di imporre trattative segrete, misteriosi intermediari e mascheramento dei fatti.
A rendere ulteriormente disperato il tentativo trattativista di Moro era l'accoglienza che all'esterno veniva riservata alle sue missive dal carcere. Il primo a dichiarare quelle morotee lettere non moralmente autentiche fu il ministro Cossiga, il secondo fu Andreotti in un passo del discorso tenuto alla Camera il 4 aprile. Moro si era rivolto anzitutto a Cossiga riponendo nel ministro fiducia (lo aveva nominato lui prima sottosegretario alla Difesa, poi ministro della Pubblica amministrazione, e infine ministro dell'interno), mentre Cossiga preferiva credere ai suoi esperti e specialisti secondo i quali le lettere morotee erano il risultato della sindrome di identificazione con l'aggressore: in sostanza, per il Viminale il prigioniero era plagiato
dai suoi carcerieri, per cui la trattativa proposta da Moro era quanto volevano i terroristi.
La convinzione degli esperti cossighiani sulla non autenticit
degli scritti di Moro era chiaramente strumentale. La valutazione di un Moro succube dei suoi carcerieri originava pesanti giudizi sulla personalit del prigioniero (espressi soprattutto dalla stampa di destra)(3), ed erano funzionali a
una rimozione collettiva e a determinare la convinzione che la
liberazione dell'ostaggio potesse essere politicamente pi problematica della sua morte. Cos, mentre gli
esperti del Viminale accreditavano la tesi che Moro fosse preda della sindrome di Stoccolma (e che avesse subito il lavaggio del cervello), veniva trascurato il lavoro investigativo, e le stesse attivit di ricerca della prigione subivano un sensibile rallentamento(4).
Intanto il prigioniero scriveva continuamente attivando il pi possibile i postini BR nella speranza che potessero essere individuati e che attraverso di loro le forze dell'ordine potessero localizzare la prigione dove era rinchiuso.
Moro era anche consapevole, come dimostrava il suo scritto su Taviani, che il fronte della fermezza era rafforzato da ingerenze esterne (americana e tedesca) e da una componente reazionaria che cercava di strumentalizzare le BR per eliminarlo insieme alla sua politica di apertura al PCI. Con quello scritto Moro cercava anche di convincere i suoi carcerieri che avevano sbagliato bersaglio, ma dopo cinque giorni le BR pubblicarono il comunicato che annunciava la condanna a morte del prigioniero. Una condanna a morte che coincideva con troppi segnali di disimpegno tra i vertici degli apparati dello Stato; mentre la criminalit organizzata, in un primo momento sollecitata ad attivarsi per salvare l'ostaggio, aveva cambiato registro.
Fu allora che il boss mafioso Frank Coppola si rec da Ugo Bossi
(uomo del boss Francis Turatello e amico del boss Tommaso Buscetta), comunicandogli di interrompere ogni interessamento in favore di Moro perch quell'uomo deve morire.
I familiari di Moro, aiutati dalla cerchia dei pi stretti collaboratori del presidente DC e da pochi amici, si adoperavano strenuamente per la salvezza del proprio congiunto seguendo le indicazioni contenute nelle lettere del prigioniero.
Dalle intercettazioni telefoniche risulta che a met aprile Rana ebbe il compito di contattare il giurista socialista Giuliano Vassalli per una eventuale mediazione in nome e per conto della famiglia Moro. Il 15 aprile il brigadiere Cesidio Pera scrisse negli appunti di sintesi di una telefonata: Rana chiama Vassalli, e questi dice subito:
Come io le avevo detto, ieri ero a Firenze e sono tornato tardissimo, e gi questa mattina dovevo essere a Castel Gandolfo dove ci sono quelle riunioni; poi Rana chiede se in caso di ulteriori sviluppi lui sarebbe disposto o accetterebbe di attivare un contatto per le trattative;
il professore dice che non  persona adatta in quanto non ha mai fatto una cosa del genere, spiegando i vari motivi, ma sarebbe disposto a una consulenza; Rana dice di rendersi conto e che la richiesta parte da una spontanea simpatia di tutti... Entrambi sono perplessi circa un premio in danaro per chi d la notizia. E il 16 aprile: Telefona una donna e dice che certe cose non le capisce, non come giornalista, ma come amica della famiglia Moro. Rana le dice che ora sta andando a casa Moro, dove c' la riunione e vedranno se si pu stabilire il contatto.
Un altro tentativo era cominciato l'8 aprile a Roma, con l'incontro fra Sereno Freato, l'avvocato svizzero Denis Payot (difensore dei terroristi della RAF che si era occupato della trattativa nel sequestro Schleyer), e il sottosegretario all'interno Nicola Lettieri; erano presenti anche l'avvocato Giuseppe Manzari, Rana, e il fratello di Payot.
Il legale svizzero si diceva in grado di contattare i rapitori di Moro;
all'aeroporto, appena sceso dall'aereo, Payot si era addirittura vantato con Freato di sapere, da fonte tedesca, che all'operazione di via Fani avevano partecipato alcuni terroristi della RAF. Ma dopo la riunione romana dell'8 aprile, Payot non si era pi fatto vivo, e quando Freato si rec da lui a Ginevra lo trov molto spaventato: il ministro della Giustizia e la Polizia elvetica gli avevano proibito di occuparsi ulteriormente del caso Moro; e l'associazione per l'assistenza ai terroristi, di cui Payot era presidente, lo aveva dimesso dalla carica.
Tutto ci era accaduto dopo che il nostro ministero dell'interno era intervenuto presso il governo svizzero: una prova di come l'azione della famiglia Moro venisse ostacolata dal governo.


Le lettere della disperazione.

Il 20 aprile, dopo la diffusione della nuova foto di Moro prigioniero con in mano una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile, Tina Anselmi e Nicola Lettieri portarono un messaggio di Eleonora Moro indirizzato alla segreteria nazionale della DC: La famiglia tiene a far sapere, a scanso di equivoci, che  ferma nel richiedere che venga salvata la vita di Moro. La DC deve dire stasera che  favorevole alle trattative, deve dirlo il governo. Altrimenti, la famiglia domattina dissocer le sue responsabilit da
quelle della DC, riservandosi di informare l'opinione pubblica sulle valutazioni che essa d alla vicenda(5).
Pi tardi arriv anche una lettera di Moro a Zaccagnini, recapitata alla famiglia tramite don Mennini. Moro esprimeva il suo stato d'animo esacerbato nel constatare che dopo 40 giorni di terribili sofferenze, nel suo partito non era emersa alcuna voce di dissenso rispetto alla linea ufficiale della fermezza; dopodich il prigioniero avanzava una minacciosa previsione: Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare.
Tra il 20 e il 23 aprile Moro scrisse almeno 27 lettere, indirizzate a Zaccagnini, Andreotti, Craxi, Piccoli, Misasi e altri, per sostenere l'ipotesi di una trattativa con scambio di prigionieri; una decina vennero censurate dai brigatisti, altre furono recapitate volutamente in ritardo (cio dopo la diffusione del Comunicato BR n 8). Moro indirizz anche quattro missive a diplomatici per investire del suo caso i vertici dell'ONU (ma i brigatisti ne recapitarono solo due).
Col Comunicato n 8, diffuso il 24 aprile, le BR formalizzarono la richiesta di scarcerare 13 detenuti elencandone i nomi(6): una plateale provocazione, accompagnata dallo sprezzante rifiuto di qualunque trattativa di tipo umanitario. Venne recapitata anche una lettera a Zaccagnini dai toni drammatici in cui Moro si rivolgeva ai dirigenti della DC (per tre volte nominava Misasi) e precisava: Dev'essere chiaro che politicamente il tema non  quello della piet umana, pur cos suggestiva, ma lo scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole); per due volte accusava lo Stato, l'organizzazione statale che con la sua inerzia lo stava condannando a morte; ripeteva: Non accetto l'iniqua e ingrata sentenza della DC, e concludeva: Chiedo che ai miei funerali non partecipino n Autorit dello Stato, n uomini di partito; infine aggiungeva un P.S.
Diffido a non prendere decisioni fuori dagli organi competenti di partito. Il 25 aprile, Moro scrisse a sua moglie una lettera (non recapitata)
colma di sconforto: Per me,  finita; poi torn a scrivere una lettera di addio ai suoi familiari e collaboratori - un totale accertato di almeno 16 missive che i brigatisti non recapitarono.
Il 26 aprile il quotidiano Il Giorno pubblic un messaggio dei familiari di Moro, e il prigioniero ne fu informato dai suoi carcerieri.
Cos, con un ultimo barlume di disperata speranza, l'indomani Moro scrisse di nuovo al partito.
Il 28 aprile, durante la rubrica televisiva RAI Tribuna politica, il moderatore Jader Jacobelli domand al presidente del Consiglio Andreotti: Il rifiuto di trattare con le BR  dunque definitivo?; il presidente del Consiglio rispose: Noi, quando iniziamo la vita di un governo, giuriamo fedelt alla Costituzione della Repubblica, cio giuriamo di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo  il limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare. E in pi aggiungo: la richiesta di liberare, fuori dalle procedure delle leggi, tredici detenuti, e non certo per fatti irrilevanti,  assurda. Pensate che cosa significherebbe questo nei confronti dei carabinieri, degli agenti di pubblica sicurezza, degli agenti di custodia che, con grave rischio e tanti sacrifici, stanno a servire lo Stato. Pensate se avessero il sospetto che alle loro spalle, e violando la legge, il governo trattasse con chi della legge ha fatto veramente scempio e continua a fare scempio.
L'indomani il quotidiano romano Il Messaggero pubblic una lunga lettera di Moro alla DC(7). Anzitutto il prigioniero rivendicava la propria autenticit e la propria autonomia di vedute rispetto alle BR, quindi precisava la sua posizione in merito allo scambio dei prigionieri:
Da che cosa si pu dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso  tutto qui. Su questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate Rosse
(ed  prevedibile ce ne siano)  arroccato il governo (Moro scriveva di scambio di prigionieri al plurale poich riteneva di non essere il solo prigioniero delle BR). Ricordava che la libert (con l'espatrio) in un numero discreto di casi  stata concessa a palestinesi
anche dal governo italiano che aveva riconosciuto la necessit di fare uno strappo alla regola della legalit formale. Moro comunicava infine la sua decisione di convocare la riunione del Consiglio nazionale DC e delegava a presiederlo l'on. Riccardo Misasi.
Numerose altre lettere del prigioniero approdarono in casa Moro: un plico di messaggi che la signora Eleonora distribu ai collaboratori del marito perch li recapitassero ai relativi destinatari. Sereno Freato recapit le lettere indirizzate a Craxi e a Piccoli; Rana recapit quelle per Fanfani, Andreotti e Misasi (alla domanda di Freato
come ne fosse venuta in possesso, la signora Moro rispose che lo dispensava dal saperlo per evitare che potesse trovarsi in imbarazzo in seguito). Le altre lettere erano indirizzate al presidente della Repubblica Giovanni Leone, al presidente della Camera on. Pietro Ingrao, all'on. Erminio Pennacchini, all'on. Renato Dell'Andro, e a Tullio Ancora.
Sollecitato dal messaggio di Moro, Tullio Ancora si rec presso la direzione del PCI, dove si incontr con Enrico Berlinguer e Paolo Bufalini. Buon amico di Moro, fin da quando era capo ufficio della Camera per i rapporti con il governo e i gruppi parlamentari Ancora era stato pi volte il tramite fra il presidente della DC e i dirigenti comunisti; ora, a quegli stessi dirigenti rifer di essere stato pregato da Moro di convincerli affinch, pur mantenendo la loro posizione della fermezza, non si opponessero allo scambio di prigionieri:
Dicano, se credano, che la loro  una posizione dura e intransigente, e poi la lascino l come termine di riferimento (Ancora non lesse a Berlinguer e Bufalini la lettera di Moro, poich conteneva la frase polemica: Ricevo come premio dai comunisti, dopo la lunga marcia, la condanna a morte), Berlinguer illustr a Ancora le ragioni della posizione politica del PCI, favorevole a esplorare le vie per salvare la vita di Moro a condizione che tali proposte non comportassero alcuna violazione di leggi n il riconoscimento politico delle BR. Era convinzione di Berlinguer e degli altri dirigenti comunisti che un cedimento alle richieste e ai ricatti (quale ad esempio la liberazione di uno o pi detenuti, fatta al di fuori delle leggi penali), incoraggerebbe le BR e pi in generale le organizzazioni terroristiche a nuove imprese sempre pi gravi, nuovi ricatti sempre pi pesanti, e assesterebbe un colpo durissimo ai corpi dello Stato e alle forze dell'ordine impegnati nella lotta al terrorismo, con conseguenze catastrofiche per la convivenza civile e le istituzioni democratiche del nostro Paese(8). La posizione della fermezza era stata condivisa, fino a otto giorni prima, da tutti i partiti che appoggiavano il governo,
e perfino da forze non comprese nella maggioranza. Berlinguer giudicava quindi dannosa l'incrinatura tra le forze democratiche in merito alla trattativa, poich poteva dare alle BR la speranza di vincere e al tempo stesso la disperazione di perdere. Era inoltre personale convinzione del segretario comunista che quando ci si assume la responsabilit di dirigere un grande partito e ci si ingaggia di fronte a milioni di persone, bisogna essere pronti al sacrificio fino al limite della vita(9).
Nelle missive indirizzate al partito democristiano e a
Piccoli, Pennacchini e Dell'Andro, Moro citava il caso della libert accordata ad alcuni palestinesi allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero state poste in essere se fosse continuata la detenzione: i palestinesi avevano rinunciato a utilizzare il territorio italiano per le loro azioni terroristiche; l'ambasciatore Roberto Gaia (collaboratore di Moro ministro degli Esteri all'epoca di quell'espulsione), aveva poi precisato che Moro aveva temuto reazioni israeliane per la restituzione del gruppetto di terroristi arabi, catturati in Italia e portati in Libia nel 1973 con un aereo militare - un Argo 16 precipitato pochi giorni dopo quel trasbordo(10).
Nella lettera a Dell'Andro, Moro invitava a intervenire su Massimo De Carolis e sugli altri deputati della destra DC che si opponevano alla maggioranza di unit nazionale. Al partito scriveva: Centinaia di parlamentari volevano votare contro il governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza?. Forse Moro intuiva i limiti del suo atteggiamento politico, e aggiungeva poco dopo:  noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. Nelle lettere a Leone, Fanfani e Ingrao, Moro ripeteva infine la richiesta di rendere possibile la trattativa per lo scambio dei prigionieri politici, la quale mi consenta di essere restituito alla famiglia che ha grave e urgente bisogno di me.
E a Giulio Andreotti scriveva: Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell'umca cosa che conti per me, non la carriera cio, ma la famiglia.
Le 11 missive, scritte dal prigioniero in tempi diversi, erano state fatte pervenire alla signora Moro tutte contemporaneamente, forse allo scopo di esercitare una estrema pressione congiunta sulle istituzioni e sulle forze politiche. Ma l'indomani un anonimo brigatista
(Mario Moretti) telefon a casa Moro: Io sono uno di quelli
che hanno a che fare con suo padre, disse alla figlia del prigioniero che aveva risposto alla chiamata. Le devo fare un'ultima comunicazione, questa telefonata  per puro scrupolo. Siete stati un po' ingannati e state ragionando sull'equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo gi preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ci che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l'intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso.
Se ci non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco,  possibile solo questo.
L'abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non  una cosa che si possa prendere alla leggera.
Noi siamo disposti a sopportare le responsabilit che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti... non siete intervenuti direttamente, perch mal consigliati. La figlia di Moro gli rispose:
Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto. Moretti prosegu: Il problema  politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo,  l'unica maniera in cui si pu arrivare a una trattativa. Se questo non avviene... solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini pu modificare la situazione. Noi abbiamo gi preso una decisione, nelle prossime ore accadr l'inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient'altro da dirle. Restava enigmatica la frase morettiana Siete stati un po' ingannati e state ragionando sull'equivoco, dato che i familiari si erano limitati a seguire le indicazioni scritte dal prigioniero e avallate dai carcerieri con il recapito degli scritti.
La famiglia Moro rivolse un pressante appello alla DC: L'azione del partito  del tutto insufficiente; cos si ratifica la condanna a morte del sequestrato. Se la delegazione non se la sente, convochi almeno il Consiglio nazionale. Il segretario Zaccagnini riun il vertice del partito per valutare la situazione dopo le ultime lettere del presidente del Consiglio nazionale, Aldo Moro. La direzione della DC aveva deciso, fin dal 17 marzo, che data l'emergenza il segretario del partito fosse affiancato, oltre che dai vicesegretari Galloni e Gaspari, anche dai presidenti dei gruppi parlamentari Bartolomei e Piccoli. Il 4 maggio la DC annunci che il successivo 9 maggio si sarebbe riunita la direzione con il compito di convocare il Consiglio nazionale, come era stato chiesto da Moro nella lettera al partito.
Fra il 30 aprile e i primi giorni di maggio, Moro scrisse almeno una decina di lettere. Sembrava a conoscenza di alcune informazioni dall'esterno, e aveva l'impressione che le parole rivolte al Partito
siano riuscite vere ed efficaci. Cos, riprese a scrivere lettere e documenti in vista della riunione della Direzione e del Consiglio nazionale della DC; ma nessuna di quelle lettere fu recapitata, a conferma che il capo brigatista Moretti non era affatto interessato a che nella DC potesse prevalere la decisione di trattare.
Ai primi di maggio, Moro scrisse l'ultimo brano del suo memoriale, dal quale emergeva l'estrema efferatezza riservatagli dai suoi carcerieri: Io desidero dare atto che alla generosit delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libert. Di ci sono profondamente grato [...]. Mi dimetto dalla DC, chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della DC al gruppo misto; mentre preparavano l'esecuzione, i brigatisti avevano fatto credere al prigioniero che sarebbe stato liberato. Questo brano del memoriale  strettamente collegato alle lettere di dimissioni dalla DC che Moro scrisse al segretario del partito Zaccagnini
(lettere che non vennero firmate n inoltrate poich avrebbero fatto perdere a Moro la autorit di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale del partito). Erano in sostanza scritti coi quali il prigioniero tentava di favorire il proprio rilascio: attraverso essi, Moro sembrava prefigurare il suo ritorno sulla scena politica in un'autonoma posizione di irriducibile conflitto con la DC. Ma l'intento moroteo era illusorio, la sua sorte era segnata. Se si fosse aperto un varco e l'avessimo liberato... Moro sarebbe diventato Presidente della Repubblica, e la DC non sarebbe stata demolita affatto, dir Moretti(11):  la conferma che Moro doveva morire. Infatti, non appena sembr profilarsi uno spiraglio (al ministero della Giustizia si stava valutando la possibilit di concedere la libert provvisoria al nappista Alberto Buonoconto), i brigatisti procedettero all'uccisione del prigioniero.
Il 5 maggio le BR diffusero il loro Comunicato n 9: Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro  stato condannato. Quello stesso giorno vennero fatte pervenire a casa Moro due ultime lettere del prigioniero(12).
I brigatisti sapevano che la riunione del vertice DC era stata convocata per il giorno 9 maggio. E la mattina del 9 maggio abbandonarono il cadavere di Moro nel centro di Roma, in via Caetani, nei pressi delle sedi centrali della DC e del PCI. La drammatica messinscena si era compiuta con un beffardo colpo di teatro finale.


L'iniziativa socialista.

Fin dal 4 aprile il segretario del PSI Bettino Craxi aveva cercato di attivare un canale di contatto con le BR, e per questo aveva incaricato l'avvocato Giannino Guiso che, aiutato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (responsabile della sicurezza nelle carceri), si era recato a parlare con Renato Curcio nel carcere di Torino. Ma dopo vari incontri, l'unica
indicazione del fondatore delle BR era stata: Dialettizzatevi con Moro.
Dopo i due comunicati n 7 (quello apocrifo del 18 aprile che annunciava la morte di Moro, e quello delle BR del 20 aprile con acclusa la foto del prigioniero), la direzione del PSI, convocata in via straordinaria, concluse la riunione con una
posizione approvata all'unanimit: Ci che si pu fare per agevolare la liberazione di Aldo Moro deve essere fatto. Non  questione di uno scambio di prigionieri, per il quale non esiste un presupposto di principio n alcuna obiettiva possibilit pratica. Ma non  neppure accettabile, e per parte nostra non  accettata, una sorta di immobilismo pregiudiziale e assoluto, genericamente motivato, che porta a escludere persino la ricerca di ogni ragionevole e legittima possibilit... Fra gli estremi del cedimento al ricatto e del rifiuto pregiudiziale possono esserci altre vie che, in diverse forme, diversi Stati democratici non hanno esitato a esplorare. Che ci si faccia, nelle drammatiche circostanze che si sono determinate,  la ferma richiesta del PSI.
Intanto il PSI proseguiva e intensificava la ricerca di contatti con le BR. Il vicesegretario socialista Claudio Signorile incontr Lanfranco Pace e Franco Piperno; Pace si incontr poi con i brigatisti Morucci e Faranda, quindi con il senatore Antonio Landolfi prima e con Bettino Craxi poi. Infine Signorile incontr Amintore Fanfani. La
ricerca del vertice socialista si svolgeva in modo del tutto riservato: se ne avr notizia solo nel giugno 1979, quando Pace, Piperno e Scalzone, sul primo numero della loro rivista Metropoli, pubblicheranno un racconto a fumetti dell'impresa brigatista comprensivo di un incontro tra Fanfani e Signorile, con quest'ultimo informato del fatto che l'esecuzione pu essere sospesa se entro 48 ore un autorevole esponente della DC prender apertamente posizione in favore della
trattativa(13).
Nel 1984 Morucci dir al giudice istruttore Imposimato di essersi incontrato con Pace, casualmente, una sola volta tra il 20 e il 24 aprile
1978, cio dopo il settimo comunicato BR e prima dell'ottavo, in uno dei ristoranti in cui io e Faranda eravamo soliti pranzare. Verr invece accertato che i tre si erano incontrati numerose volte, soprattutto nell'ultimo periodo. Almeno sette-otto volte, come ammetter la Faranda. Pace inform i due brigatisti della proposta dei dirigenti socialisti per un atto di clemenza attraverso un'iniziativa autonoma dello Stato (proposta che i brigatisti, nel loro ultimo comunicato, definiranno manovra per gettare fumo negli occhi). Dir Morucci:
Ci trovammo d'accordo con lui [Pace, ndr] nel valutare che la
posizione politico-umanitaria espressa dal PSI avrebbe potuto indurre la Democrazia cristiana a una maggiore chiarezza; considerammo, inoltre, che tale maggiore chiarezza avrebbe dovuto necessariamente prescindere, sia pure implicitamente, dalle posizioni di fondo annunciate da tutti i partiti e dal PSI: condanna del terrorismo, esclusione del cedimento dello Stato, esclusione di ogni possibilit di trattativa, priorit delle azioni di polizia per catturare tutti i membri delle BR e liberare Moro(14).
Durante il processo di appello, Morucci ha dichiarato: Rispetto alle varie ipotesi che fino a quel momento erano state palesate, anche se non in forma precisa perch questa avvenne in seguito, sulle varie possibilit di liberare per motivi di malattia o per altri motivi persone che non si erano macchiate di delitti di sangue, noi dicemmo che era un problema collaterale non determinante rispetto alla liberazione di Moro. Tuttavia, l'iniziativa socialista veniva ritenuta interessante e utile, in quanto poteva sollecitare altre forze a muoversi in quel senso, e creare condizioni pi favorevoli al piano e alle aspettative delle BR, che secondo Faranda erano concentrate su un riconoscimento politico proveniente dalla DC.
A detta di Morucci, non c' stata alcuna trattativa tra Pace,
Piperno, Craxi e le BR. Io ero semplicemente l'altra sponda di questa cosa e dall'altra parte c'era Mario Moretti che non voleva saperne assolutamente nulla.  stata una mia iniziativa, censurata peraltro, perch appena l'ha saputo mi disse: Blocca immediatamente questi rapporti esterni non autorizzati con non appartenenti alle BR. Secondo Adriana Faranda, invece, quando Pace aveva prospettato la possibilit di avviare un dialogo con esponenti del PSI, Moretti dette il suo assenso, anche se con scarsa convinzione(15), e nessuna cosa che ci veniva riferita da Pace gli  stata taciuta, n si era trattato di qualche incontro casuale, bens di 7-8 incontri tutti preordinati.
Signorile testimonier che Piperno, da lui interpellato circa le possibilit di liberare Moro, aveva fatto presente l'insufficienza di un mero atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e la necessit di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle BR come interlocutore politico; impostazione poi ribadita anche nei successivi colloqui di Piperno e Pace con alcuni dirigenti socialisti.
Secondo il pentito Antonio Savasta, invece, Morucci si incontrava con Pace, e di quei contatti si era discusso all'interno delle BR: S, ne abbiamo discusso. Ma quei tentativi non potevano assolutamente interferire sulle nostre decisioni, perch le BR tendevano a una trattativa aperta con lo Stato. Il problema  che questa trattativa doveva essere prima di tutto pubblica, una presa di posizione politica della DC e delloStato. Piperno ha dichiarato: Signorile mi present le proposte studiate dai socialisti: liberazione di un paio di detenuti politici per motivi di salute e alleggerimento del regime delle carceri speciali(16).
Il 20 aprile Craxi aveva incaricato il giurista socialista Giuliano Vassalli di individuare detenuti, militanti o ritenuti tali delle BR, dei NAP o di altri gruppi simili, i quali potessero essere scarcerati senza violare la legge. Vassalli aveva subito individuato il caso di Paola Besuschio:
Non conoscevo alcun processo delle BR tranne quello in Cassazione della Besuschio, per il fatto incorso al momento dell'arresto di costei in Altopascio presso Lucca.
Alcuni giorni dopo l'incarico di Craxi a Vassalli, l'incontro di Signorile con Pace e Piperno, l'incontro di Pace con Faranda e Morucci, cio il 24 aprile, le BR diffusero il comunicato con la richiesta di libert per 13 detenuti appartenenti alle BR, ai NAP e ad altre formazioni; nell'elenco brigatista c'era anche il nome di Paola Besuschio,
condannata a 15 anni per tentato omicidio. Impiegata alla
Sit-Siemens insieme a Moretti, aveva iniziato con lui
l'attivit eversiva quando Moretti era nel Superclan, era entrata nelle BR insieme a lui
(affittuaria, sotto falso nome, del covo di via Boiardo), e aveva condiviso la clandestinit convivendo per anni con il capo brigatista.
Il nome della Besuschio era incluso anche nell'elenco compilato da Giuliano Vassalli e consegnato a Craxi, di 15 detenuti i quali, per la loro posizione processuale, potevano essere beneficiari di provvedimenti di clemenza. In quell'elenco era stato incluso, su proposta dell'avvocato Vincenzo Siniscalchi, anche il suo assistito Alberto Buonoconto, nappista, il cui grave stato di salute poteva giustificare la concessione della libert provvisoria.
Un passo della lettera di Moro alla DC (Da che cosa si pu dedurre che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e a compenso un'altra persona va, invece che in prigione, in esilio?
Il discorso  tutto qui) sembrava sottintendere la possibilit di uno scambio uno contro uno; infatti, pi
oltre Moro aveva scritto anche: Guai, caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse, come se ne fosse al corrente. Secondo Vassalli, Moro forse sapeva qualcosa a proposito dell'iniziativa [socialista], era l'iniziativa autonoma umanitaria di cui si era parlato il 27 aprile e di cui i giornali evidentemente gli avevano dato qualche notizia; e tuttavia, Moro aveva scritto la lettera prima che i giornali parlassero della riunione socialista nella quale si prospettava la soluzione umanitaria: lo si desume dall'accenno al tenero saluto di sua moglie pubblicato su Il Giorno del 25
aprile.  la riprova che i brigatisti avevano ulteriori canali di informazione, oltre alla stampa.
Il 30 aprile Vassalli si rec al Quirinale, e illustr al segretario generale della presidenza della Repubblica Franco Bezzi gli appunti relativi ai 15 detenuti che avrebbero potuto beneficiare di provvedimenti di scarcerazione. Gi segretario generale del Senato, Bezzi ne avrebbe poi riferito al presidente Leone, quindi si sarebbe incontrato con Fanfani.
Quando il 30 aprile Lanfranco Pace e Franco Piperno incontrarono di nuovo il vicesegretario del PSI Signorile, sembravano essere al corrente della ultimativa telefonata di Moretti alla famiglia Moro, e della piega presa dagli avvenimenti. Poche ore prima il capo brigatista aveva detto ai familiari del prigioniero: Il problema  politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo,  l'unica maniera in cui si pu arrivare a una trattativa.
Se questo non avviene... nelle prossime ore accadr l'inevitabile.
Signorile dir che quel nuovo incontro fu sollecitato telefonicamente da Piperno, il quale ribad la necessit di un atto urgente e visibile da parte della DC per salvare la vita di Moro, o almeno per ritardare gli eventuali programmi delle BR (le parole testuali di Piperno furono
per interrompere i termini).
Intanto Craxi, il 2 maggio, insistette nel proporre la clemenza in favore della Besuschio durante vari incontri con Zaccagnini, Andreotti e Berlinguer. Ma secondo il ministro della Giustizia Bonifacio, per la Besuschio non c'era niente da fare, poich la brigatista aveva un altro processo pendente, ed era implicata in un altro tentato omicidio: dunque, anche se graziata, avrebbe dovuto rimanere in carcere. Andreotti chiese a Craxi quali fossero le garanzie che, con quella soluzione, Moro sarebbe stato liberato: il segretario socialista se ne disse quasi sicuro, forte del parere degli avvocati, con la sola incognita relativa alle varie componenti brigatiste, una delle quali era di natura delinquenziale.
Dichiarato impraticabile un provvedimento di clemenza in favore della brigatista Paola Besuschio, il 3 maggio l'attenzione si concentr sul detenuto nappista Alberto Buonoconto, gi segnalato dai giuristi socialisti e il cui caso era stato illustrato da Craxi alla delegazione DC; secondo Vassalli, Buonoconto era un detenuto combattente
dei NAP che poteva risultare gradito alle BR in quanto esse avevano chiesto la liberazione di altri tre nappisti.
Quello stesso 4 maggio Mario Moretti si apprest a chiudere la partita, e in piazza Barberini consult Valerio Morucci e Adriana Faranda in merito alla decisione di eseguire la condanna a morte di Moro. La proposta era gi stata ratificata dalle altre direzioni di colonna e dagli altri membri dei fronti. Morucci e Faranda si dissero contrari; la discussione con Moretti si protrasse dalle ore 17 alle ore
19, quando arrivarono anche Bruno Seghetti e Barbara Balzerani, i quali si pronunciarono invece per l'uccisione di Moro(18). Il giorno dopo il Comitato esecutivo brigatista approv il Comunicato n 9, quello che poneva fine all'operazione, e incaric Moretti di predisporre le misure necessarie per l'uccisione di Moro.
Il precedente comunicato BR che aveva chiesto, nominalmente, la scarcerazione di 13 prigionieri comunisti, era stato respinto dal governo in quanto tutti i detenuti citati erano imputati di gravi reati.
Ma il Comitato esecutivo brigatista aveva appreso che si stava esaminando la posizione dell'ex nappista Buonoconto per verificare se fosse possibile accordargli la libert; le BR erano in difficolt, poich Buonoconto era un combattente comunista malato, e non aveva meno diritto alla libert dei 13 detenuti citati nella loro richiesta. Il Comitato esecutivo brigatista risolse l'impasse stabilendo che l'eventuale scarcerazione di Buonoconto sarebbe stata un passo umanitario
e non politico, e come tale da respingere.
Il 5 maggio, con un messaggio diffuso a Beirut dall'agenzia di stampa palestinese, Yasser Arafat dichiar: A nome del popolo e dei rivoluzionari palestinesi, e a nome mio personale, chiedo insistentemente ai rapitori di Aldo Moro di liberarlo perch siano salvaguardate l'unit del popolo italiano, la democrazia in Italia, e perch la sua detenzione non possa essere utilizzata dai nemici della libert, della pace e della umanit. Era l'ultimo appello di livello internazionale rivolto alle BR dopo quello di papa Paolo VI, di Kurt
Waldheim (segretario generale dell'ONU), di David Young (presidente del Consiglio di sicurezza dell'ONU), dopo gli interventi del maresciallo Tito (presidente della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia), di Amnesty International, della Caritas e della Croce rossa internazionale; appelli e interventi che rappresentavano impliciti riconoscimenti delle BR.
Ma a Roma, Milano, Torino e Genova le BR diffusero il loro Comunicato n 9: Abbiamo fornito una possibilit, l'unica praticabile, ma nello stesso tempo concreta e reale: per la libert di Aldo Moro, uno dei massimi responsabili di questi 30 anni di lurido regime democristiano, la libert per 13 combattenti comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista. La libert quindi in cambio della libert. In questi 51 giorni la risposta della DC, del suo governo e dei suoi complici che lo sostengono,  arrivata con tutta chiarezza, e pi che con parole e con dichiarazioni ufficiali l'hanno data i fatti, con la violenza controrivoluzionaria che la cricca al servizio dell'imperialismo ha scagliato sul movimento proletario... Dobbiamo soltanto aggiungere una risposta all'apparente disponibilit del PSI. Va detto chiaro che il gran parlare del suo segretario Craxi  solo apparenza, perch non affronta il problema reale: lo scambio dei prigionieri... A parole non abbiamo pi niente da dire alla DC, al suo governo e ai complici che lo sostengono; l'unico linguaggio che i servi dell'imperialismo hanno dimostrato di sapere intendere  quello delle armi, ed  con questo che il proletariato sta imparando a parlare. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro  stato condannato. Al gerundio eseguendo sembravano essere affidate le esigue speranze sulla sorte di Moro.
Il 6 maggio, dopo un colloquio con Franco Piperno, Signorile si rec da Fanfani, al quale assicur esservi la possibilit di uno scambio tra Moro e un prigioniero comunista: il giurista Vassalli sarebbe stato in grado di indicare qualche nominativo percorribile nel rispetto della legge. Fanfani rilev che il problema investiva l'autorit dello Stato, e si impegn a riferire a chi di dovere. Il vicesegretario del PSI divent insistente: poteva essere di immediata utilit una pubblica dichiarazione di Fanfani tesa a attenuare l'opposizione DC all'ipotesi di scambio; ma il presidente del Senato ritenne di non poter pregiudicare la libert di decisione del suo partito e dello stesso governo (dopo il colloquio con Signorile, tuttavia, Fanfani prese contatto con il suo luogotenente Giuseppe Bartolomei, che si trovava a Arezzo).
A Roma, all'Hotel Raphael, Craxi, accompagnato dal senatore Landolfi, incontr Lanfranco Pace. Anche Pace evidenzi la necessit di esercitare maggiori pressioni per ottenere una
iniziativa della DC; assicur che il gerundio eseguendo del Comunicato n 9 non significava che Moro fosse gi stato ucciso, anche se i tempi erano strettissimi; quindi chiese a Craxi se fosse al corrente dell'orientamento di Fanfani, e se questi fosse disponibile per la trattativa. A
giudizio del segretario socialista, si sarebbe potuti arrivare a uno scambio indiretto uno contro uno, ma prima occorreva avere la certezza che Moro fosse ancora vivo e che le BR accettassero lo scambio;
Craxi affid a Pace le parole misura per misura, che avrebbero dovuto essere scritte in un biglietto autografo di Moro quale prova della sua incolumit(19).
Il presidente dei senatori democristiani Bartolomei, parlando a Montevarchi (Arezzo), apprezz lo spirito umanitario del recente atteggiamento del PSI, e aggiunse che la DC era sempre stata disponibile a recepire le riflessioni delle forze politiche di pi antica e riconosciuta vocazione democratica; secondo il senatore fanfaniano,
l'attuale combinazione parlamentare ha prodotto taluni effetti positivi, ma il sistema democratico non potr considerarsi completamente funzionale senza opposizione fisiologica. Il segnale di apertura, dunque, era associato a un ritorno del PCI all'opposizione, cio alla fine della fase politica avviata dallo stesso Moro e per la quale il presidente della DC era stato sequestrato.
Molti anni dopo, quando emerger che gli incontri di Pace con Morucci e Faranda durante il sequestro non erano stati soltanto alcuni e casuali (come avevano dichiarato nel 1984 i due brigatisti), ma numerosi e preordinati, ben fissati negli orari e nei luoghi, il giudice Rosario Priore esprimer una censura nei riguardi degli uomini politici
(Signorile, Landolfi, Craxi) che omisero di riferire all'autorit giudiziaria quei contatti: Se infatti la circostanza fosse stata riferita all'autorit di polizia o a quella giudiziaria, si sarebbe forse potuto avviare un meccanismo di pedinamento e passare da Pace a Morucci addirittura a Moretti e da quest'ultimo a Moro. Quindi, se questo fatto fosse stato denunciato, forse le cose avrebbero preso una piega completamente diversa. Lo riconoscer anche Craxi, vent'anni dopo quegli incontri: Fu un errore, un tragico errore, in quanto facendo pedinare Pace forse li avremmo presi(20).


Le reticenze di Andreotti.

Nella tarda serata del 30 aprile, monsignor Pasquale Macchi, segretario del Papa, si rec nell'abitazione del presidente del Consiglio Andreotti, e lo inform di un contatto con le BR. Monsignor Macchi aveva gi incontrato Andreotti la notte del 25 aprile: i due avevano esaminato varie ipotesi, e l'incontro si era concluso con l'impegno del segretario papale di trovare canali di comunicazione diretta con le Brigate rosse(21).
Andreotti render noto solo nel marzo 1988 che il Vaticano era riuscito a stabilire un contatto con le BR, e che la Santa sede era disponibile a pagare alle BR una ingente somma di denaro come riscatto
per la liberazione di Moro. Di quel contatto, mantenuto segreto per un decennio, Andreotti non fornir ulteriori particolari: gli premeva solo dimostrare che i veri e concreti tentativi per salvare la vita di Moro erano stati fatti da Paolo VI, non da Craxi e dai socialisti (i quali, a suo giudizio, si erano limitati ad atti agitatori per smentire la sensazione di non essere sufficientemente solidali con Moro)(22).
 ovvio che la ventilata disponibilit di pagare un riscatto presupponeva un qualche diretto contatto con i rapitori, contatto confermato da Andreotti in una intervista: S, c'era stato un contatto BR-Vaticano,
ma non voglio entrare nei particolari(23). Peccato, perch nella vicenda Moro erano proprio i particolari a rivelare l'intrecciarsi delle pi torbide coincidenze. Come quella di
Alessio Casimirri, uno dei brigatisti che avevano partecipato alla strage di via Fani, il quale era figlio di un alto funzionario del Vaticano (e all'epoca del sequestro dirigente dell'ufficio stampa della Santa Sede): fu quello il contatto tra il Vaticano e le BR? Certo  che fra tutti i brigatisti che presero parte al sequestro e dei quali Morucci ha rivelato
i nomi, il solo a essersi sottratto all'arresto  stato
proprio Casimirri: grazie all'aiuto del Vaticano, ancora oggi  latitante e protetto in Nicaragua.
Altre ambigue coincidenze a proposito di contatti con le BR per un riscatto, emergeranno molti anni dopo. Uno dei contatti avrebbe avuto come tramite il padre francescano Enrico Zucca, religioso attivo a Milano e in rapporti con il deputato della destra DC (nonch affiliato alla P2) Massimo De Carolis. Nel 2003 Andreotti riveler di un incontro fissato proprio a Milano per il pagamento di una forte somma alle BR, ma il giorno dell'appuntamento - 9 maggio 1978 - aveva coinciso con l'uccisione di Moro (una circostanza che Andreotti aveva taciuto alla Commissione parlamentare d'inchiesta). Per -
come  noto anche a Andreotti - i brigatisti non chiedevano soldi in cambio della liberazione di Moro:  molto pi probabile che il riscatto in denaro servisse per avere in cambio le bobine e le carte degli interrogatori del prigioniero. Certo  che su questo aspetto delle trattative sia Andreotti sia Cossiga hanno sempre taciuto. Ulteriore coincidenza, a Milano c'era la sede di quello che la magistratura di Brescia scoprir definendolo Noto Servizio: una organizzazione segreta e illegale, a carattere anticomunista e a struttura paramilitare, simile a GLADIO, formata alla fine della guerra da elementi della Repubblica sociale italiana con la rega dei servizi segreti americani;
uno dei dirigenti del Noto Servizio era Adalberto Titta (ex ufficiale dell'aeronautica della RSI), legato al SISMI, il quale - secondo la magistratura bresciana - durante il sequestro Moro avrebbe avuto un canale di contatto con il vertice delle BR, e ne avrebbe riferito a personaggi della base NATO di Bagnoli(24). I contatti con i brigatisti, tramite padre Zucca o Titta (o tramite i Carabinieri, come testimonier il deputato DC Giuseppe Zamberletti)(25), sarebbero stati stabiliti ben prima del 9 maggio.
 un fatto che l'ombra di Andreotti aleggia sullo sfondo di altri oscuri frangenti del caso Moro: dai segreti cui accenn don Antonello Mennini in una telefonata, al nome di quel generale che nella serata del 4 maggio doveva essere chiamato dal sacerdote (probabilmente il generale Francesco Caroli, capo della segreteria del presidente del Consiglio),
alle bobine scomparse o cancellate con le intercettazioni
telefoniche sulla linea della parrocchia di Santa Lucia e di don Mennini, relative proprio ai giorni in cui il Vaticano cercava canali di contatto con le BR e offriva il riscatto.
La tardiva ammissione andreottiana circa i contatti Vaticano-BR conferma le dichiarazioni del brigatista pentito Carlo Bozzo, il quale nel 1984 aveva gi parlato delle trattative per la liberazione di Moro e di una offerta di 50 miliardi di lire alle BR; i brigatisti, informati di come quella ingentissima somma di denaro fosse stata raccolta dalla Chiesa e da ambienti vicini a Moro, avevano respinto l'offerta perch contrari a qualsiasi monetizzazione: il solo riscatto possibile poteva essere la scarcerazione dei detenuti citati, il che avrebbe sancito il riconoscimento e la legittimazione politica delle BR.


Dai sodalizi criminali ai servizi segreti.

Durante i 55 giorni del sequestro Moro furono vari i tentativi
extra-istituzionali di trovare la prigione brigatista e di
avviare trattative con i suoi carcerieri.
Ci fu quello di Edoardo Formisano, consigliere regionale del Lazio per il MSI, amico del magistrato Claudio Vitalone, del deputato DC Egidio Carenini (affiliato alla P2, e in rapporti con Mino Pecorelli).
Tramite i boss della mala milanese Francis Turatello e Ugo Bossi, Formisano cerc di coinvolgere il boss mafioso Tommaso Buscetta, tentando di farlo trasferire nel carcere di Torino, dove erano rinchiusi i capi storici delle BR (Buscetta venne attivato anche dalla mafia palermitana che faceva capo al boss Stefano Bontate). A detta di Formisano, i suoi referenti istituzionali erano il colonnello Enrico Vitali e il magistrato Claudio Vitalone, ma il tentativo del consigliere regionale missino dovette rientrare. A Turatello e al suo gruppo era stato chiesto, in un primo tempo, di intervenire per la liberazione dell'ostaggio, e in un secondo tempo di interrompere ogni interessamento in favore di Moro. Gli amici romani di Turatello, appartenenti alla banda della Magliana, parleranno di un debito contratto e rimasto da onorare da parte di certi uomini politici nei riguardi di Turatello(26). La Corte d'assise di Perugia aggiunger un particolare inedito:
Vi  prova in atti di un emblematico episodio di cui sono
protagonisti gli alti vertici dell'Arma dei carabinieri - generale Giuseppe Siracusano e generale Enrico Coppola - di tentato sviamento degli investigatori dall'accertamento della reale portata, del reale coinvolgimento e del reale ruolo della malavita organizzata nella vicenda Moro(27). Giuseppe Siracusano, responsabile dei posti di blocco durante i 55 giorni del sequestro Moro, era tra gli iscritti alla P2 di Licio Gelli.
Un altro tentativo lo fece il deputato DC Benito Cazora, andreottiano, che stabil un contatto con un gruppo di calabresi capeggiati da Salvatore Rocco Varone, il quale gli parl della possibilit di trovare la prigione di Moro. Rocco accompagn Cazora sulla Cassia, all'altezza di via Gradoli, e gli disse: Qui c' il covo delle Brigate rosse. Cazora ne inform il questore De Francesco, il quale il giorno dopo gli fece sapere che dalle verifiche effettuate non era risultato alcun covo BR in via Gradoli. Senonch il 18 aprile, dopo la scoperta della base brigatista di via Gradoli 96, al deputato DC arriv una telefonata del calabrese: Ha visto che noi le abbiamo detto la verit, e le diciamo anche di pi: che il volantino del Lago della Duchessa  falso(28).
Anche la camorra venne attivata: l'avvocato Francesco Cangemi, consigliere nazionale della DC, si rivolse al boss Raffaele Cutolo, il quale mobilit il suo luogotenente a Roma, Nicolino Selis; ma tutto si ferm non appena Selis comunic di avere individuato la prigione di Moro alla Magliana.
Secondo il giornalista Giuseppe Messina, durante la prigionia di Moro l'on. Cazora partecip anche ad alcuni incontri con il faccendiere Flavio Carboni che si dichiar latore di un messaggio degli ambienti direttivi della mafia sicula-americana: quello di voler collaborare alla liberazione di Moro; Carboni spieg che la mafia era potentissima anche a Roma ma stava subendo danni dalla mobilitazione delle forze dell'ordine nella capitale: Se l'offerta fosse stata accettata, sarebbe venuto da Palermo espressamente uno dei capi.
La risposta non poteva che essere affermativa, e se la cosa avesse preso consistenza sarebbero stati avvertiti Freato e il ministro dell'interno.
Secondo Messina, qualche giorno dopo il Carboni chiese un secondo appuntamento: ci presentammo io e Cazora. Il Carboni si disse imbarazzato per quello che doveva dirci, poi entr
nell'argomento chiedendo che l'incontro con uno dei capi avvenisse in un ufficio particolare, al di fuori di occhi indiscreti e nella massima sicurezza, e indic come possibile un ufficio della procura generale presso la Corte d'appello di Roma. Sulle prime rimasi sbigottito, dicendogli che mi sembrava piuttosto contraddittorio che un capo mafioso potesse disporre di un ufficio di magistrato. Carboni non si scompose ed anzi cerc di tranquillizzarci dicendo: State tranquilli,  un ufficio sicurissimo, a livello del procuratore generale. Tutto sembrava promettere importanti sviluppi, senonch dopo alcuni giorni Carboni telefon a Messina chiedendogli un incontro immediato;
si videro quasi subito in piazza Capranica: Carboni si disse dispiaciuto
- Per voi ho fatto due viaggi a Palermo - ma la dirigenza della mafia era tornata sulla propria decisione; non voleva insomma pi occuparsi dell'affare Moro; la ragione, secondo Carboni, era perch la mafia  molto anticomunista, e Moro  indicato come persona molto favorevole al governo con i comunisti(29) - una ragione che accomunava settori dei servizi segreti, BR e mafia.
Cosa nostra certo avversava l'avvento del PCI al governo; tuttavia i boss mafiosi si trovavano alle prese con la richiesta dei loro amici, i capi democristiani di Palermo, di adoperarsi per liberare Moro. Cos si determin quella frattura che i boss pentiti Francesco Marino Mannoia e Tommaso Buscetta racconteranno quindici anni dopo.
A interessarsi per la liberazione di Moro fu il capocosca Stefano Bontate, sollecitato dal segretario regionale della DC Rosario Nicoletti e da Salvo Lima (entrambi andreottiani), e dai finanzieri Ignazio e Antonino Salvo. Ma l'iniziativa venne decisamente contrastata da Salvatore Riina, Michele Greco e Giuseppe Cal. Quest'ultimo aveva a Roma importanti amicizie politiche, finanziarie e criminali, quindi era l'esponente di Cosa nostra che pi avrebbe potuto per un tentativo concreto. Mannoia racconter la riunione di Cosa nostra svoltasi due settimane dopo la strage di via Fani, dichiarando: In sede di Commissione venne sentito il Cal quale unico conoscitore dei problemi politici romani, e il Cal, dopo avere tergiversato affermando di non avere modo di intervenire, alle contestazioni del Bontate si rivolse a quest'ultimo e gli disse: Stefano, ma ancora non l'hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero(30).
Da parte sua, Buscetta affermer che Cal aveva un partito tutto suo che non voleva Moro libero, e preciser che la ragione dell'opposizione di Riina e Michele Greco era nel carattere politico dell'operazione, che avrebbe potuto portare fastidi alla mafia; che i referenti politici di Cal, contrari alla liberazione, avevano statura nazionale, e che il tramite tra Cal e gli stessi era Domenico Balducci.
Buscetta racconter che quando venne rapito Moro lui era nel carcere di Cuneo, e l i suoi familiari gli portarono un messaggio di Bontate: l'amico e alleato nella nascente guerra fra i clan lo sollecitava ad attivarsi per la liberazione del presidente DC. Anche Ugo Bossi, malavitoso milanese e amico di Turatello, si rivolse a Buscetta durante un colloquio clandestino in carcere, chiedendogli di trattare con i brigatisti la liberazione di Moro. Poich nel carcere di Cuneo in quel momento non c'erano detenuti brigatisti, Buscetta chiese di essere trasferito al centro clinico del carcere di Torino, spostamento che per venne bloccato dal generale Dalla Chiesa.
Francis Turatello, incontrando Alberto Franceschini nel carcere di Nuoro, nel 1980, gli rifer che durante il sequestro Moro l'avvocato Formisano, collaboratore dei servizi segreti, gli aveva chiesto di attivare i detenuti a lui fedeli per attuare un progetto di rivolta carceraria culminante nel sequestro di alcuni dei capi storici delle BR detenuti, i quali sarebbero stati ostaggi da contrattare con il rilascio di Moro;
il rifiuto di Turatello avrebbe fatto fallire il progetto(31).
Un ennesimo tentativo di trattativa ebbe come protagonisti il leader dell'Autonomia operaia Daniele Pifano e il magistrato
Claudio Vitalone, i quali si incontrarono pi volte nell'arco di una ventina di giorni, l'ultimo dei quali in un giorno festivo della prima settimana di maggio. Inizialmente il clima dei colloqui era favorevole alla trattativa, poi, sfumata la possibilit di liberare per ragioni umanitarie una detenuta brigatista (Paola Besuschio), sopravvenne la chiusura.
Del tentativo condotto attraverso Daniele Pifano, Vitalone inform il ministro della Giustizia Bonifacio e lo stesso presidente del Consiglio Andreotti, ma nulla comunic al magistrato titolare dell'inchiesta, Luciano Infelisi(32).
Altro tentativo di allacciare una qualche trattativa lo fece personalmente il capo dei deputati democristiani Flaminio Piccoli, il quale a questo scopo incontr gli esponenti della malavita romana Nicolino Selis e Franco Giuseppucci. Un'ardita iniziativa che Piccoli motiver poi con la totale sfiducia verso l'inconcludente operato del ministro dell'Interno Francesco Cossiga.
Di un ulteriore tentativo di trattativa parler il settimanale L'Espresso
rivelando che il 22 aprile il ministro Cossiga convoc d'urgenza il deputato DC Giuseppe Zamberletti informandolo che i Carabinieri erano riusciti a mettersi in contatto con alcuni brigatisti dissidenti, disposti a rivelare il luogo della prigione di Moro in cambio di danaro e garanzie di potere espatriare e rifarsi una vita. Lo stesso Zamberletti confermer che il ministro Cossiga gli domand se fosse disposto a occuparsi della trattativa, ritenuta possibile solo se condotta da un politico in quanto i brigatisti non si fidavano dei carabinieri; dettosi disponibile, Zamberletti era stato messo in contatto con il colonnello Antonio Varisco, che lo aveva armato e istruito per l'incontro con il brigatista o i brigatisti; lo stesso Varisco lo avrebbe accompagnato all'incontro come autista; ma all'ultimo momento ci fu un contrordine e l'appuntamento sfum(33). Secondo
L'Espresso, il 30 aprile il capo di stato maggiore dei carabinieri, generale Mario De Sena, comunic a Cossiga e Zamberletti che i cosiddetti brigatisti dissidenti avevano fatto perdere le loro tracce.
Pu anche darsi che i Carabinieri vogliano chiudere l'operazione per conto loro, comment il ministro Cossiga
congedando Zamberletti(34). Quell'improvvisa interruzione
suscit dubbi anche in Mino Pecorelli (grande amico del colonnello Varisco), che su OP alcuni mesi dopo si domander: Chi blocc la trattativa? Perch si interruppe?(35) - domande rimaste senza risposta.
Secondo il generale Bozzo, il generale Dalla Chiesa sospettava che un'altra cordata dei Carabinieri fosse riuscita a finalizzare la trattativa e a impadronirsi della documentazione relativa agli interrogatori di Moro. Secondo la Corte d'assise di Perugia, emerge un dato comune a tutti gli episodi relativi ai tentativi di salvare l'onorevole Aldo Moro: a un dato momento le trattative, che in un primo momento hanno avuto il beneplacito di persone delle istituzioni, non
sono andate a buon fine e si  lasciata cadere ogni possibilit ufficiosa di salvare la vita di Aldo Moro(36).
L'interessamento dei sodalizi criminali per la liberazione di Moro si interruppe in un momento cruciale: subito dopo lo scritto moroteo su Taviani, che - secondo gli esperti del Viminale - confermava la piena collaborazione del prigioniero con i suoi carcerieri. Da quel momento, divent urgente recuperare le bobine e le carte degli interrogatori, e neutralizzare quanto Moro poteva avere dichiarato o avrebbe potuto ulteriormente dichiarare ai brigatisti in merito a segreti di Stato.
Durante la riunione del 30 marzo 1978 alla Camilluccia, i dirigenti della DC avevano respinto il ricatto dei terroristi, ma avevano anche deciso di tentare il tentabile per salvare la vita di Moro. Come?
Ecco la strada che era stata indicata dal ministro Cossiga: In casi di questo genere  evidente che trattative ci debbono essere tra le parti, altrimenti si condanna a morte il prigioniero, fidando solo in una resipiscenza dei rapitori all'ultimo momento. Scartata la possibilit della trattativa Stato-BR, che avrebbe automaticamente attribuito ai terroristi lo stato giuridico di contropotere, Cossiga tra varie alternative aveva indicato la sua procedura preferita: In breve, si trattava di questo: le trattative dovevano essere condotte da un agente. Proprio per la sua qualit di agente, doveva trattarsi al tempo stesso di persona che di fatto impegnava gli organi di governo, ma in diritto non impegnava nulla e nessuno e poteva in ogni momento essere sconfessato e smentito. Imboccare la strada della trattativa tramite un agente
comportava che noi avremmo dovuto compiere per primi gli adempimenti e le contropartite che le BR ci avessero richiesto, accettando il rischio che le BR poi non mantenessero i patti. Proprio perch l'agente non impegnava niente e nessuno, le cose non potevano andare che in questo modo. Per quanto stava in me, io feci di tutto affinch questa procedura fosse seguita. A un certo punto sembr che le BR fossero entrate in questo ordine di idee, ma la cosa non si materializz(37). Parole che avvaloravano l'ipotesi fantapolitica di Pecorelli (trattative non andate a buon fine perch qualcuno non aveva mantenuto i patti, aveva giocato al rialzo pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato, per cui i brigatisti rossi avevano ucciso Aldo Moro).
Non si  mai saputo cosa effettivamente il ministro Cossiga abbia fatto in concreto (Feci di tutto per seguire questa procedura), n mai che le BR fossero entrate in questo ordine di idee. Si  saputo soltanto che il Viminale aveva ipotizzato una eventuale trattativa: lo si evince da un incontro avvenuto in Liguria tra un emissario del ministero dell'Interno e il professor Filippo Peschiera, coordinatore della DC genovese, gi sequestrato e gambizzato dalle BR; l'incontro fra i due era stato organizzato, l'11 aprile 1978, dal prefetto di Genova, Giuseppe Franz; Peschiera si era impegnato a tenersi pronto per fungere da tramite nell'eventuale trattativa fra il governo e i brigatisti. Ma il professore genovese non ricevette mai la prevista chiamata(38).
Anche il fondatore delle BR, Renato Curcio, confermer le trattative per liberare Moro: Moretti mi ha raccontato che le BR avevano sinceramente sperato di riuscire ad arrivare in qualche modo a una soluzione accettabile del sequestro senza dovere uccidere Moro. Per ottenere quel risultato si erano mosse in molte direzioni e avevano aperto diversi canali riservati(39). Del resto lo stesso Moro, nell'ultimo brano del suo memoriale, sembr credere a una imminente liberazione:
Io desidero dare atto che alla generosit delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libert.
Di ci sono profondamente grato; e in una delle ultime lettere recapitate il 5 maggio, annunci la fine con queste parole: Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione(40).


Doppio ostaggio e doppio delitto.

In una delle ultime lettere alla moglie, Moro scrisse anche: Pacatamente direi a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, cosa che in questi giorni ha eccitato l'animo di coloro che mi detengono.
La politica inconcludente derivava dalla rinuncia a un impegno risoluto per individuare la prigione, rinuncia giustificata dal timore di provocare l'uccisione dell'ostaggio. Pi volte i dirigenti del PCI, Berlinguer e Natta, avevano notato ambiguit nell'azione dello Stato, e avevano chiesto di fugare l'impressione che si temesse di agire, che si sapesse pi di quanto si diceva, e che si volesse coprire qualcuno e qualcosa: il PCI chiedeva il pieno rispetto dell'indirizzo di fermezza approvato dal Parlamento.
Il 1 di maggio Berlinguer e Natta incontrarono il presidente del Consiglio Andreotti, e gli espressero un giudizio critico circa il modo in cui erano state impiegate le forze di polizia e i servizi di sicurezza: la direzione del PCI sollecitava il governo a un'azione pi efficace e pi intelligente diretta a scoprire il luogo della prigione(41).
Intanto, nelle segrete stanze del potere, uomini dello Stato con incarichi delicatissimi (capi dei servizi segreti, capi di stato maggiore, ufficiali titolari delle indagini) erano al servizio non gi delle istituzioni repubblicane, bens di venerabili maestri massonici. La gravit delle maldestre operazioni di polizia, dell'inettitudine investigativa, delle proditorie omissioni, dei deliberati depistaggi, risulter chiara solo in seguito, con il disvelarsi della trama piduista. E solo nei primi anni Novanta sar possibile intravedere, dalle dichiarazioni dei pentiti di mafia, un disegno occulto perlomeno complice della mano brigatista che aveva materialmente assassinato Moro: dell'omicidio Pecorelli (e indirettamente dell'omicidio Dalla Chiesa), Buscetta dir infatti che esso venne compiuto perch la vittima era arrivata troppo vicina a certi segreti del caso Moro.
La credenza che Moro prigioniero non fosse pi padrone di s ma vittima della sindrome di identificazione con l'aggressore, come sosteneva l'esperto americano Pieczenik e altri consiglieri del ministro Cossiga, port a esagerare i rischi per i segreti di Stato di cui l'ostaggio era a conoscenza. Mentre da un lato si comunicava, a scopo disinformativo, che Moro non era a conoscenza di nessun segreto
(cosa incredibile, poich Moro era stato presidente del Consiglio di ben cinque governi e ministro degli Esteri in altri sei), dall'altra si
davano per certe sue rivelazioni pericolose per la sicurezza dello Stato e dell'Alleanza militare atlantica; cos, il dovere di individuare la prigione e di liberare l'ostaggio divent secondario, rispetto alla necessit di recuperare le bobine e le carte dei suoi interrogatori impedendone la divulgazione.
Nel 1999 il presidente della Commissione stragi, senatore Giovanni Pellegrino, ha avvalorato l'ipotesi che i brigatisti [avessero] in mano un doppio ostaggio: Moro e i segreti di sua conoscenza, che le carte degli interrogatori avessero interessato intelligence straniere, e che il recupero di quelle carte fosse stato affidato a (o assunto da) una intelligence alleata(42). L'interesse dei Servizi italiani e alleati per il recupero delle bobine e degli scritti di Moro impedendone la divulgazione derivava da possibili rivelazioni di segreti di Stato e dell'Alleanza atlantica dei quali il prigioniero era certamente a conoscenza.
Una conferma venne dal Piano Victor predisposto alla fine di aprile
1978 per impedire qualsiasi contatto di Moro con l'esterno nella immediatezza della sua auspicata liberazione, piano che prevedeva un ricovero in isolamento al policlinico Gemelli, data l'urgenza di apprendere immediatamente e segretamente ci che Moro aveva potuto rivelare ai suoi rapitori.
Alle ambiguit e segretezze nell'azione degli apparati dello Stato corrisposero le ambiguit e segretezze nel comportamento delle BR.
Il 10 aprile i brigatisti pubblicarono lo scritto di Moro su Taviani
(dove il prigioniero manifestava una qualche animosit verso americani e tedeschi), e nel Comunicato n 5 ribadirono: Nessuna trattativa segreta, niente deve essere tenuto segreto al popolo. Cinque giorni dopo, nel Comunicato n 6, i brigatisti annunciarono la condanna a morte di Moro affermando: Non ci sono segreti che riguardano la DC, non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare, in piena contraddizione con quanto era ulteriormente scritto nello stesso comunicato: L'interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicit del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine pi sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omert che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l'intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele.
Da quel momento il problema non era solo salvare Moro, ma neutralizzare ci che Moro aveva detto alle BR. Ci presupponeva non tanto la necessit di localizzare la prigione, liberare l'ostaggio e arrestare tutti i brigatisti che sapevano delle rivelazioni di Moro, quanto piuttosto di trovare le bobine, gli originali, e tutte le copie delle trascrizioni e delle carte degli interrogatori. Un obiettivo difficile da cogliere, anche perch il luogo della prigione poteva non essere lo stesso dove erano conservate le bobine e i materiali degli interrogatori. Secondo Pellegrino, non c'era che una possibilit: trattare [con le BR] per farsi consegnare le carte del processo e garantirsi il silenzio dei brigatisti. Dunque ritengo che trattative ci siano state. Ma  estremamente probabile che, da un certo momento in poi, quelle trattative abbiano riguardato soltanto le carte di Moro(43). Ci spiegherebbe il perch, nonostante le ripetute segnalazioni riguardanti via Gradoli, fosse stato evitato il blitz per arrestare Moretti: prima occorreva raggiungere la certezza di potere mettere le mani anche su tutto il materiale relativo al processo brigatista(44).
Se la tesi del senatore Pellegrino rispondesse al vero, errori e omissioni delle forze di sicurezza durante il sequestro sarebbero state manovre volute e deliberate. Cos si spiegherebbe il mancato blitz in via Montalcini, e perch quel covo, gi individuato da Nicolino Selis della banda della Magliana, non venne perquisito, n il 12 di aprile quando la Polizia arriv a pochi metri dal covo e ricevette l'ordine di ritirarsi, n dopo la segnalazione giunta al Viminale. Idem per la ritardata scoperta della tipografia BR di via Fo. Si confermerebbe l'interpretazione dell'operazione combinata del 18 aprile (falso comunicato del Lago della Duchessa, e contemporanea scoperta del covo di via Gradoli), con l'attivismo di settori dei servizi segreti per indurre le BR ad affrettare l'uccisione del prigioniero. E si spiegherebbe inoltre la scomparsa dei verbali e di gran parte della documentazione sulla attivit svolta al Viminale. In questo contesto, risulterebbe confermata anche la rivelazione pubblicata da Mino Pecorelli su OP del 17 ottobre 1978:
Dice: ma il ministro [Cossiga] non ne sapeva niente, la DIGOS non ha scoperto nulla, i servizi segreti poi... Si ribatte: il ministro di polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero; dalle parti del ghetto... (ebraico).
Dice: il corpo era ancora caldo... perch un generale dei
Carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza. Dice: perch non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire pi in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso? Fatto sta, si dice, che la risposta, il giorno dopo quando la sentenzi fu lapidaria: Abbiamo paura di farvi intervenire perch se per caso a un carabiniere parte un colpo e uccide Moro oppure i terroristi lo ammazzano poi chi se la prende la responsabilit?. Risposta da prete. Non se ne fece nulla e Moro fu liquidato perch se la cosa si fosse risaputa in giro avrebbe fatto il rumore di una bomba! Il resto  cosa nota: Cossiga fu liquidato perch si spogliasse di troppe responsabilit di governo e il ministero fu assunto da Andreotti affinch un po' d'acqua passasse sotto i ponti del Tevere.
C' solo da immaginarsi... chi sar l'Anz della situazione: ovvero quale Generale dei CC sar trovato suicida con classica revolverata che fa tutto da s [...]. Purtroppo il nome del Generale CC  noto: amen.
In sostanza, Pecorelli sosteneva che il luogo della prigione era stato individuato, che Fazione del ministro dell'Interno era subordinata al livello pi alto della Loggia P2, e prevedeva una tragica fine per un generale dei carabinieri che la parola amen suggeriva essere
il generale Dalla Chiesa.
Secondo il senatore Pellegrino, Cossiga voleva salvare Moro e ha sentito la sua morte come una propria, personale sconfitta. Che il suo dolore sia autentico,  evidente, ma  altrettanto evidente che non vuole che si scavi: teme che si scopra un aspetto del caso Moro che cela anche una delle ragioni della tragica conclusione, e non vuole che tutto questo emerga. Cossiga si sarebbe fidato di qualche apparato nazionale o anche estero che assunse su di s il doppio compito di recuperare le carte di Moro e di liberare il prigioniero.
Ma poi persegu soltanto il primo obiettivo e lasci che Moro venisse ucciso per regolare qualche vecchio conto. Cos il caso Moro sarebbe stato un doppio delitto compiuto non solo dalle BR, ma anche da infedeli apparati di Stato. In pratica, Cossiga si sarebbe fidato di persone sbagliate, o di apparati sbagliati, e quindi sarebbe stato atrocemente beffato da mandatari infedeli(45).
Di tutto questo aveva parlato per primo il giornalista Mino Pecorelli, due mesi prima di essere ucciso, scrivendo nel suo solito stile criptico:
Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente  stato ucciso
era [...] in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece  stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo anche noi fare un po' di fantapolitica. Le trattative con le Brigate rosse ci sarebbero state. Come per i Feddayn. Qualcuno per non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i carabinieri (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perch si voleva comunque Vanticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il Presidente della Democrazia Cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perch  una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama DC e il macellaio Maurizio(46).
L'on. Signorile, presente il 9 maggio 1978 nell'ufficio del ministro Cossiga al Viminale, potrebbe testimoniare che Pecorelli aveva ragione. Cossiga era convinto che quel giorno Moro sarebbe stato liberato: infatti il ministro aveva intrattenuto il vicesegretario del PSI in attesa di una buona notizia, poi per Signorile lo vide sbiancare quando arriv la notizia che Moro era stato trovato morto(47).
 insomma certo che trattative per la liberazione di Moro ci furono, ed  assodato che Pecorelli, in contatto con tutti i settori dei servizi segreti, preannunci rivelazioni esplosive, ma poco dopo venne assassinato.

Note.
1. Nella seconda lettera indirizzata a Cossiga e non recapitata, Moro scrisse: Vorrei pregarti che, almeno su quel che ti ho scritto, vi fosse, a differenza delle altre volte, riservatezza. Perch fare pubblicit su tutto? Potresti farti recapitare questa mia in luogo pi riservato e rifletterci su, senza riunioni plenarie. Finch non siano mature.
2. Moretti dir di essere rimasto sorpreso di come si compatta di colpo il fronte della fermezza. E uno scenario molto diverso da quello che prevedevamo [...] C' stata un'ingenuit nelle nostre supposizioni, ci siamo ingannati al limite dell'autolesionismo
[...] Quando il PCI si compatta sulla fermezza, questo ci colpisce come una mazzata.
Almeno  l'effetto che fa a me (M. Moretti, OP cit., pagg. 144-46).
3. Cfr. A.C. Moro, OP. cit., capitolo XII (Un uomo vile, spregevole, ripugnante).
4. Le operazioni effettuate dalla Questura di Roma dal 16 marzo al 15 aprile erano state 1.895 (perquisizioni, ispezioni, accertamenti, battute), con una media di 61 operazioni giornaliere; dal 16 aprile al 9 maggio si pass a sole 545 operazioni analoghe, con una media giornaliera di 23 (cfr. S. Flamigni, Il covo di Stato, cit., pag. 44.)
5. G. Andreotti, OP. cit., pag. 210.
6. Cfr. alle pagg. 313-16.
7. La lettera di Moro alla DC era probabilmente stata scritta il 26 aprile; lo si evince da un riferimento preciso: Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell'amatissimo nipotino, dell'altro che non vedr. La piet di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna.
8. L'atteggiamento di rigorosa fermezza del PCI nella lotta contro il terrorismo era di molto antecedente il caso Moro. Il Partito comunista era del parere che si dovesse cercare di salvare la vita di Moro con un impiego intelligente delle forze di polizia, e anche con collaterali iniziative di tipo umanitario, purch senza violare la legge. Il PCI non poteva derogare dall'impegno di bloccare l'influenza di gruppi terroristici in quanto essi tendevano a far deviare il movimento operaio italiano dalla via maestra della lotta democratica come via per la sua ascesa alla direzione dello Stato e alla trasformazione della societ.
9. C. Valentini, Berlinguer il Segretario, Mondadori 1978, pag. 180.
10. Cfr. pagg. 198-201.
11. Colloquio di Moretti con Carla Mosca e Rossana Rossanda, cit.
12. La prima lettera: A Eleonora Moro. Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo.
La seconda lettera: A Eleonora Moro. Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la DC. Luca no al funerale. Mia dolcissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi
pare il caso di discutere della cosa in s e dell'incredibilit di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita.
Ma ormai non si pu cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si pu solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilit della DC con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza cos come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso.  poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo  tutto per il passato. Per il futuro c' in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realt preziosi.
Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parr di essere tra voi. Per carit, vivete in una unica casa, anche Emma se  possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.
Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedr dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca
(tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto  inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avr scrupolo.
13. Convocato il 26 giugno 1979 dall'autorit giudiziaria, Signorile dir di non ricordare
le date di quegli incontri, n riuscir a precisare quanto era stato discusso nei singoli appuntamenti, n il numero dei colloqui e delle telefonate scambiate con Piperno e Pace. Lo stesso atteggiamento sar tenuto da Pace e Piperno, quando pi tardi verranno interrogati dai magistrati (Pace dichiarer perfino di non avere mai incontrato Morucci nel corso di tutto il 1978...).
14. Dichiarazioni di Morucci al giudice istruttore Imposimato, 4 settembre 1984.
15. Cfr. A. Faranda con S. Mazzocchi, OP. cit., pag. 123.
16. L'Espresso, 23 dicembre 1984.
17. G. Andreotti, OP. cit., pag. 191.
18. Dichiarazione di Faranda e Morucci al giudice istruttore Imposimato, 4 settembre
1984.
19. CM, vol. 64, pagg. 624-26, e vol. 65, pagg. 499-500. Testimonianze di Craxi al giudice Francesco Amato del 26 giugno 1979 e del 28 maggio 1980.
20. la Repubblica, 15 marzo 1998.
21. Cfr. G. Andreotti, OP. cit., pagg. 214-15, 217.
22. Andreotti non spiegher neppure perch non accenn ai contatti Vaticano-BR quando il 27 maggio 1980 era stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta, Commissione che aveva tra l'altro l'obbligo di accertare quali iniziative o atti siano stati posti in essere da pubbliche autorit, da esponenti politici e da privati cittadini per stabilire contatti diretti o indiretti con i rapitori o con i rappresentanti di movimenti terroristici o presunti tali, durante il sequestro di Aldo Moro, al fine di ottenerne la liberazione. Quali eventuali risultati abbiano dato tali contatti, se ne siano state informate le autorit competenti e quale sia stato l'atteggiamento assunto al riguardo; n motiver l'analogo silenzio reticente e omissorio tenuto in Corte d'assise.
23. Intervista di Chiara Valentini, Panorama, 13 marzo 1988.
24. Sulla vicenda del Noto Servizio e di Titta, cfr. S. Flamigni, / fantasmi del passato, cit., pag. 334.
25. Cfr. pag. 341.
26. Cfr. Francesco Biscione, Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico, Editori Riuniti 1998, pagg. 208-12. Il pentito Antonio Mancini, sodale di Danilo Abbruciati
(uno dei boss della banda della Magliana), dir che il debito era anche per l'uccisione di Mino Pecorelli.
27. Corte d'assise di Perugia, sentenza cit., pag. 140.
28. Corte d'assise di Perugia, udienza del 10 aprile 1997.
29. CpP2, vol. 3, tomo 4, parte terza, pagg. 717-19; testimonianza di Giuseppe Messina ai giudici Imposimato e Sica.
30. Senato della Repubblica, Domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, 27 marzo 1993, pagg. 104-05.
31. Colloquio di Alberto Franceschini con l'Autore.
32. In quella occasione Claudio Vitalone non ha agito come magistrato della Repubblica italiana, ma come un politico e come tale ha dato conto del suo operato ai suoi referenti politici e non anche ai magistrati titolari dell'inchiesta (Corte d'assise di Perugia, sentenza cit., pagg. 148-49).
33. Colloquio di Zamberletti con l'Autore.
34. L'Espresso, 5 novembre 1978.
35. OP, 14 novembre 1978. Cit. in F. Pecorelli e R. Sommella, OP. cit., pag. 234.
36. Corte d'assise di Perugia, sentenza cit., pag. 150.
37. la Repubblica, 16 marzo 1979.
38. Cfr. L'Espresso, 10 febbraio 1985.
39. R. Curcio con M. Scialoja, OP. cit., pag. 159.
40. In effetti, risultava incomprensibile il fatto che l'ordine di esecuzione venisse impartito proprio mentre si manifestavano concrete aperture: era stata convocata la riunione della Direzione della DC per il 9 maggio, e il presidente della Repubblica era pronto a firmare una domanda di grazia per il nappista Alberto Buonoconto.
41. Agenzia ANSA. Negli anni successivi, il disvelarsi della ragnatela piduista e degli intrighi di Palazzo contro Moro e la sua politica, render pi doloroso, per dirigenti e militanti del PCI, il ricordo di quella fermezza che pure imped al terrorismo di affermarsi come contropotere. Si dovr prendere atto della tremenda realt per cui, accanto a chi l'aveva sostenuto con sincerit e onest politica, il fronte della fermezza aveva purtroppo annoverato anche elementi non gi mossi dall'esigenza di difendere e salvaguardare la democrazia, bens da interessi di potere, di clan e di Loggia.
42. Appunto per uso interno del 15 giugno 1999, e Documento del 27 luglio 1999, redatti dal presidente della Commissione sen. Giovanni Pellegrino.
43. G. Fasanella e C. Sestieri con G. Pellegrino, OP. cit., pag. 185.
44. Ibidem, pag. 180.
45. Ibidem, pagg. 181-82. Non risulta che Cossiga abbia pubblicamente commentato o smentito questa ipotesi del sen. Pellegrino.
46. OP, 16 gennaio 1979, cit. in F. Pecorelli e R. Sommella, OP. cit., pag. 235.
47. Corte d'assise di Perugia, sentenza cit., pagg. 143-44. A confermare che effettivamente Cossiga era in attesa della notizia della liberazione di Moro c' il fatto che il questore di Roma, Emanuele De Francesco, qualche giorno prima aveva detto che da loro informazioni Aldo Moro sarebbe stato consegnato vivo il successivo marted, il giorno in cui invece Moro venne trovato morto.
 
CAPITOLO XII.
L'UCCISIONE.


L'incerta fine di Moro.

La sistematica dedizione dei brigatisti del delitto Moro a sostenere verit di comodo, fra menzogne e omissioni, arriva fino alla dinamica dell'uccisione dell'ostaggio, raccontata con versioni contraddittorie e implausibili. A dire dei terroristi, l'esecuzione del prigioniero sarebbe avvenuta nel box auto del covo di via Montalcini 8.
Laura Braghetti ha dichiarato: Quella mattina del 9 maggio 1978
a Moro fu detto che sarebbe uscito di l, non gli fu detto esplicitamente che sarebbe stato liberato. Fu fatto uscire dal vano cella con gli occhi coperti e fu fatto entrare nella grossa cesta di vimini che si trovava vicino alla porta del vano cella(1). Ma Germano Maccari l'ha smentita: I compagni avevano i passamontagna, perch fu detto, cio... non bisogna allarmarlo, nel senso, cio, finora il presidente Moro non aveva visto in faccia nessuno... I compagni avevano il passamontagna calato sul volto, quando il presidente  entrato nella cesta di vimini questa  stata richiusa, ci siamo tolti
il passamontagna(2), e lo abbiamo portato fuori dell'appartamento, saranno state
credo le 6, le 6 e mezza, insomma, forse poco di pi, era molto presto(3).
La Braghetti ha scritto: Ero fuori ad aspettare, come il primo giorno. Sentii perfettamente Mario dire Dobbiamo andare e Moro rispondere: Mi saluti i suoi colleghi(4). L'episodio  stato smentito da Moretti: No, non li ha proprio lasciati [i saluti], ma non era la circostanza perch a Moro non gli fu detto adesso ti uccidiamo(5).
Anche secondo Germano Maccari a Moro non fu comunicata la decisione di esecuzione della condanna: Gli fu detto... che dovevamo spostarci da quell'appartamento.
La prova documentale che tutti i brigatisti mentono nel descrivere gli ultimi momenti della vita del prigioniero (a loro dire, inconsapevole della morte imminente)  nella penultima lettera di Moro alla moglie, recapitata insieme all'ultima lettera: Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti.
Sulle modalit dell'esecuzione, Moretti  stato molto laconico. Alla domanda: Sei stato tu?, l'ex capo brigatista ha risposto S, non avrei mai permesso che l'avesse fatto qualcun altro; alla domanda:
Senti, eri solo, solo tu?, Moretti ha risposto: No, c'erano anche gli altri, per questa responsabilit me la sono presa io; alla domanda che ora fosse, e se i colpi fossero tutti col silenziatore, l'ex capo brigatista ha risposto: Tutti col silenziatore, di due armi diverse -
ma sull'orario non dice nulla(6).
Maccari  stato molto pi circostanziato, forse perch impegnato a dimostrare il suo dissenso rispetto alla condanna a morte e all'uccisione di Moro:
Siamo scesi trasportando la cesta, portando la cesta, io e Moretti, la Braghetti come al solito camminava a fianco a noi, o davanti(7), ci ha aiutato,
abbiamo sceso le due rampe di scale, la Braghetti ha aperto la porta, quella che dava nel... nel garage, siamo entrati dentro il box, nel box c'era... c'era gi la Renault, e la Braghetti stava... rimase fuori dal box. Noi appoggiammo la cesta per terra, io e Moretti, e abbiamo abbassato la porta a basculante. A
quel punto abbiamo sentito, cio la Braghetti ha salutato, ha parlato, appunto, con... con una persona, poi dopo disse che era un'inquilina, una signora anziana del palazzo. Comunque dopo, dopo pochi secondi la Braghetti buss, sollev la porta e disse: E andata via, non c' nessuno. A quel punto io e Moretti non avevamo ovviamente il passamontagna, io ero... avevo la mitraglietta Skorpion, e Moretti aveva questa pistola Walther Ppk, modificata, credo, con una canna a 9 corto. Queste erano le armi, che non erano mai state nella base prima d'ora, furono portate la sera dell'o... la sera precedente dal Moretti quando venne nella... nella prigione. Moretti apr la cesta e fece salire il presidente dentro al vano-bagagliaio della... della Renault. Io avevo la mitraglietta e mi voltai, stavo affianco della macchina, guardando...
e guardavo la porta, fu in quel momento che io sentii una o due detonazioni, e Moretti che mi disse subito, con fare agitatissimo, di passargli l'altra... la mitraglietta, io mi voltai per un attimo, e senza... gli passai la mitraglietta e presi la pistola, mi girai di nuovo e sentii, credo, una o due brevi raffiche. A
quel punto Moretti mi pass l'altra ar..., la mitraglietta, l'altra arma, chiuse il portabagagli, io aprii le... misi le due armi dentro una sacca di tela, una piccola borsa di tela, aprii la porta del box, diedi la borsa di tela alla Braghetti
e mi misi a sedere sulla Renault, accant... nel posto di guida, nel posto accanto a quello di guida. Moretti ha messo... ha messo in moto la macchina, o forse la macchina, mentre che io davo la borsa alla Braghetti, magari la macchina era gi... fu gi messa in moto, insomma, io sono salito in macchina, Moretti guidava e siamo usciti, e la Braghetti  rimasta invece l. Siamo usciti, lungo il tragitto [...]. Io gli dissi perch... perch mi aveva chiesto l'altra... l'altra arma, e lui quasi imprecando, disse che, appunto, la pistola si era inceppata. Non credo che ci siamo detti null'altro(8).
Il racconto di Maccari  pieno di incongruenze. Nel box-garage, Moretti e Maccari avrebbero agito davanti a Moro a viso scoperto: ma questo contraddice lo scrupolo di avere indossato, pochi minuti prima, il passamontagna per non allarmare il prigioniero e risparmiargli un estremo atto di crudelt. Viene domandato a Maccari perch i brigatisti non abbiano ritenuto di uccidere Moro nella prigione insonorizzata
(un luogo certamente pi agevole e meno rischioso), anzich trasportarlo vivo gi per le scale fino nel garage, trasbordandolo nel bagagliaio e uccidendolo nell'auto, parcheggiata in un box che si apriva nel garage comune agli abitanti dello stabile, essendo noto che anche i colpi delle
armi silenziate producono rumori apprezzabili, che potevano essere facilmente percepiti da persone che si trovassero a passare(9); Maccari risponde che venne presa quella decisione per il timore che durante il trasporto il cadavere sanguinasse, e il sangue fuoriuscisse dalla cesta di vimini. Un rischio ben presente anche per l'uccisione nell'auto, e infatti la perizia sul corpo di Moro ha accertato che sotto il gilet [del cadavere] sono stati rinvenuti, ammassati, alcuni fazzoletti intrisi di sangue, giusto apposti per funzionare da tamponamento: chi aveva apposto quei fazzoletti-tampone?
Maccari  imbarazzato e non risponde: No, io... Io di questi fazzoletti non so nulla, uhm... cio la.... Il pubblico ministero Marini insiste: chi ha pensato di tamponare queste ferite nel petto di Moro?; e Maccari risponde: Io, guardi, questo particolare lo... lo apprendo adesso per la prima volta da lei, questo non... non fu una cosa della quale... della quale si parl, io non so nulla di questi fazzoletti o tamponi(10). La descrizione di Maccari in merito alla frettolosa uscita dal garage subito dopo l'uccisione del prigioniero esclude l'operazione dei fazzoletti-tampone in corrispondenza delle ferite sul cadavere di Moro: una necessaria precauzione adottata dopo l'uccisione nell'automobile, e che avrebbe potuto essere compiuta pi agevolmente all'interno della prigione. Il racconto di Maccari, lacunoso e contraddittorio, ha in sostanza il solo pregio di adeguarsi alla
verit confezionata molto sommariamente da Moretti e consegnata dall'ex capo brigatista alle giornaliste Mosca e Rossanda; ma  una
verit che conferma assurda la decisione di uccidere Moro nel garage anzich all'interno della prigione insonorizzata.
A concretizzare l'ipotesi di un trasferimento altrove di Moro vivo dal covo di via Montalcini prima del 9 maggio, e a smentire il racconto dei brigatisti sull'uccisione del prigioniero nel box-garage, c' la prima testimonianza di Graziana Ciccotti, inquilina di via Montalcini 8, che nel 1988
dichiarer: In un tempo variante fra tre giorni e una settimana prima della morte dell'on. Moro ho intravisto attraverso la serranda basculante della Braghetti, e mentre costei era intenta a chiudere il garage, il parafango anteriore destro di una vettura di colore rosso; poich nel garage era abitualmente parcheggiata una Ami 8 colore crema, tra di me ho pensato Hanno cambiato macchina.
Ma pochi giorni dopo, quando apparvero alla televisione e sui giornali le immagini della Renault rossa con dentro il
cadavere di Moro, mi  venuto il sospetto che fossero quelle due persone i brigatisti...
Perch erano tipi strani. Testimonianza confermata dal marito della donna, Giorgio Piazza(11).
La Braghetti invece ha scritto: Facevo la spola tra l'ascensore e la porta principale sulla strada. Improvvisamente sentii il rumore dell'ascensore che scendeva verso il garage. Avvertii Mario e Germano di restare immobili. Poi vidi l'inquilina dell'ultimo piano [la Ciccotti, ndr]. Sapevo che era una professoressa. La salutai, chiesi come mai fosse in piedi cos di buon'ora. Rispose che insegnava fuori Roma e impiegava molto tempo per arrivare a scuola. Mi guardava in modo strano. Si domandava, a sua volta, perch io fossi l, a girovagare senza ragione. Butt un'occhiata al mio box. Il fascione anteriore della Renault rossa si vedeva benissimo. Lei entr in macchina e cerc di mettere in moto senza riuscirci. Mi offrii di aiutarla.
Rifiut. La Braghetti colloca questo episodio la mattina del 9 maggio
1978, ma secondo Graziana Ciccotti avvenne alcuni giorni prima.
Il racconto della ex terrorista prosegue: L'inquilina dell'ultimo piano riusc finalmente ad avviare la macchina. Quando il garage fu di nuovo deserto, comunicai a Germano e Mario che il pericolo era passato. Sentii una prima raffica, poi trascorse un istante e ne sentii una seconda pi breve(12).
La Braghetti tenta insomma di far coincidere l'incontro fra lei e l'inquilina Ciccotti con la mattina dell'esecuzione, in modo da accreditare la versione brigatista dell'uccisione di Moro nel box-garage di via Montalcini, nascondendo trasferimenti del prigioniero in altri luoghi, e la base dove Moro venne effettivamente ucciso.
Le testimonianze della Ciccotti e del marito, unite a altri concreti elementi, attestano il trasferimento di Moro vivo da via Montalcini in un'altra base. Quale? Le indagini degli inquirenti sono state molto carenti in proposito, anche perch si  dato totalmente credito al racconto dei brigatisti. Si  gi vista l'ipotesi di una base brigatista nella zona del litorale laziale tra Focene e Palidoro, emersa dalle
risultanze della perizia. Ma vari altri elementi inducono a ritenere che le BR avessero una o pi basi anche nella zona romana del Ghetto ebraico, cio a ridosso del luogo (via Caetani) in cui venne abbandonato il cadavere del prigioniero la mattina del 9 maggio.
Fra il materiale trovato nel covo BR di via Gradoli 96 il 18 aprile c'era un appunto manoscritto di Moretti (vergato sul retro della copertina di un libro di fantascienza, lettura preferita del capo brigatista):
Marchesi Liva - 659127 - mercoled 22 ore 21 e un quarto
- atropina; la data corrispondeva a mercoled 22 marzo 1978 (sei giorni dopo la strage di via Fani e il sequestro), e l'atropina  un farmaco. Nell'elenco dei reperti fu verbalizzato anche un altro foglietto manoscritto con recapito telefonico n 659127 dell'immobiliare Savellia. La sede della Savellia srl era nel palazzo Orsini di via Monte Savello, vicino al Portico D'Ottavia, la zona del Ghetto ebraico che dista poche centinaia di metri da via Caetani.
Il palazzo Orsini era la residenza della marchesa Valeria Rossi in Litta Modigliani, nobildonna romana che si firmava anche Liva(13).
Quanto all'atropina, nel 1984 Morucci riferir al magistrato: Si era di pomeriggio, e in quella occasione Moretti ci disse che occorreva acquistare in farmacia un medicinale su commissione di Aldo Moro. Non ricordo il tipo di medicinale n il tipo di esigenze che dovesse soddisfare. Per ragioni di sicurezza fummo direttamente io e Faranda ad acquistare tale medicinale... per acquistare il quale falsificammo una ricetta medica... questo episodio si  verificato all'inizio della prigionia di Aldo Moro.
Solo il successivo 15 maggio 1978 - cio quasi un mese dopo il ritrovamento dei due appunti, e una settimana dopo l'uccisione di Moro - il consigliere istruttore Achille Gallucci dispose l'identificazione del titolare dell'immobiliare Savellia srl e i necessari accertamenti(14). Solo il 1 giugno il giudice Ernesto Cudillo autorizz l'intercettazione dell'utenza telefonica 659127, e per soli cinque giorni
(con esito negativo). Si sapr poi che l'immobiliare Savellia aveva come amministratore un prestanome, l'anziano pensionato Tolmino Cavalli, e che l'effettivo amministratore era il commercialista Giovanni Colmo, il quale risulter amministratore anche di societ di copertura del SISDE, e quindi anche lui - come altri personaggi presenti nelle
socit immobiliari proprietarie di numerosi appartamenti di via Gradoli 96 - era un fiduciario del servizio segreto civile.
Le indagini condotte in merito ai due appunti manoscritti di Moretti trovati in via Gradoli non solo furono tardive, ma anche del tutto superficiali e formali. Un'omissione gravissima, tanto pi che fra i documenti sequestrati ai brigatisti venne poi trovato uno schizzo planimetrico del palazzo Orsini - edificio comprensivo di uno spazioso passo carraio - di via Monte Savello e vicinanze, attribuito a Morucci: la riprova che i brigatisti Moretti e Morucci avevano avuto uno specifico e circostanziato interesse per quel palazzo, situato appunto nei pressi di via Caetani.
Un covo di fiancheggiatori delle BR, frequentato anche da brigatisti, venne individuato nella zona del Ghetto ebraico in via Sant'Elena
8, interno 9, abitato dai coniugi Raffaele De Cosa e Laura Di Nola, militanti dell'estrema sinistra extraparlamentare. La scoperta avvenne sulla base delle indicazioni fornite da Elfino Mortati (latitante a Roma dal febbraio al giugno 1978 dopo l'omicidio del notaio Spighi di Prato), in seguito al suo arresto a Pavia. Interrogato dal giudice istruttore Francesco Amato il 10 luglio 1978, Mortati raccont di avere abitato in via dei Bresciani dove si sono svolte riunioni concernenti azioni di lotta armata, e in particolare  stato analizzato e discusso il contenuto dei comunicati del sequestro dell'on.
Moro(15). Mortati aveva pernottato diverse volte in altri due appartamenti
coperti, situati nella zona del Ghetto ebraico, tra via Arenula e via del Portico d'Ottavia, ospite di giovani che comunque avevano a che fare con le BR(16). Si sapr che Laura
Di Nola, locataria dell'appartamento di via Sant'Elena 8, int. 9, deceduta nel luglio 1979, era legata all'intelligence israeliana(17), ed era figlia di un commerciante israelita
di tessuti e drapperie con sede in piazza Paganica. La collaborazione di Mortati con gli inquirenti, iniziata il 10 luglio, dur appena 48
ore e si interruppe improvvisamente il 12 luglio, quando venne fatta filtrare alla stampa. Vi diede particolare risalto il quotidiano fiorentino
La Nazione, pubblicando corrispondenze da Roma firmate da Guido Paglia(18), articoli contenenti notizie relative agli interrogatori del Mortati, con particolare riferimento alle connessioni con il delitto Moro. In un articolo di prima pagina, Paglia scriveva che era gi stata emessa [dal vertice BR] una sentenza di condanna a morte del Mortati, in quanto occorreva al pi presto eliminare un testimone cos ingombrante. Subito il Mortati si chiuse nel silenzio: sospettava che la fuga di notizie fosse opera dei servizi segreti, e disse di temere per la propria vita.
Il procuratore generale presso la Corte d'appello di Firenze, in una lettera indirizzata al capo della polizia Giuseppe Parlato, scrisse che
dalla diffusione delle notizie relative al Mortati era derivato grave e forse irreparabile pregiudizio all'accertamento della verit(19). Il pregiudizio fu in effetti irreparabile. Col silenzio del Mortati, l'indagine sui collegamenti BR-Ghetto ebraico-delitto Moro si aren(20).
Nel covo di Moretti in via Gradoli 96 venne trovata anche un'altra traccia che portava al Ghetto ebraico: la chiave di un'auto Jaguar con un talloncino dove era scritto il nome di Sermoneta Bruno, un commerciante che gestiva un ampio negozio di tessuti situato in via Arenula, vicino al Ghetto ebraico, e che possedeva vari automezzi, fra cui alcuni autofurgoni(21).
Ancora una volta le indagini vennero avviate con molto ritardo, solo il 12 ottobre 1978 (cinque mesi dopo l'uccisione del presidente della DC) quando, su delega dell'Ufficio istruzione, se ne occup il
colonnello dei carabinieri Antonio Cornacchia (affiliato alla P2), il quale non svolse alcuna inchiesta preliminare sul Sermoneta, anzi lo mise al corrente che nel covo di via Gradoli era stata trovata una chiave a suo nome, per cui quando il Sermoneta verr convocato
(solo il 5 marzo 1979) l'interrogatorio risulter del tutto inefficace.
N quell'indagine venne coordinata con gli accertamenti gi svolti per scoprire le basi delle BR nel Ghetto, e in nessun conto venne tenuta la segnalazione di una fonte confidenziale del SISMI che segnalava Bruno Sermoneta come amico della
brigatista Anna Buonaiuto, assidua frequentatrice
dell'appartamento di via Sant'Elena 8, dove durante il periodo della detenzione di Moro si riunivano, specie nelle ore notturne, elementi dell'ultrasinistra.
Laura Di Nola era proprietaria di una casa a Trevignano Romano, una localit turistica sul lago di Bracciano, e i suoi
referenti a Trevignano sarebbero stati Settimio Cecconi e
Antonio Franchini. Cecconi, professore di filosofia, secondo le forze di polizia era un militante dell'estrema sinistra, avrebbe avuto precedenti penali per armi e lesioni, e subir una perquisizione durante le indagini per l'uccisione di due carabinieri a Viterbo, nel 1980. Nel 1994 il Tribunale di sorveglianza di Roma chieder ai carabinieri di Trevignano di accertare la pericolosit sociale di Settimio Cecconi, in seguito alla richiesta presentata dalla ex brigatista Anna Laura Braghetti (la carceriera di Moro) di usufruire di un permesso-premio da trascorrere proprio presso l'abitazione del Cecconi.
Il covo di via Sant'Elena 8, int. 9, era gi stato oggetto di attenzione da parte del SISMI durante i 55 giorni del sequestro Moro in seguito a una segnalazione da fonte molto attendibile: ma il servizio segreto militare non aveva poi trasmesso alcuna informazione alle autorit inquirenti. Il SISMI cominci a informare gli organi inquirenti solo dopo l'uccisione di Moro e quando, in seguito alla collaborazione di Mortati, il covo di via Sant'Elena era gi stato individuato.
La fonte molto attendibile del colonnello Demetrio Cogliandro, responsabile dei centri di controspionaggio di Roma, era il suo stesso segretario, il capitano Antonio Fattorini, detto mezzo ebreo per i suoi rapporti fiduciari con il MOSSAD.
Ai primi di maggio del 1978 - quando ancora Moro era prigioniero
- due agenti del SISMI, Antonio Ruvolo e Giuseppe Corrado, erano stati mandati a palazzo Caetani per indagare su un certo Igor della famiglia dei Caetani, che veniva indicato addirittura come probabile capo delle BR o come l'inquisitore che interrogava il sequestrato nella
prigione del popolo (ma neppure quella notizia venne trasmessa alle forze dell'ordine). Poi i due agenti del SISMI si stupirono nel constatare che proprio nelle vicinanze dove avevano cercato la prigione era
stato abbandonato il cadavere di Moro. E quando il SISMI trasmetter alla Commissione parlamentare una relazione sulle attivit svolte dal Servizio durante il caso Moro, posticiper da maggio a ottobre 1978
la data nella quale il capitano Fattorini avrebbe fornito l'informazione su Igor Markevitch e su palazzo Caetani.
Le indagini sul conto del direttore d'orchestra Igor Markevitch non troveranno alcun riscontro. La sola certezza  che la segnalazione proveniva dai servizi segreti pochi giorni prima dell'uccisione di Moro, e che poteva essere una manovra: infatti, se Igor Markevitch non era di casa a palazzo Caetani, non mancavano in quell'edificio altre importanti presenze, come l'ambasciata del Sovrano ordine dei Cavalieri di Malta; un ordine religioso-militare che annoverava tra le sue fila ben
27 affiliati alla P2, compreso il il direttore del SISMI
generale Santovito, nonch il deputato della destra DC Luigi Rossi di Montelera.
Nel 2000 i carabinieri del Ros, su incarico della Commissione parlamentare stragi, interrogheranno parte dei personaggi segnalati(22)
anni prima da fonti confidenziali come frequentatori del covo di via Sant'Elena 8, int. 9, ma avranno soltanto risposte elusive.
La conclusione del sequestro Moro ebbe come scenario il Ghetto ebraico. I dati oggettivi della perizia smentiscono la versione brigatista dell'uccisione del prigioniero in via Montalcini, a cominciare dall'orario: secondo i brigatisti, Moro sarebbe stato ucciso nel box-
garage tra le ore 6 e le 6,30, mentre i dati peritali ne collocano la morte tra le ore 9 e le 10.
L'ipotesi che Moro possa essere stato tenuto prigioniero anche in un covo situato nel Ghetto ebraico venne avanzata in ambito giudiziario, e bench sostenuta con particolare convinzione dall'avvocato della DC Pino De Gori, non fu seguita da alcuna approfondita indagine.
Eppure Moretti, alla domanda se non fosse stato un rischio eccessivo trasportare il cadavere di Moro per 7-8 chilometri dalla periferica via Montalcini fino nella centralissima via Caetani (come assurdamente sostenuto dai brigatisti), ha risposto: In quella Roma c'erano decine di migliaia di poliziotti e carabinieri, sparsi in tutta l'area metropolitana, ma in via Caetani per i pochi minuti necessari noi eravamo superiori
22. Da via Montalcini a via Caetani il tragitto  piuttosto lungo, e richiede molto tempo per arrivare al centro di Roma:  dunque assai pi verosimile che Moro sia stato ucciso a
breve distanza da via Caetani, in una prigione all'interno del
Ghetto ebraico.
Al consigliere Achille Gallucci che il 9 settembre 1978 aveva assegnato a ciascun Corpo una zona del Ghetto e luoghi adiacenti per individuare abitazioni nelle quali si possa fondatamente sospettare abbia trovato ricetto il noto Mortati Elfino e se esistano locali idonei a dare ricetto a una autovettura, Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza risposero laconici che le indagini avevano dato esito negativo.
Se poteva essere difficile scoprire gli appartamenti dove era stato ospitato Mortati, meno difficoltosa avrebbe dovuto risultare l'individuazione dei locali adatti ad accogliere la Renault rossa delle BR. Infatti le indagini furono certamente superficiali e negligenti, perch le forze di polizia omisero di indagare nei cortili dei palazzi dei nobili casati. Nella
zona assegnata era compresa anche via Caetani, proprio dove - a pochi metri dal luogo nel quale i terroristi lasciarono la Renault con il corpo di Moro - c'era un passo carraio che immetteva nel cortile dei restauri dell'antico Teatro di Balbo, e nell'altro lato della strada c'era un passo carraio che immetteva in un cortile di palazzo Mattei, confinante con palazzo Caetani; a quest'ultimo edificio si accedeva dal passo carraio di via delle Botteghe Oscure 32. E se palazzo Caetani ospitava diverse sedi diplomatiche coperte da immunit territoriale, non cos era per l'attiguo palazzo Mattei, ideale come luogo di ricetto di autovettura, che per le forze di polizia omisero di segnalare: la Renault delle BR avrebbe potuto entrare e uscire dal vistoso passo carraio collocato in via dei Funari. Palazzo Mattei, situato all'angolo di via Caetani, era munito di sotterranei con vari magazzini, soprattutto di commercianti nel campo dei tessuti; era sede di diversi enti culturali, c'era perfino un ufficio dei servizi segreti con linee telefoniche pagate dall'Ambasciata americana in quanto da essa dipendeva il Centro studi americano
(o Istituto linguistico americano), il quale distava appena 150
metri da un altro Istituto linguistico e Centro culturale francese, in piazza Campitelli, il quale a sua volta aveva stretti rapporti con un altro Istituto linguistico, l'ambiguo Hyperion che dal febbraio 1978
(pochi giorni prima del sequestro Moro) aveva aperto a Roma un ufficio di rappresentanza in via Nicotera 26, nello stesso edificio dove avevano sede alcune societ di copertura del SISMI.
A palazzo Mattei c'era perfino una postazione del SISDE, al quarto piano, all'angolo tra via Caetani e via dei Funari, da dove si poteva osservare qualsiasi movimento di traffico in quelle strade. Durante la prigionia di Moro quell'appartamento era occupato dall'architetto Enrico Cassia il quale, subito dopo l'uccisione del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco (assassinato dalle BR a Roma il 13
luglio 1979), verr sottoposto a perquisizione insieme ad altri, tra cui Raffaele De Cosa (di via Sant'Elena 8), nonch due donne - Anna
Buonaiuto e Rosa Nicoli - entrambe segnalate come frequentatrici del covo di via Sant'Elena 8.
Ma nella zona del Ghetto ebraico c'era un altro palazzo in grado di ospitare autovetture, con un passo carraio che sembrava richiamare
il passo carraio nel centro di Roma di cui aveva scritto Pecorelli.
Era l'edificio di piazza Paganica 50, con tre entrate: la prima si affacciava su piazza Paganica (oggi piazza dell'Enciclopedia italiana);
la seconda era un passo carraio aperto su vicolo Paganica; la terza collegava, tramite un cancello, col vicolo dei Falegnami, collegato a sua volta con via S. Elena 8 tramite un passaggio ad arcata.
All'interno dell'edificio (dove ancora oggi ci sono vari depositi di tessuti e drapperie) c'era inoltre un ampio cortile, sul quale si affacciavano alcuni magazzini di tessuti dove era possibile parcheggiare autovetture. Nell'edificio c'erano negozi, magazzini e uffici che in buona parte appartenevano a Giacomo Guglielmo Di Nola, commerciante di tessuti, padre di Laura Di Nola e proprietario dell'appartamento di via Sant'Elena 8.
Tutta la zona di piazza Paganica-vicolo Paganica-piazza delle Tartarughe-via dei Funari era sede di magazzini di tessuti dei commercianti della zona. Sotto la suola delle scarpe di Moro, ma anche sui parafanghi e nel pianale della R4, i periti hanno trovato numerose strutture filamentose di varia natura, tra cui prevalenti sono fibre e frammenti di fibre apparentemente tessili. Ma non risulta siano state svolte specifiche indagini per stabilire la provenienza di quelle strutture filose.
Le perizie contraddicono anche la versione dei brigatisti sull'uccisione materiale di Moro. La perizia balistica ha stabilito che spar prima la mitraglietta Skorpion, poi la rivoltella Ppk: A stare dall'impatto sulla lamiera, a un'impronta vicina che corrisponde metricamente con il secondo foro sulla schiena della giacca, quello basso, si hanno validi motivi di ritenere che, almeno relativamente a questi due colpi uno calibro 9 corto Browning e l'altro, invece 32, 7,65, la posizione della vittima, nel momento dello sparo di tali colpi deve essere stata quella nella quale fu ritrovata e anche osservata da uno di noi che intervenne immediatamente sul posto del ritrovamento. Colpito dalla raffica dello Skorpion, il corpo di Moro ebbe un sussulto, quindi si adagi nella posizione in cui venne poi ritrovato, e in quella stessa posizione venne raggiunto dall'ultimo colpo della Skorpion e dall'unico e ultimo colpo della pistola calibro 9, che sembrerebbe il colpo di grazia.
La pistola Ppk che aveva sparato quel colpo finale contro Moro fu poi trovata nel covo BR di via Silvani, a Roma: sottoposta a perizia, era stata riscontrata pienamente efficiente, e il
perito Pietro Benedetti ha escluso che l'arma si fosse mai inceppata. Il perito, subito intervenuto in via Caetani al momento del ritrovamento del cadavere, stabil che il corpo di Moro era rimasto nella stessa posizione assunta al momento degli ultimi due spari: il che accredita ulteriormente l'ipotesi che l'esecuzione fosse avvenuta non gi nel box di
via Montalcini, ma in prossimit del luogo del ritrovamento;  infatti del tutto improbabile che il cadavere di Moro possa avere mantenuto intatta quella stessa posizione percorrendo il lungo tragitto (7-8 chilometri)
dalla periferica via Montalcini alla centrale via Caetani.
Allo scopo di confutare la perizia sulla mitraglietta Skorpion utilizzata per uccidere Moro, Valerio Morucci e Adriana Faranda si sono avvalsi di un perito di parte legato al servizio segreto militare: tale Marco Morin, estremista di destra, appartenente a GLADIO(23). La perizia di Morin ha sostenuto che la Skorpion trovata in possesso di Morucci e Faranda non era l'arma che aveva ucciso Moro; ma quella
perizia di parte verr smentita, restando l'ennesima testimonianza di strane convergenze.
Maccari e la Braghetti hanno sostenuto che l'uccisione di Moro sarebbe avvenuta al mattino presto, intorno alle 6-6,30; invece la perizia colloca l'orario della morte tre ore dopo, fra le 9 e le 10.
Maccari ha sostenuto che appena compiuta l'esecuzione, la Renault rossa usc dal garage di via Montalcini e si diresse verso via Caetani
(distante 7-8 chilometri) senza compiere alcuna fermata intermedia;
ma la telefonata di Morucci al professor Francesco Tritto per comunicare che il corpo di Moro si trovava in via Caetani era stata fatta alle ore 12 e 13 minuti, e Morucci ha affermato di avere telefonato subito dopo che il cadavere di Moro era stato abbandonato in via Caetani - infatti, alle ore 12,20 una macchina della Polizia era giunta in via Caetani e aveva constatato la presenza della Renault rossa(24).
23. Morin era stato l'autore della perizia sull'esplosivo usato nella strage di Peteano nel
1972 (che uccise tre carabinieri), tendente a dimostrare che quell'esplosivo proveniva da un deposito delle BR; la perizia era poi stata completamente smentita dal reo confesso dell'attentato Vincenzo Vinciguerra.
24. Le testimonianze sull'orario in cui venne lasciata la Renault rossa in via Caetani, in prossimit di palazzo Mattei, sono discordanti. Carla Antonini afferma di avere notato la Renault Rossa alle ore 8,10 mentre usciva dal palazzo Mattei per recarsi a prendere un caff. Liviana Califfi invece, che aveva parcheggiato la propria auto nel lato opposto rispetto a quello dove venne abbandonata la R4, sostiene di essere certa che alle
8,25, quando entr a palazzo Mattei dove lavorava, la Renault rossa non c'era. Il custode demaniale di palazzo Mattei, Donato Giuseppe Francesco, ha dichiarato di avere notato la Renault rossa, parcheggiata dietro la sua auto, solo alle 12,30.
L'analisi peritale della traiettoria dei proiettili che uccisero Moro induce a ritenere che l'esecuzione sia avvenuta in tutt'altro modo, rispetto a quello raccontato da Maccari. I periti ritengono probabile che quei proiettili siano stati sparati dal sedile posteriore dell'auto Renault direttamente comunicante con il bagagliaio, e non gi dall'esterno dell'auto (dalla parte posteriore del bagagliaio) come ha sostenuto Maccari.  quindi assai probabile che Moro, la mattina del 9
maggio, fosse prigioniero nella zona del Ghetto vicino a via Caetani, e che sia stato ucciso dall'interno dell'auto, in prossimit del luogo dove poco dopo venne abbandonato il cadavere.
Il 10 maggio 1978 il corpo di Aldo Moro venne sepolto, con una cerimonia strettamente privata, nel cimitero di Torrita Tiberina.
Intanto, Francesco Cossiga rassegn le dimissioni da ministro dell'interno, un atto dovuto dopo il disastroso fallimento dell'azione svolta durante i 55 giorni del sequestro. Nella sua lettera di dimissioni, indirizzata al presidente del Consiglio Andreotti, Cossiga scrisse:
Ritengo mio dovere rassegnare le dimissioni da ministro dell'interno intendendo con questo atto assumere la piena responsabilit politica del dicastero cui sono preposto, delle forze di polizia che per subordinazione gerarchica o funzionale hanno operato alle mie dipendenze e dei servizi di informazione e di sicurezza da me impiegati;
del loro impegno intelligente, generoso, incondizionato, leale e valoroso, sento di dover rendere ferma e convinta testimonianza e ritengo che su tale impegno il Paese pu fare pieno affidamento(25).
In qualunque altro Paese democratico, le dimissioni del ministro dell'interno - politicamente responsabile della sconfitta subita dallo Stato che non era riuscito a difendere e salvare uno dei suoi fondatori
- sarebbero state accompagnate da un'ampia relazione sul come e il perch di quella sconfitta, e indagini amministrative avrebbero chiarito le singole responsabilit e messo in luce gli errori e le omissioni.
Dopo la tragedia conclusasi il 9 maggio 1978, in Italia non ci fu nessuna inchiesta amministrativa. Anzi, il ministro Cossiga, nel lasciare il Viminale, si premur di assolvere da ogni responsabilit proprio i capi piduisti dei servizi di informazione e sicurezza, rilasciando loro un attestato di piena affidabilit e benemerenza, quasi che la morte di Moro dovesse essere considerata una inevitabile sconfitta comunque onorevole.

Note.
1. Laura Braghetti al pubblico ministero Antonio Marini, 13 gennaio 1994.
2. La Braghetti sostiene che Moro era bendato per impedirgli di vedere i suoi carcerieri;
Maccari nega la circostanza, e parla di passamontagna indossati dai carcerieri.
Almeno uno dei due ex brigatisti mente; oppure mentono entrambi, fornendo un diverso dettaglio di una verit concordata.
3. Corte d'assise di Roma, udienza del 19 giugno 1996, pagg. 65-66.
4. Laura Braghetti, OP. cit., pag. 172. "
5. Colloquio di Moretti con Mosca e Rossanda, cit., bobina n 9, pagg. 2-3.
6. Ibidem, pagg. 9-10.
7. Perch Maccari dice come al solito? Forse Moro era stato trasportato altre volte, chiuso nella cesta di vimini, dall'appartamento-prigione nel garage-box?
8. Corte d'assise di Roma, udienza del 19 giugno 1996, pagg. 66-68.
9. Corte d'assise di Roma, sentenza del 7 ottobre 1996.
10. Corte d'assise di Roma, udienza del 4 luglio 1996, pagg. 248-49.
11. Corte d'assise di Roma, Moro IV, udienza del 7 giugno 1993. In merito alle testimonianze della Ciccotti, cfr. pagg. 237-38.
12. Laura Braghetti, OP. cit., pagg. 172-73. Anche qui una versione diversa da quella di Maccari, secondo il quale Moretti prima spar con la pistola Ppk poi con una o due brevi raffiche della Skorpion.
L'autopsia ha accertato che Moro, colpito da 11 proiettili calibro 7,65 della Skorpion e da un ultimo proiettile calibro 9 corto, ebbe una forte emorragia interna, e spir dopo un'agonia di circa 15 minuti.
13. Liva da Liftta] Vafleria]. CS, XI legislatura, Relazione sugli sviluppi del caso Moro
(relatore il senatore Luigi Granelli), pagg. 33-34.
14. Cfr. S. Flamigni, Il covo di Stato, cit., il capitolo Da via Gradoli al Ghetto ebraico, pagg. 117-42.
15. CM, volume 62, pagg. 531-37 e 577-79. L'appartamento
romano di via dei Bresciani 4, dove era stato ospitato il Mortati e che era l'abitazione di Renzo Filippetti e Carmela Della Rocca, venne perquisito: la Polizia ci trov buste e fogli di carta intestati
Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero dell'Interno-Segreteria particolare del Sottosegretario di Stato.  da notare che presso la segreteria particolare del sottosegretario del ministero dell'interno, on. Nicola Lettieri, era impiegata Tiziana Lucidi, gi indiziata di essere in contatto con le BR. Il rapporto della DIGOS riferiva che l'appartamento di via dei Bresciani era frequentato anche da Enrico Triaca, il titolare della tipografia BR di via Fo.
16. Osservando una foto di Valerio Morucci, Mortati aveva rilevato una marcata somiglianza con uno di quei giovani che l'avevano ospitato.
17. Cfr. S. Bonfigli e J. Sce, OP. cit., pag. 191.
18. Il giornalista Guido Paglia era stato un collaboratore del SID; cfr. S. Flamigni, Trame atlantiche, Kaos edizioni 1996, pagg. 61-64.
19. CM, volume 107, pagg. 17-18.  da notare che le ammissioni fatte dal Mortati nella fase collaborativa avevano trovato precisi riscontri.
20. Tra le forze di polizia interessate dalla magistratura alle ricerche delle basi brigatiste nel Ghetto, un contributo essenziale venne fornito dall'Ufficio di polizia giudiziaria dei Vigili urbani di Roma diretto da Francesco Russo.
21. Un elemento di rilievo, dal momento che non era stato individuato l'autofurgone utilizzato dai terroristi per trasportare Moro nella prigione dopo la strage di via Fani.
Le auto utilizzate per l'agguato, poi abbandonate, erano risultate rubate; l'autofurgone non venne mai trovato, probabilmente perch non era stato rubato.
22. Intervista di Giorgio Bocca a Moretti, L'Espresso, 2 dicembre 1984.
25. Agenzia ANSA, 10 maggio 1978.

 CAPITOLO XIII.
LE CARTE DI MORO.


Meglio la gallina domani.

Secondo la versione ufficiale, fu un borsello smarrito a Firenze dal brigatista Lauro Azzolini nel luglio del 1978 (cio poche settimane dopo il delitto Moro), la traccia che port i carabinieri della Sezione speciale anticrimine di Milano a individuare il covo brigatista di via Monte Nevoso 8 (una delle basi del Comitato esecutivo BR che aveva organizzato il sequestro e l'uccisione del presidente della DC). A
capo della Sezione criminalit, presso la divisione Pastrengo, c'era il tenente colonnello Nicol Bozzo (il quale sar poi uno dei principali collaboratori del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando questi guider i Reparti speciali antiterrorismo nel blitz del successivo 1
ottobre in via Monte Nevoso); il capo di stato maggiore della Divisione era il generale Vincenzo Morelli, mentre il comandante era il generale Italo Giovannitti.
Sulla individuazione del covo BR milanese di via Monte Nevoso verranno fornite versioni differenti. Il brigatista Azzolini attribuir il proprio arresto - il primo del dopo Moro - a una casuale sbadatezza: l'aver dimenticato a Firenze, su un tram, il suo borsello, contenente una pistola e materiali che avrebbero potuto tradirne l'identit(1).
Azzolini affermer di essere stato notato e pedinato nella zona di Lambrate, a Milano. In effetti, un rapporto di Polizia giudiziaria conferma che Azzolini venne pedinato per individuare altri brigatisti e le loro basi; una tattica seguita pure nei confronti del brigatista latitante Calogero Diana, anche lui pedinato per individuare altri terroristi e le basi (infatti, Diana non venne arrestato durante l'operazione del 1
ottobre, ma solo il successivo 2 febbraio 1979, insieme ad altri brigatisti).
In sostanza, l'operazione Monte Nevoso sarebbe stata originata dalla duplice disattenzione di un membro del Comitato esecutivo brigatista: dimenticato sul tram il suo compromettente borsello, Azzolini non adott poi le opportune misure di sicurezza, n per s, n per gli altri, n per la base brigatista di Milano.
Dunque, gi ai primi di agosto 1978 i carabinieri individuarono a Milano l'appartamento-covo dei brigatisti in via Monte Nevoso 8, e lo misero sotto osservazione; l'intestatario dell'appartamento, il ragionier Domenico Gioia, che non ci abitava, venne anche lui pedinato.
Che i carabinieri avessero predisposto la rete per catturare i brigatisti fin dai primi di agosto, lo confermer anche il colonnello Bozzo: L'indagine tra la fine di luglio e i primi di agosto era a buon punto. Di Bonisoli e Azzolini non esistevano fotografie recenti e in quei giorni i due terroristi vennero invece fotografati pi volte anche con altri personaggi, nei loro movimenti per Milano. Vennero individuati altri covi e altre basi(2). Lo ribadir anche il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare d'inchiesta: Parlo di agosto, quando l'Antiterrorismo da me diretto non esisteva, esister soltanto dal 10 settembre in poi, se ne  parlato s ai primi di agosto e direttamente potevo anche avere preso contatti perch sapevo come sarebbe andata; ma non ne ero investito. Sottoposi, comunque, ai miei futuri collaboratori l'opportunit, anzich prendere soltanto
l'Azzolini, nel caso fosse apparso presso quel numero civico, di aspettare e vedere se, allo stesso numero, facevano capo altri, se era possibile di fotografare quelli che entravano.
Da un monolocale in affitto situato nell'edificio prospiciente il n
8 di via Monte Nevoso, un sottufficiale controllava i movimenti nel covo. Intanto, i carabinieri fotografavano, pedinavano, identificavano: la rete si allargava, e venivano scoperti altri due appartamenti-
base a Milano (uno in via Olivari, un secondo in via Pallanza);
veniva anche localizzata la tipografia brigatista in via Buschi, e l ricompariva Azzolini - della sua identit i
carabinieri avevano ormai certezza. La nomina del generale
Dalla Chiesa a capo dei Reparti speciali antiterrorismo non era ancora operativa, e al comando dei carabinieri di Milano si discusse se intervenire o meno in via Monte Nevoso. Fu una valutazione tormentata, ricorder il generale Bozzo,
ma decidemmo di aspettare(3).
Si giunse cos al 26 agosto: a questo punto le indagini erano in pratica terminate. Quindi si doveva intervenire, lasciando fuori dal blitz solo qualche elemento non di rilievo, affinch consentisse di scovare altri indiziati o simpatizzanti. Il generale Giovannitti riteneva invece di temporeggiare ancora proseguendo le indagini, mentre di avviso opposto era il generale Morelli, secondo il quale era necessario e opportuno procedere all'immediato arresto dei brigatisti, alcuni molto pericolosi e ricercati da diversi anni per gravissimi delitti... Confesso che non compresi, e non lo comprendo tutt'oggi, l'ostinata contrariet del generale Giovannitti... Debolezza, incertezza, mancanza di coraggio, eccessiva prudenza?(4).
Durante la pausa investigativa imposta dal comandante
Giovannitti qualcosa accadde: il 30 agosto 1978, un decreto-legge del presidente del Consiglio Andreotti confer, a partire dal 10 settembre, poteri speciali antiterrorismo al generale Dalla Chiesa, il quale doveva attuare forme organiche di coordinamento e di cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi... Dell'attivit suddetta e degli speciali compiti operativi svolti dal generale di divisione Carlo Alberto Dalla Chiesa riferisce direttamente al ministro dell'interno: un simile dispositivo sembrava accordare nominalmente al generale Dalla Chiesa perfino il potere di sottrarsi al collegamento con la magistratura(5). Formalmente, l'attivit di Dalla Chiesa si sottraeva al controllo della magistratura perch il generale non aveva titolo di ufficiale di polizia giudiziaria, come non lo avevano gli agenti dei servizi informativi da lui coordinati; lo avevano invece gli appartenenti alle forze di polizia che passavano alle dipendenze del generale per formare i Nuclei speciali antiterrorismo, i quali per
erano vincolati a una rigorosa dipendenza gerarchica e a una stretta collaborazione militare con il loro comandante.
Fin dai primissimi giorni di agosto, il generale Dalla Chiesa ag nella piena consapevolezza degli imminenti poteri speciali che stavano per essergli attribuiti. La decisione, concordata tra Andreotti
(presidente del Consiglio), Rognoni (ministro dell'Interno), e Ruffini
(ministro della Difesa), fu resa pubblica il 9 agosto, a Merano, dove Andreotti trascorreva le ferie. Una settimana prima, i terroristi Nadia Mantovani e Vincenzo Guagliardo erano fuggiti dal soggiorno obbligato, suscitando scalpore nell'opinione pubblica e polemiche tra il ministro dell'Interno e i giudici che li avevano scarcerati dopo il processo di Torino. Nell'ambiente dell'Arma e in quello militare, i poteri speciali accordati a Dalla Chiesa venivano paragonati a quelli di un supervisore dei servizi segreti contro il terrorismo(6).
Grazie al decreto, dal 10 settembre passarono sotto il diretto comando del generale Dalla Chiesa la sezione divisionale dell'Arma di Milano destinata alla lotta alla criminalit e diretta dal tenente colonnello Nicol Bozzo, nonch la sezione speciale Anticrimine comandata dal capitano Roberto Arlati (Bozzo e Arlati erano alle prese con le indagini sui brigatisti e sui covi milanesi); furono posti sotto il suo comando anche nuclei della Polizia e della Guardia di finanza, s che quando questi nuclei speciali completeranno i ranghi, il generale Dalla Chiesa disporr di una forza complessiva di 230
effettivi tra ufficiali e sottufficiali.
Il 12 settembre il generale Giovannitti illustr a Dalla Chiesa - nel pieno dei suoi poteri speciali, con quasi 180 effettivi ai suoi ordini
- i risultati delle indagini: tutto sembrava ormai pronto per l'intervento nel covo di via Monte Nevoso. Il lavoro investigativo era completo, le ricerche e le verifiche necessarie al perfezionamento dei particolari pi importanti erano state portate a termine; ogni dettaglio e ogni aspetto sembravano chiariti(7). Ma l'ordine esecutivo non venne impartito: per il generale Dalla Chiesa, si doveva continuare ancora a pedinare, fotografare, investigare.
Al momento, tutti i frequentatori dei covi BR erano stati fotografati e identificati, ma era tipico di Dalla Chiesa l'espediente di ritardare
i riconoscimenti per eludere l'obbligo di procedere ad arresti che lui riteneva prematuri; proprio per questo, nei rapporti
all'autorit giudiziaria i riconoscimenti verranno tutti
postdatati: Azzolini, il primo a essere stato identificato, nei rapporti continuava a essere definito il giovane sospetto, o il vecchietto, e questo fino al giorno in cui Dalla Chiesa decise di tirare la rete e di effettuare il blitz (solo Calogero Diana verr lasciato libero, e continuer a essere
il professore fino alla successiva retata, cinque mesi dopo)(8).
Posto che tutti i brigatisti dei covi individuati erano stati identificati, dopo settimane di pedinamenti, indagini e fotografie, perch il generale Dalla Chiesa non ordinava la retata, e prolungava l'attesa?
La risposta arriv da Mino Pecorelli, il quale su OP, sotto il significativo titolo Dalla Chiesa, meglio la gallina domani, e con il solito linguaggio allusivo, scrisse che se la gallina era gi arrivata nel covo, forse bisognava aspettare ancora le uova d'oro(9).
Secondo la versione ufficiale, il 24 settembre venne fotografata e identificata Nadia Mantovani, unitamente a Azzolini e a Biancamelia Sivieri (la quale in via Pallanza stava ospitando il latitante Antonio Savino, evaso dal carcere di Forl), e sarebbe stata proprio la presenza della Mantovani a far scattare l'ordine di intervento, a indurre Dalla Chiesa a tirare la rete. Ma la Mantovani era in via Monte Nevoso da tempo: c'era stata per una settimana all'inizio di agosto, poco dopo essere fuggita dal soggiorno obbligato, poi era andata in montagna con i compagni, ed era tornata a Milano da una ventina di giorni(10).
Non era dunque Nadia Mantovani le uova d'oro che Dalla Chiesa aspettava di poter catturare: erano i documenti relativi alla prigionia di Aldo Moro, che negli ultimi giorni di settembre vennero infatti portati dai brigatisti nella base di via Monte Nevoso. Li ho portati io, tutti in una volta e pochi giorni prima dell'arresto, confermer Bonisoli alla Corte d'assise nel 1987. Dunque, se il blitz fosse scattato prima del 1 ottobre, come chiedeva con insistenza il generale Morelli, avrebbe portato alla cattura dei brigatisti ma avrebbe mancato il materiale del processo brigatista a Moro; e Dalla Chiesa ordin l'irruzione nel covo solo dopo e subito dopo l'arrivo in via Monte Nevoso di quel materiale - dunque, il generale era puntualmente informato sia del fatto che le carte morotee sarebbero state portate nel covo, sia che vi erano arrivate(11).
Il recupero delle carte degli interrogatori di Moro continuava ad avere un valore centrale e prioritario rispetto a ogni operazione contro le BR(12). Per questa ragione l'attesa si prolung fino al 30 settembre, quando Dalla Chiesa incontr il procuratore della Repubblica al circolo ufficiali di Milano, e l'indomani, domenica 1 ottobre, l'operazione venne attuata.


Via Monte Nevoso, ottobre 1978.

Dir il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare: L'operazione prevedeva (siccome Azzolini tutte le mattine era
costante nei comportamenti, e alle 8,30 o alle 9 scendeva per comprare il giornale), che facessimo sparire Azzolini in mezzo alla strada per togliere una fonte di fuoco in pi, e si intervenisse poi, contemporaneamente, sui tre covi. Cos  andata. Diressero l'operazione, chiamata
Jumbo, il tenente colonello Bozzo dalla centrale operativa dell'Antiterrorismo, e il colonnello Giovanni Marrocco con l'incarico del coordinamento sul territorio.
In via Monte Nevoso, i brigatisti - dopo l'intimazione e lo sparo di due colpi da parte dei militari - aprirono la porta dell'appartamento-base.
I primi ad accedervi furono il capitano Arlati e gli uomini della sua squadra. Dal verbale dei carabinieri risulta che Mantovani e Bonisoli, presenti nell'appartamento, all'inizio della perquisizione rifiutarono di nominare un legale di fiducia e, pochi minuti dopo, chiesero di essere subito allontanati dal covo e messi a disposizione dell'autorit giudiziaria. Stante l'urgenza e considerate le obiettive esigenze di riservatezza e sicurezza, gli stessi venivano portati via e si continuava la perquisizione: per una ragione all'apparenza incomprensibile, la singolare richiesta dei due brigatisti venne registrata solo in chiusura di verbale, cio quattro giorni pi tardi.
In via Monte Nevoso passarono due-tre ore prima dell'arrivo del sostituto procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici (un conflitto a fuoco tra il brigatista Savino e due carabinieri aveva costretto il magistrato a recarsi prima in via Pallanza)(13). Nel frattempo, nel covo i carabinieri trovarono gli scottanti documenti del sequestro Moro, un materiale abbondante: carte, cartelle, fogli, block-notes, manoscritti, sul tavolo della stanza in cui erano stati
sorpresi Bonisoli e Mantovani. Della presenza delle carte inerenti gli interrogatori di Moro, Arlati avvert subito il capitano Bonaventura, e questi comunic immediatamente con il generale Dalla Chiesa. Le carte di Moro vennero portate fuori dal covo allo scopo ufficiale di essere fotocopiate, e sei ore dopo vennero riportate nel covo per la verbalizzazione.
Non si sapr mai con certezza se nel covo tornarono tutte le carte, n se tutte furono registrate nel verbale.
Il bilancio del blitz milanese del 1 ottobre fu ragguardevole: nove brigatisti arrestati (Azzolini e Bonisoli del Comitato esecutivo brigatista, che avevano partecipato al sequestro Moro; Nadia Mantovani, Antonio Savino, Paolo Sivieri, Biancamelia Sivieri, Domenico Gioia, Maria Russo, Flavio Amico); tre covi smantellati e una tipografia posta sotto sequestro; pi una ingente quantit di materiale: armi,
munizioni, esplosivi, giubbotti antiproiettile, divise da agenti di pubblica sicurezza, bozze e note di discussione, appunti, falsi documenti d'identit e l'attrezzatura per la falsificazione, comunicati, volantini, schedature di importanti personaggi della politica e dell'economia, relazioni di organi e strutture dello Stato, banconote provenienti dai riscatti pagati in occasione di tre diversi sequestri di persona, rapporti sulle pi importanti industrie italiane, rapporti sulle carceri, analisi sulle centrali operative dei carabinieri, documenti d'archivio riguardanti l'attivit brigatista dal 1970 in poi, e perfino un drappo-bandiera dell'organizzazione - ma soprattutto, i reperti classificati al n 5 e al n 137, cio le lettere e il memoriale scritti da Moro durante i 55 giorni della prigionia.
Il blitz milanese - attuato a soli 20 giorni dall'entrata in vigore del decreto che aveva attribuito al generale Dalla Chiesa l'incarico di comandante dei Reparti speciali antiterrorismo - segn l'inizio della sconfitta militare delle BR. Fu anche, implicitamente, l'evidentissima riprova della scarsa volont politica, da parte del governo, solo qualche mese prima, di fronteggiare adeguatamente il sequestro Moro per individuare la prigione, arrestare i sequestratori e liberare il sequestrato;
era l'indiretta conferma delle responsabilit di un governo il quale non aveva inteso adottare provvedimenti urgenti per attuare il coordinamento operativo delle forze di polizia. Era inoltre la smentita della presunta impreparazione delle forze di polizia nel fronteggiare le BR, perch quei 180 carabinieri del Nucleo speciale antiterrorismo
(che diventeranno poi 230), agli ordini del generale Dalla Chiesa, erano tutti in servizio durante i 55 giorni del sequestro.
Ma sulla brillante operazione in via Monte Nevoso di Dalla Chiesa cominciarono ad allungarsi ombre. Il 2 ottobre, 24 ore dopo l'irruzione, sui quotidiani trapelarono le prime notizie relative al materiale trovato nel covo, bench la catalogazione dei reperti fosse ancora in corso (terminer solo alle ore 10 del successivo 5 ottobre), e sebbene i soli che avessero preso visione del materiale trovato nel covo fossero i carabinieri e i magistrati: si vociferava e si scriveva del recupero, da parte del soldato e carabiniere Dalla Chiesa, di documenti coperti dal segreto di Stato; in un articolo intitolato Il generale tace e il giudice ignora, Giorgio Bocca scrisse che le carte di Moro sono state esaminate da personalit politiche e militari, prima che dai magistrati(14).
Il generale piduista Ambrogio Viviani, dieci anni dopo, dichiarer:
Se in via Monte Nevoso agenti dei servizi segreti avessero sottratto documenti attinenti alla sicurezza dello Stato, non avrebbero fatto altro che compiere il loro dovere(15). In effetti, probabilmente accadde proprio questo, perch si trattava di documenti davvero scottanti: contenevano segreti di Stato, ma anche segreti pi privati, apprendendo i quali il generale Dalla Chiesa entr nel novero dei condannati a morte.
Vari elementi inducono a ritenere che i documenti pi gravi trovati nell'appartamento-covo di via Monte Nevoso non furono registrati nel verbale di perquisizione. Il generale Enrico Galvaligi, stretto collaboratore di Dalla Chiesa, riferir del ritrovamento del dattiloscritto relativo agli interrogatori di Moro, e parler esplicitamente di sottrazione di una parte di tale dattiloscritto e di altri reperti(16); il generale Galvaligi verr ucciso dalle BR il 31 dicembre 1980. Il
brigatista Franco Bonisoli (abitante l'appartamento-covo insieme a Lauro Azzolini e Nadia Mantovani) dir che oltre ai dattiloscritti c'era un plico di fotocopie degli originali scritti da Moro. Azzolini testimonier in Corte d'assise che oltre agli originali fotocopiati delle lettere e del memoriale, nel covo c'era anche la trascrizione degli interrogatori di Moro che erano stati sbobinati, da Moretti e
Gallinari, durante i 55 giorni. Quest'ultima trascrizione era certamente il documento pi ricco e scabroso, ottenuto raccogliendo le risposte orali fornite da Moro alle domande dei brigatisti, ma non venne verbalizzato durante la perquisizione, n se ne avr notizia dodici anni dopo, quando un secondo ritrovamento nell'appartamento-ex covo di via Monte Nevoso porter alla luce altre parti dei manoscritti di Moro in fotocopia.
Il generale Vincenzo Morelli ricorder che tra i materiali scoperti nel covo BR c'erano piani operativi a breve e a lungo termine, appunti riservatissimi, piani relativi all'organizzazione NATO [...], un consistente manoscritto, con molte annotazioni, sul processo dei brigatisti al parlamentare pugliese(17). Certo  che nell'appartamento di via Monte Nevoso 8 vennero complessivamente catalogati 210
reperti, elencati con una meticolosit inusuale rispetto ai pi sommari verbali delle precedenti operazioni.
La ricostruzione dei fatti risultante da documenti e testimonianze, rende assai dubbia la versione ufficiale secondo la quale la scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso fu l'ultimo anello di una catena fortunata.
Davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta, il generale Dalla Chiesa cercher di dimostrare che tutto si svolse secondo le regole: Quando la sera seppi che c'era anche il carteggio relativo alla vicenda Moro, informai direttamente Gallucci [giudice consigliere istruttore a Roma, ndr] perch la circostanza lo interessava come fatto di Roma e feci in modo che nessuno entrasse prima e che comunque ci fosse anche Gallucci. Infatti, entrammo insieme: dottor Gresti, dottor Gallucci e io. Rimanemmo un'ora, vedemmo di cosa si trattava, uscimmo, e da quel momento tutto fu nelle mani della magistratura.
Emerger invece, molti anni dopo, che quel 1 ottobre 1978 non tutto si svolse regolarmente. Secondo il generale Bozzo, proprio quella sera alla caserma Moscova vide il suo collega
colonnello Marrocco intento a fare delle fotocopie e si ferm a osservare quelle carte: erano i testi degli interrogatori di Moro, e Marrocco gli disse che stava preparando quel carteggio per Dalla Chiesa il quale lo avrebbe dovuto portare al ministro(18). Di recente anche Umberto Bonaventura, stretto collaboratore di Dalla Chiesa, ha ricordato un particolare di quel 1 ottobre 1978: Il collega Arlati mi dice di avere trovato diverso materiale su Moro; lo riferisco e me lo faccio mandare. Facciamo delle fotocopie... S. Facciamo delle fotocopie, le diamo al generale Dalla Chiesa, e poi questo materiale ritorna nel covo per fare la verbalizzazione(19).
Non fu affatto una procedura regolare: nel verbale di sequestro non si faceva alcun cenno al trasferimento delle carte fuori dal covo per ricavarne delle fotocopie, n ci sar modo di verificare che le carte asportate momentaneamente dal covo fossero poi state riportate tutte.
Una indiretta conferma che la documentazione fu manipolata la fornir Nadia Mantovani: l'ex brigatista rammenter qualcosa di mancante nel dattiloscritto del 1978, come per esempio quello che Moro aveva scritto sulla guerriglia e controguerriglia (quando lei lesse quelle pagine, pens che le strutture di controguerriglia fossero da riferirsi ai reparti speciali di Dalla Chiesa); ricorder anche che il prigioniero aveva scritto di un rapporto Andreotti-CIA, e aveva menzionato Kappler in una certa pagina, e Rizzoli e la stampa in un'altra
- tutti riferimenti che risulteranno presenti negli scritti trovati nel
1990, e che tuttavia Mantovani sostiene di avere letti in via Monte Nevoso gi alla fine di settembre del 1978(20). Dunque non furono le BR a selezionare i brani poi resi pubblici: una manina (o una
manona) in divisa cur una antologia delle confessioni di Moro che per dodici anni vennero ritenute le sole.
Nella tarda serata del 1 ottobre 1978 il generale Dalla Chiesa si rec a Roma: probabilmente quella stessa notte incontr il sottosegretario andreottiano Franco Evangelisti, al quale fece leggere un dattiloscritto che, a suo dire,
proveniva da Moro e che egli si riprometteva di consegnare
l'indomani ad Andreotti. La ragione della visita notturna stava nel fatto che nel dattiloscritto si faceva riferimento anche all'on. Evangelisti(21) : ma nel memoriale moroteo conosciuto non era mai citato il nome di Evangelisti, c'era solo un giudizio su un anonimo collaboratore di Andreotti. Se l'operazione di recupero delle carte degli interrogatori di Moro era stata attuata per salvaguardare il segreto di Stato, la missione poteva dirsi compiuta: le dichiarazioni di Moro sulla struttura paramilitare segreta della NATO (GLADIO) erano state fatte sparire dal dossier trovato in via Monte Nevoso; ma accanto ai segreti di Stato, le carte di Moro contenevano anche rivelazioni su segreti pi privati riguardanti la DC, e in particolare Andreotti.
In nessuno degli altri covi brigatisti scoperti dalle forze dell'ordine e dotati di ricchi archivi, verranno trovati altri documenti - n in originale, n in fotocopia - relativi agli interrogatori di Moro. Salvo il 28 marzo 1980, quando a Genova, in via Fracchia (sede della Direzione strategica delle BR), un nuovo blitz dei carabinieri gener un conflitto a fuoco nel corso del quale rimasero uccisi tutti i brigatisti presenti nell'appartamento (Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Anna Maria Ludmann, Piero Panciarelli) e ferito il maresciallo
Rinaldo Ben: l'indomani alcune voci adombrarono la presenza nel covo di documenti relativi al caso Moro. Il giornalista Massimo Caprara scriver pi volte, in date diverse: Disse a caldo il procuratore della Repubblica di Genova, Saporiti: La verit  che abbiamo trovato un tesoro. Un arsenale di armi... Soprattutto una trentina di cartelle scritte meticolosamente da Aldo Moro alla DC, al Paese(22).
Agli atti del processo Moro IV  catalogato un appunto del SISDE datato 13 agosto 1979, contenente la trascrizione di una conversazione carpita nel carcere dell'Asinara tra due detenuti, uno dei quali di alto livello terroristico (tanto da essere tra i firmatari dell'ultimo documento di Curcio e compagni sulla cosiddetta spaccatura); l'appunto non rivela l'identit dei due detenuti, e il colloquio riguarda la detenzione, l'interrogatorio e l'uccisione di Moro; la registrazione  frammentaria, ma si coglie distintamente la seguente frase: Dato che i loro compagni ci hanno tolto gli originali, infatti hanno ancora tutti gli originali con i nastri. Dall'appunto si evince che uno dei due detenuti aveva potuto apprendere notizie dirette da qualcuno dei carcerieri
di Moro: il detenuto affermava, tra l'altro, che il prigioniero aveva voluto fare testamento (un particolare che trover puntuale conferma molti anni dopo, nel 1990, con il nuovo materiale moroteo scoperto in via Monte Nevoso).
Si  visto che, dopo il ritrovamento del borsello di Azzolini a Firenze, nel luglio 1978 a Milano vennero sviluppate le indagini che portarono rapidamente a individuare il covo BR di via Monte Nevoso. A
Firenze, invece, non furono svolte indagini analogamente tempestive;
anzi, alla magistratura fiorentina venne tenuta nascosta l'individuazione del brigatista Lauro Azzolini quale possessore del borsello contenente una pistola 7,65 con matricola abrasa, le relative munizioni e la documentazione riferibile alle BR. Anche dopo l'arresto di Azzolini, e ancora nel giugno 1979, nonostante una richiesta del magistrato fiorentino Tindari Baglioni, i carabinieri omisero di riferire che il borsello era di Lauro Azzolini, per cui il procedimento sul possesso clandestino dell'arma rest aperto verso ignoti, e verr poi archiviato(23). Per quale ragione i carabinieri di Milano e di Firenze agirono in accordo per escludere la Procura fiorentina dalla vicenda Azzolini non  mai stato appurato.
Il Comitato esecutivo delle BR si riuniva nei pressi di Firenze, in una sede messa a disposizione del Comitato regionale toscano, dove era custodita la testina rotante e il ciclostile con cui erano stati battuti i nove comunicati delle BR del sequestro Moro; da Firenze erano stati portati a Milano, in via Monte Nevoso, gli scritti di Moro; a Firenze Azzolini aveva smarrito il borsello con la pistola dopo avere partecipato alla riunione del Comitato esecutivo; e tuttavia proprio la Procura di Firenze era rimasta esclusa da tutte le indagini. N approfondite indagini vennero svolte nel 1984, quando Valerio Morucci rivel al giudice istruttore Ferdinando Imposimato che per l'approvazione dei comunicati il Comitato esecutivo BR si riuniva a Firenze, in luogo messo a disposizione del Comitato rivoluzionario toscano. I comunicati dati ai giornali, in qualunque citt venissero diffusi dalle BR, provenivano tutti dalla stessa macchina e dallo stesso ciclostile che erano a Firenze.
La sede fiorentina dove si riuniva il Comitato esecutivo delle BR e dove erano state assunte tutte le decisioni pi importanti del sequestro Moro, compresa la decisione di uccidere l'ostaggio, rimarr sconosciuta per 22 anni, e verr individuata dal lavoro investigativo
della Commissione parlamentare stragi: quella sede, all'epoca, era nella disponibilit dell'architetto Gianpaolo Barbi. Riferendosi a quella sede, Morucci ha sollecitato la Commissione stragi a farsi dire da Moretti chi fosse l'anfitrione che ospitava il Comitato esecutivo, chi fosse l'irregolare che dattiloscriveva i comunicati, presenze sfuggite alla giustizia. I risultati di quella inchiesta la Commissione parlamentare li ha trasmessi alla Procura della Repubblica di Roma, dove sembra si siano arenati(24).


Dalla Chiesa e Pecorelli.

Il 4 ottobre 1978 - cio tre giorni dopo l'irruzione nel covo di via Monte Nevoso - il generale Dalla Chiesa si incontr con il giornalista Mino Pecorelli, direttore del periodico OP(25).
Poco dopo, OP cominci a pubblicare una serie di articoli allusivi
(Un memoriale mal confezionato, Memoriali veri e memoriali falsi), nei quali Pecorelli sosteneva che il memoriale Moro trovato in via Monte Nevoso era incompleto, e domandava: Esiste forse un altro memoriale in cui Moro svela invece importanti segreti di Stato?(26). Pecorelli dimostrava di conoscere il memoriale ben prima che il governo ne autorizzasse la pubblicazione (il successivo 18 ottobre): nell'articolo intitolato Questo  vero questo  falso confutava ci che fino a quel momento la stampa aveva pubblicato, e forniva un particolare che si riveler autentico solo successivamente.
Infatti, nell'articolo Il filo rosso, Pecorelli menzionava un manoscritto con la grafia di Moro, mentre secondo la versione ufficiale
quello che era stato trovato e reso pubblico era un dattiloscritto di 49
cartelle; solo nel 1990 (cio quando, sempre in via Monte Nevoso a Milano, verr scoperto il secondo memoriale Moro) si ammetter ufficialmente il ritrovamento di un manoscritto. In pratica, gi nel
1978 Pecorelli sapeva che il memoriale Moro era un manoscritto e non un dattiloscritto. In un altro articolo uscito in edicola il 17 ottobre, intitolato Non c' blitz senza spina, Pecorelli includeva tra il materiale trovato in via Monte Nevoso anche alcuni nastri magnetici con la viva voce del prigioniero(27).
Orbene, date queste premesse, di particolare importanza  [l'articolo]
pubblicato su OP del 17 ottobre 1978, andato in edicola il precedente giorno 9... In esso si fa riferimento a un generale dei carabinieri in grado d'intervenire per la liberazione dell'on. Moro, perch a conoscenza del luogo in cui questi veniva tenuto sequestrato, al quale, per motivi politici, era stato impedito d'intervenire e che viene indicato con il nome di Amen. Il riferimento al generale Dalla Chiesa  fin troppo evidente e la prossimit fra la data di pubblicazione della notizia, la cui importanza, se provata, era di eccezionale rilevanza, e quella della data del primo incontro con il generale Dalla Chiesa  tale che, pi che a una coincidenza, si deve pensare che sia stato proprio l'alto ufficiale a fare a Pecorelli le rivelazioni che quegli trasfuse nell'articolo(28). In quell'articolo Pecorelli sottolineava il pericolo di una tragica fine per il generale dei carabinieri sulla scia di altre morti misteriose.
In quello stesso periodo, il boss mafioso Tommaso Buscetta, detenuto nel carcere di Cuneo (dove erano rinchiusi anche alcuni leader brigatisti), aveva ricevuto l'incarico da Cosa nostra di verificare la disponibilit delle BR di rivendicare l'eventuale uccisione del generale Dalla Chiesa (la risposta dei brigatisti fu di segno negativo). Poco dopo, i capi brigatisti Azzolini e Bonisoli, detenuti nel carcere speciale di Cuneo, vennero trasferiti nel penitenziario dell'Asinara;
l'improvviso trasferimento fu eseguito dal maresciallo Angelo
Incandela, emissario del generale Dalla Chiesa nel carcere di Cuneo.
Incandela testimonier poi di un incontro del generale con Pecorelli, entrambi interessati a recuperare gli scritti riguardanti il caso Moro entrati maliziosamente nel carcere cuneese; infatti il maresciallo Incandela - su indicazione di Pecorelli - trov all'interno del
carcere di Cuneo documenti relativi al sequestro Moro diretti a Francis Turatello, che consegn al generale Dalla Chiesa.
Secondo Incandela, Dalla Chiesa stava cercando scritti morotei
riguardanti specificamente Andreotti.
Anni dopo Buscetta, nel suo ruolo di collaboratore di giustizia, riferir alla Commissione parlamentare antimafia che all'epoca Cosa nostra non era disturbata da Dalla Chiesa, ma si era occupata della sua possibile uccisione per conto di una entit politica, che poi, al procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, sosterr essere Giulio Andreotti; secondo Buscetta, il modo per uccidere Dalla Chiesa fu poi trovato mandandolo in Sicilia a disturbare Cosa nostra, cos che i mafiosi se ne liberassero come per un fatto fisiologico(29). Infatti, quattro mesi dopo la sua nomina a prefetto di Palermo, il 3 settembre
1982 il generale venne assassinato come aveva previsto Pecorelli fin dall'ottobre 1978 (e subito dopo il delitto, la chiave della cassaforte del generale-prefetto spar per qualche giorno).
Le manipolazioni censorie operate sul materiale trovato nel covo BR di via Monte Nevoso nel 1978, dunque, non riguardavano solo
segreti di Stato (come la struttura paramilitare segreta GLADIO), ma anche la denuncia morotea delle malefatte andreottiane. Non a caso Pecorelli, nel febbraio 1979 (cio poche settimane prima di essere ucciso), defin Andreotti quasi un Capo assoluto a cui tutto, per la ragion di Stato,  concesso(30). Era evidente che Pecorelli aveva una conoscenza delle carte degli interrogatori di Moro che andava ben oltre i testi del memoriale resi pubblici dopo il ritrovamento in via Monte Nevoso.
Lo strano incontro Dalla Chiesa-Pecorelli del 4 ottobre 1978 sembrava presupporre un comune interesse dei due per i segreti privati
di Andreotti contenuti nelle carte di Moro e coperti dal
pretestuoso segreto di Stato. Fu il generale che contatt il giornalista (tramite il deputato DC Egidio Carenini, iscritto alla P2). Forse Dalla Chiesa intendeva avvalersi delle entrature di Pecorelli (nei servizi segreti, nella magistratura, nella P2 e perfino nel clan andreottiano tramite l'on. Evangelisti), oppure controllare il giornalista da vicino.
Altro incontro certo tra il generale Dalla Chiesa e Pecorelli  quello avvenuto nelle campagne di Cuneo, cui partecipa anche il maresciallo Incandela... Nel numero di OP datato 16 gennaio 1979, andato in edicola il precedente giorno 9, Pecorelli pubblica l'articolo
Vergogna buffoni in cui preannunciava una rivisitazione del caso Moro e faceva riferimento, come se si trattasse di fantapolitica, alle trattative, miranti a ottenere la liberazione dello statista, intavolate con i terroristi, le quali non erano andate a buon fine perch qualcuno, a un dato momento, aveva giocato al rialzo, pretendendo una contropartita che non poteva essere accettata, sicch le BR avevano ucciso Moro. Anche in questo caso la prossimit fra l'incontro con il generale Dalla Chiesa e la pubblicazione dell'articolo  tale che  veramente difficile pensare a una coincidenza, specie ove si ricordi il precedente episodio:  ragionevole, dunque, ritenere che, anche in questo caso, Pecorelli abbia ottenuto dal generale le notizie in questione(31).
La circostanza di trattative fallite trover conferma in una lettera di Moro inedita, recuperata in via Monte Nevoso nel 1990: Mia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilit e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana. Gli ultimi tentativi, per i quali mi ero ripromesso di scriverti, sono falliti... Non sembra ci sia via di uscita. Mi resta misterioso, perch  stata scelta questa strada rovinosa, che condanna me e priva di un punto di riferimento e di equilibrio. E
sembrava collegarsi al momento delle trattative che prevedevano -
secondo Pecorelli - il rilascio dell'ostaggio sotto la sorveglianza dei carabinieri, l'ultimo brano del memoriale in cui Moro scriveva: Io desidero dare atto che alla generosit delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libert. Di ci sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che  accaduto e le riflessioni che ho riassunto pi sopra, non mi
resta che constatare la mia completa incompatibilit con il partito della DC. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla DC, chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della DC al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui. Scritto al quale probabilmente era seguita, subito dopo, la drammatica lettera di Moro alla moglie recapitata il 5 maggio:
Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue.
Nel corso della seconda audizione davanti alla Commissione parlamentare Moro, il 23 febbraio 1982, il generale Dalla Chiesa (al momento virtualmente senza incarichi) si defin un esiliato a Roma, un soldato lontano dalle battaglie: Mi chiedo - oggi, perch sono fuori dalla mischia da un po' di tempo e faccio in qualche modo l'osservatore con un po' di esperienza alle spalle - dove sono le borse [di Moro, ndr] dove  la prima copia [del memoriale di Moro, ndr], perch noi abbiamo trovato la battitura soltanto. L'unica copia che  stata trovata dei documenti Moro non  la prima battuta.
Questo  il mio dubbio. Tra decine di covi scoperti non c' stata una traccia di qualcosa che possa aver ripetuto la battitura di quella famosa raccolta di documenti che si riferiscono all'interrogatorio. Non c' stato nulla che potesse condurre alle borse, non c' stato un brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di quel tipo, n lamentato la sparizione di qualcosa, come  accaduto al processo di Torino, dove stava per succedere l'IRA di Dio per un solo documento mancante. Semmai un documento importante, o cose importanti come queste, fossero state scoperte e sottratte, penso che un qualsiasi brigatista lo avrebbe raccontato. E alla domanda del deputato Leonardo Sciascia Lei pensa che siano in qualche covo?, Dalla Chiesa rispose: Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo(32).
La conferma che una parte dei documenti morotei trovati in via Monte Nevoso nell'ottobre 1978 non venne verbalizzata, l'hanno data gli stessi ex brigatisti. Bonisoli ne riparler anche nel 1985: In via Monte Nevoso, oltre ai dattiloscritti, c'era un plico di fotocopie degli originali. In seguito, quando lessi l'elenco di tutto il materiale sequestrato dai carabinieri in quell'appartamento, non c'era traccia di tali fotocopie(33). E Azzolini preciser: A via Monte Nevoso c'era una borsa contenente gli originali fotocopiati di tutte le lettere di Moro. C'era anche la trascrizione degli interrogatori di Moro che erano stati sbobinati, da Gallinari e Moretti stessi, durante i 55 giorni.
I nastri sono stati bruciati appena terminate le trascrizioni. C'era inoltre la fotocopia dell'originale di un memoriale scritto da Moro durante i 55 giorni e di cui agli atti c' la trascrizione a macchina.
Nel verbale dell'ottobre 1978 relativo al covo di via Monte Nevoso non c'era alcun cenno al nascondiglio allestito sotto la finestra, dietro la scarpiera, che verr casualmente scoperto da un muratore nel 1990; cos come mancava buona parte del denaro: secondo Azzolini,
erano 54, e non 38 come scritto nel verbale, i milioni nascosti nella base; e c'erano inoltre un mitra russo, un ulteriore pacco di documenti, schede personali, timbri e materiale che le BR avevano sottratto da una caserma dei carabinieri. Inoltre - sempre secondo Azzolini - nel covo c'era la trascrizione completa degli interrogatori
di Moro, con domande e risposte, ovvero la sbobinatura effettuata nella prigione via via che si svolgevano gli interrogatori(34);
ma tra i reperti verbalizzati dai carabinieri, invece, c'erano solo i dattiloscritti dei riassunti che Moro aveva scritto, nei quali non erano riportate le domande; mancavano anche i fogli (che la Mantovani sosteneva di avere letto) con annotate le domande alle quali Moro aveva dovuto rispondere per iscritto.
Il 3 novembre del 1986 un'interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell'interno e della Giustizia chiedeva nuovi accertamenti relativi alle eventuali omissioni o manomissioni del materiale trovato nella base milanese di via Monte Nevoso; ma l'interrogazione rest senza risposta. Il senatore Sergio Flamigni, alcuni giorni dopo, si rec a Milano, dal giudice Ferdinando Pomarici, titolare dell'inchiesta su via Monte Nevoso: chiese al magistrato di disporre una nuova perquisizione, e l'autorizzazione all'accesso
nell'appartamento-covo di via Monte Nevoso per un sopralluogo; Pomarici neg il permesso, affermando di avere la matematica certezza che nelle due-
tre ore trascorse fra l'irruzione e il proprio arrivo nel covo tutto si era svolto con la massima regolarit, n si poteva e doveva ventilare di fantasiosi nascondigli segreti poich la perquisizione era stata fatta con la massima cura: Io sono sicuro non al 99 per cento, ma al 101
per cento che non ci sia nient'altro. Disporre una nuova perquisizione sarebbe solo un'offesa per l'Arma dei carabinieri(35).
Anche la magistratura romana venne sollecitata a occuparsi dell'appartamento milanese di via Monte Nevoso: il 3 marzo 1989 il senatore Flamigni consegn al giudice istruttore Rosario Priore e al sostituto procuratore Franco Ionta una memoria sugli enigmi del caso Moro: lo spazio maggiore era riservato al covo di via Monte Nevoso e alle informazioni apprese dai brigatisti dissociati Azzolini e Bonisoli. Ma anche i magistrati romani non ritennero opportuno che si tornasse in via Monte Nevoso.


Via Monte Nevoso, ottobre 1990.

Conclusa la perquisizione del covo BR, sequestrato tutto il materiale trovato, compilato il verbale, il 5 ottobre 1978 l'appartamento-base di via Monte Nevoso venne chiuso a chiave, e alla porta i carabinieri apposero i sigilli. Quei sigilli verranno poi sottoposti a effrazione, ma non si sapr n quando esattamente ci sia accaduto, n tantomeno a opera di chi.
Dodici anni dopo, cio all'inizio dell'autunno 1990, il nuovo proprietario dell'appartamento-ex covo di via Monte Nevoso 8 affid a un muratore il compito di ristrutturare l'immobile. Il 9 ottobre il muratore Gennaro Bernardo scopr, dietro la scarpiera, sotto la finestra, un nascondiglio. Il capo della polizia, Vincenzo Parisi, dichiarer alla Commissione parlamentare: Osservando l'ambiente nel quale doveva lavorare [Gennaro Bernardo, ndr], ha rilevato una difformit fra i due vani di finestra: in uno era collocato un mobiletto ad ante, mentre l'altro era privo di tale mobiletto. Ha dunque avuto la sensazione che vi fosse qualcosa su cui dare uno sguardo;
evidentemente ha spostato il mobiletto e si  reso conto che vi era un pannello fissato nella parete con quattro chiodetti; ha cercato di vedere cosa c'era dietro e credo si sia trovato davanti alla canna di un mitra.
Ha fermato tutto, ha avvertito l'amministratrice dello stabile, la signora Alma Campagnoli, che ha subito telefonato alla DIGOS... Naturalmente vi  stato un riscontro immediato e si  stabilito che si trattava dello stesso appartamento che aveva rappresentato la sede del covo nel quale avevano fatto irruzione i carabinieri del generale Dalla Chiesa il 1 ottobre 1978 alle ore 7 del mattino(36).
In via Monte Nevoso accorrono Achille Serra (capo della DIGOS), Fortunato Finolli (vicecapo) e Marcello Cardona (dirigente del gabinetto di polizia scientifica di Milano); ne viene subito informato il giudice Pomarici, e solo all'arrivo del magistrato si procede alla verifica del materiale presente nel nascondiglio seguendo i dovuti accorgimenti di polizia scientifica. L'operazione viene filmata con una cinepresa, e vengono verbalizzati: una borsa nera contenente circa 60 milioni in banconote, parte delle quali provenienti dal sequestro Costa; un fucile mitragliatore di fabbricazione sovietica, avvolto in quotidiani datati settembre 1978; una scatola con la scritta
Attenzione detonatori contenente una quarantina di detonatori;
una seconda scatola contenente una pistola Walter Ppk con munizioni e caricatore di riserva; e infine una cartella di cartone contenente numerose fotocopie, chiusa con vari nastri di scotch, arrotolata nei nastri di scotch. Detta cartella  stata immediatamente prelevata dal giudice, che l'ha custodita dal momento del rinvenimento fino all'arrivo in Questura, ove si  ripreso il filmato con tutta la documentazione: si  aperta la cartella, si  constatato che conteneva quasi esclusivamente fotocopie di manoscritti verosimilmente attribuibili all'onorevole Aldo Moro e si  proceduto a fotografare foglio per foglio, alla presenza del giudice, tutto il materiale, con l'apposizione della numerazione fino a 418 pagine, allo scopo di evitare manomissioni(37).
Confrontando l'elenco del nuovo materiale trovato con le dichiarazioni di Azzolini relative al verbale di sequestro del 1978, continuano a risultare mancanti: la trascrizione completa degli interrogatori di
Moro (cio la sbobinatura delle registrazioni con domande e risposte), e un plico di documenti, schede personali, timbri e altro materiale che le BR avevano sottratto da una caserma dei carabinieri.
L'opinione del questore e del capo della DIGOS di Milano sul nuovo materiale trovato nell'ex covo, riferita dal capo della polizia Parisi alla Commissione parlamentare,  che quel materiale fosse sfuggito durante il blitz dell'ottobre 1978, che dunque fosse rimasto giacente nel nascondiglio per circa 12 anni, e che il ritrovamento da parte del muratore fosse stato assolutamente incidentale, legato semplicemente al caso. Secondo le autorit, insomma, la perquisizione dell'appartamento-covo nel 1978 era stata approssimativa e incompleta, del tutto casualmente perfezionata dopo 12 anni - una spiegazione troppo disinvolta per essere vera.
Nel 1978 i carabinieri avevano concluso le operazioni di perquisizione e di sequestro nell'appartamento di via Monte Nevoso alle ore
10 del 5 ottobre: dal momento dell'irruzione, cio il 1 ottobre, erano dunque trascorsi quasi cinque giorni, nel corso dei quali militari, sottufficiali e ufficiali avevano avuto tutto l'agio di perquisire, ispezionare, scandagliare, catalogare, repertare. A chiusura del meticolosissimo verbale, erano stati perfino elencati i danni provocati durante
il blitz e le operazioni successive (all'antina dei contatori di luce e gas, al telaio della porta della camera da letto, alla carta da parati della cucina, e parzialmente all'isolante sulla parete sinistra); ai carabinieri, fra l'altro, non era certo sfuggito che alcuni documenti erano stati nascosti in un incavo ricavato sopra lo stipite di una porta - tutto dunque testimoniava una meticolosit di ricerca assolutamente puntuale e accurata, per cui  del tutto inverosimile che non fosse stato analogamente ispezionato proprio il pannello dietro la scarpiera, e men che meno che di esso i carabinieri non si fossero avveduti.
Oltretutto, tra le munizioni dettagliatamente elencate nel verbale, alcune non corrispondevano alle armi trovate: una discordanza che avrebbe dovuto indurre a persistere nell'ispezione del covo.
Inoltre, era noto ai carabinieri che nel covo erano appena stati catturati Azzolini e Bonisoli, cio due ricercati per la strage di via Fani e il delitto Moro, e infatti erano stati trovati importanti testi dattiloscritti riguardanti la prigionia del leader DC: tutti elementi che davvero presupponevano la necessit di scarnificare l'appartamento mattonella per mattonella. La supposta negligenza, dunque, appare del tutto implausibile, a maggior ragione se si
considera che essa sarebbe stata provvidenzialmente riservata ai segreti di Stato
occultati nel rozzo nascondiglio.
Certo  che una parte dei manoscritti di Moro trovati nell'ex covo il 9 ottobre 1990 risultava inedita, non aveva cio
corrispondenza con le 49 cartelle dattiloscritte trovate e consegnate nel 1978 alla magistratura: si trattava ancora del memoriale scritto da Moro durante la prigionia, ma le nuove parti contenevano notizie ritenute
segreto di Stato. Proprio come aveva annunciato Pecorelli gi nell'ottobre del 1978, definendo il memoriale moroteo parziale appunto perch privo dei segreti di Stato.
Nell'autunno del 1990, in occasione del secondo, enigmatico ritrovamento degli scritti di Moro nel covo di via Monte Nevoso, il generale del SISMI Demetrio Cogliandro scrive in una informativa segreta:
Si tratta di fotocopie di documenti che furono a suo tempo sequestrati dagli uomini di Dalla Chiesa. Ma una parte di quei documenti
- la notizia  CERTA - non entr ufficialmente nel dibattito giudiziario.
Fu celata. Ora, tra i fogli dattiloscritti e manoscritti ritrovati ci sono anche i documenti, diciamo cos, occultati. L'occultamento -
affermano le fonti - avvenne per salvaguardare gravissime ragioni di Stato(38).
L'accomodante tesi ufficiale finalizzata a minimizzare la clamorosa
scoperta del 9 ottobre 1990 viene messa in dubbio perfino da Andreotti e da Craxi. Comincia Andreotti, al momento presidente del Consiglio: Certo, anche a me, lettore di libri gialli, un ritrovamento dopo tanti anni, dopo una perquisizione molto attenta, mi lascia in sospeso il giudizio... Si parla di fotocopie, e siccome alcune sono di lettere non pervenute, o almeno non conosciute, mi chiedo: dove sono gli originali? Allora c' ancora qualcuno che li ha?(39). Craxi, a sua volta, parla di un possibile intrigo, come se qualcuno avesse preso quelle carte, le avesse selezionate, e le avesse rimesse al loro posto(40); e due giorni dopo precisa di non sapere se questi documenti fossero
l dall'origine o se una manina ce li ha messi dopo(41). Replica di Andreotti, sentitosi chiamato in causa: Io non so se si tratta di una manina o di una manona(42).
L'ombra dei servizi segreti continua a oscurare il caso Moro: Bettino Craxi e gli altri massimi dirigenti socialisti non hanno dubbi. Le indagini vanno rivolte verso i servizi segreti dell'epoca del rapimento Moro. La ragione secondo il PSI  semplice. I documenti trovati nel covo BR hanno avuto oggi effetti dolorosi, ma limitati. Se fossero apparsi 12 anni fa, invece, avrebbero provocato effetti pi traumatici. Qualcuno dunque li ha tenuti nascosti(43); Ma i servizi segreti da quarant'anni a questa parte altro non sono che segmenti di potere occulto in mano ad altrettanti segmenti della DC.  questo il giudizio del socialista Giacomo Mancini(44).
Il 18 ottobre 1990 la Commissione parlamentare stragi decide di rendere pubblici i manoscritti di Moro trovati pochi giorni prima in via Monte Nevoso. Il successivo 24 ottobre, il presidente del Consiglio Andreotti, rispondendo alla Camera a interpellanze e interrogazioni inerenti la clamorosa scoperta del pannello di via Monte Nevoso e il suo contenuto, rivela l'esistenza di una struttura parallela ai servizi segreti, formata da militari e civili, una rete di salvaguardia, sia informativa, sia di reazione: tutto nel quadro dell'Alleanza.
La grave rivelazione di Andreotti rafforza il peso politico delle pagine del memoriale nelle quali Moro scriveva di una struttura di guerriglia e controguerriglia nell'ambito della NATO, un segreto di Stato rimasto tale, per 12 anni, anche dopo che Moro l'aveva rivelato alle BR: si trattava della struttura paramilitare chiamata GLADIO
(Stay Behind), della quale Andreotti parla apertamente nel momento in cui ritiene che l'Alleanza possa facilmente attenuare o forse addirittura sopprimere questa forma di sicurezza. Da quel momento, l'attenzione dell'opinione pubblica si sposta dal caso Moro alla vicenda GLADIO. Andreotti ottiene un secondo risultato: rivelando lui stesso l'esistenza della organizzazione paramilitare segreta,
depotenzia i quesiti relativi al fatto che proprio quelle inerenti GLADIO
erano le parti mancanti dal primo memoriale di Moro, e passano in secondo piano anche gli altri scritti ancora inediti che riguardano lo stesso Andreotti. Intanto i servizi segreti eliminano dagli archivi molti documenti relativi all'organizzazione paramilitare, riducendo i
gladiatori a soli 622 nominativi.
Nel febbraio del 2001 il magistrato Libero Mancuso e l'archivista Gerardo Padulo (consulenti della Commissione parlamentare stragi)
hanno casualmente trovato negli archivi della DIGOS di Roma due faldoni, gi classificati Segretissimo: il primo recante la dicitura
A-4. Sequestro Moro-Covo di via Monte Nevoso. Rinvenimento del
9 ottobre 1990-Carteggio; il secondo intestato Sequestro Moro-Elenchi appartenenti Organizzazione GLADIO. In questo secondo faldone, insieme a documentazione scambiata fra vari organismi del ministero dell'Interno, sono stati trovati due documenti particolarmente interessanti: un elenco di nominativi, in ordine alfabetico, intitolato
Moro elenco; e una nota Riservato, datata 19 febbraio
1991, firmata dal questore di Roma Umberto Improta, avente per oggetto: Sequestro Moro-via Monte Nevoso-Elenchi appartenenti Organizzazione GLADIO. Questa documentazione avvalora l'ipotesi che nel covo brigatista di via Monte Nevoso ci fossero elenchi di arruolati nella organizzazione segreta paramilitare GLADIO (cio il
segreto di Stato rivelato da Moro ai suoi carcerieri), e sostanzia la tesi del patto del silenzio fra BR e servizi segreti.


Memoriale incompleto.

Neppure ben cinque processi hanno permesso di recuperare gli originali degli scritti di Moro durante la prigionia, n la trascrizione-
sbobinatura degli interrogatori registrati al magnetofono, n gli stessi nastri delle registrazioni. La tesi che i nastri sarebbero stati distrutti per impedire l'identificazione della voce che interrogava
Moro - cio quella di Mario Moretti, il quale ha sempre sostenuto di essere stato il solo a interrogare il prigioniero -  implausibile, dal momento che la voce di Moretti era gi stata bruciata dalla lunga telefonata a casa Moro che lui stesso sostiene di avere effettuato il 30
aprile 1978, intercettata e registrata dagli inquirenti. Se effettivamente avvenne, la distruzione dei nastri con registrati gli interrogatori di Moro ha una sola possibile spiegazione: l'esigenza di nascondere la voce di un secondo interrogante esterno al Comitato esecutivo brigatista.
Del memoriale e delle lettere di Moro, in via Monte Nevoso ne sono state trovate due versioni: una (49 cartelle dattiloscritte) nell'ottobre
1978, e una seconda (419 fogli manoscritti in fotocopia)
nell'ottobre 1990. Dall'analisi comparata delle due versioni emerge che il testo del memoriale nella seconda versione (quella manoscritta)
 pi ampio rispetto alla prima versione (quella dattiloscritta), e soprattutto contiene materia relativa a segreto di Stato. Ci sono due brani che trattano dell'addestramento alla guerriglia contro eventuali forze occupanti e alla controguerriglia a difesa delle forze
nazionali nei quali Moro parlava della strategia antiguerriglia della NATO e di reparti per la guerriglia e controguerriglia(45).  la conferma che in nome della ragione di Stato nel 1978 una parte del memoriale era stato occultato.
E rimasto inspiegato perch i brigatisti non divulgarono la gravissima notizia di GLADIO. Quando l'ex capo brigatista Moretti sostiene che non si rese conto dell'importanza delle rivelazioni di Moro, e che dunque esse non furono utilizzate perch non erano state comprese, finisce con l'ammettere di non essere stato il solo a interrogare il prigioniero. Infatti il presidente DC scriveva: La domanda, cui si risponde, tende a prospettare un'evoluzione della NATO che tenderebbe ad evolversi in una strategia antiguerriglia, ed  dopo questa domanda che Moro riferiva dell'addestramento per la guerriglia e la controguerriglia e dell'esistenza di una struttura con l'impiego di reparti piccoli e mobili; Moro precisava che questo, pi che a livello delle strutture mastodontiche della NATO, avveniva a livello nazionale o di collaborazione intergovernativa; parlava della sperimentazione, con altri Paesi come la Germania, di forme di collaborazione applicata alla guerriglia e di collaborazioni selettive di antiguerriglia, e concludeva: Circa l'ultimo quesito sono convinto che tutto in Europa in campo militare  a guida americana, mentre pu immaginarsi una certa presenza tedesca, quasi per delega, nel settore dei servizi segreti, fornendo cos una ulteriore, inedita indicazione circa il ruolo dei Servizi della RFIT. Come  evidente, si trattava di rivelazioni clamorose, fatte in risposta a precise domande.
Il presidente della DC aveva rivelato ai terroristi la struttura occulta paramilitare GLADIO, ben nota ai servizi segreti alleati e anche avversari, ma per ben quarant'anni nascosta al Parlamento italiano
- infatti, quando la Commissione parlamentare stragi cercher di approfondire la questione, si scontrer a pi riprese con l'apposizione del segreto di Stato: Ma con un metro pi severo il Parlamento e la magistratura dovranno valutare ci che  stato fatto dal 1977 a oggi. E in questi anni che si  instaurata una nuova e pi grave illegittimit, una illegittimit che il presidente del Consiglio non ha pi ritenuto di dover coprire, fornendo gli elementi perch si sciogliesse il segreto e fosse resa possibile la eliminazione di GLADIO;
e la relazione della Commissione concluder: Ma GLADIO  stata una componente di quella strategia che, immettendo nel
sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessit di opportuni interventi stabilizzatori(46).
Altre parti dell'interrogatorio di Moro trovate nel 1990 trattavano il tema dei servizi segreti: il grave giudizio su Cossiga, divenuto
ministro degli Interni, quale eredit del sottosegretariato alla Difesa tenuto in precedenza (una eredit propiziata a Cossiga dall'attivit da lui svolta per GLADIO e dalla gestione del segreto di Stato); il riferimento al falso comunicato del Lago della Duchessa, la macabra grande edizione della mia esecuzione che Moro sembrava attribuire a una logica extra BR implicante i servizi segreti; il giudizio su Andreotti come colui che diresse pi a lungo di chiunque altro i servizi segreti, sia dalla Difesa, sia poi dalla Presidenza del Consiglio con i liberali.
Si muoveva molto agevolmente nei rapporti con i colleghi della CIA
(oltre che sul terreno diplomatico), tanto che pot essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani 47, giudizio espresso nel contesto di un discorso sulla strategia della tensione, dove Moro rimarcava le implicazioni del SID e delle forze di polizia e accennava anche a connivenze da parte della stessa DC.  da rilevare come Moro, nelle parti del suo memoriale emerse nel 1990
tra le maglie del segreto di Stato, avesse appuntato la sua dura critica in particolare su Andreotti e su Cossiga - cio sul presidente del Consiglio e sul ministro degli Interni che avevano le pi gravi responsabilit per la condotta degli apparati dello Stato durante i 55 giorni del sequestro.
C' comunque una consistente ragione deduttiva per ritenere che neppure il manoscritto moroteo trovato nel 1990 sia completo, in quanto privo almeno di una parte dedicata proprio al tema dei servizi segreti. Infatti, in due circostanze Moro rinvia a brani gi scritti che nel testo originale risultano mancanti. Nel manoscritto si leggono spesso espressioni tipo: Come ho gi detto, Ho gi detto altrove,
Ricordo di avere detto, e - a eccezione appunto di due casi - tutti i rimandi trovano corrispondenza nei fogli scritti e sono di aiuto nel ricostruire l'ordine di svolgimento del suo discorso.
Una prima incognita si presenta con il paragrafo dedicato alla strage di piazza Fontana, l dove Moro scrive del SID: Ho gi detto altrove che, per quanto riguardava i fini istituzionali del mio ministero, quell'organismo si comport
bene, tutelando, tra l'altro, i rilevanti interessi italiani in Libia e mantenendo proficui contatti con i vari movimenti di liberazione - ma nel resto del memoriale non c' alcun accenno alla vicenda. Un'altra incognita  contenuta nel paragrafo dedicato al famigerato periodo della strategia della tensione, laddove Moro scrive: Ho gi detto altrove dell'on. Andreotti il quale eredit dal SIOS (Servizio informazioni Esercito) il gen.
Miceli e lo ebbe alle sue dipendenze dopo Rumor e prima di ricondurlo a Rumor al finire del governo con i liberali. Ho gi detto che vi era tra i due una profonda diffidenza; anche questo rimando non trova corrispondenza nel testo, e quella risulta l'unica menzione del nome di Miceli. N questi rimandi si possono spiegare col fatto che Moro si riferisse a risposte orali:  escluso dalla precisione dei riferimenti e dai riscontri puntuali di tutti gli altri rimandi nel testo.
E del resto, su OP del 24 ottobre 1978 Pecorelli aveva scritto di
stralci del memoriale Moro che si riferiscono a Miceli e a De Lorenzo, e inoltre che sul memoriale originale di Moro... figurano gli elogi e i giudizi positivi su Miceli e De Lorenzo: ma, mentre c' il brano riferito a De Lorenzo, manca quello relativo a Miceli, del quale infatti il memoriale non contiene alcun elogio n giudizio.
Ancora: la parte del memoriale dedicata alla strategia della tensione contiene lunghi paragrafi sulla strage di piazza Fontana e su quella di piazza della Loggia, ma nessun accenno alla strage del treno Italicus nella quale erano implicati i servizi segreti. La incognita pi misteriosa  che nel memoriale moroteo non c' alcun cenno agli innumerevoli omissis relativi al SIFAR, cio a una vicenda che -
stando al Comunicato BR n 2 - costituiva uno dei principali capi di imputazione del processo brigatista.  dunque pi che probabile che dal manoscritto di Moro trovato nel 1990 sia tuttora mancante almeno un paragrafo dedicato ai servizi segreti.
Lo stesso ex ministro Cossiga fornir una prova (forse involontaria)
della incompletezza del memoriale trovato nel 1990 scrivendo:
Ricordo che quando mi fecero leggere, il giorno prima che fosse reso pubblico [ottobre 1990, ndr], il secondo memoriale con l'interrogatorio delle Brigate rosse, la notte ero molto turbato: Moro mi indicava infatti come se fossi plagiato da Berlinguer. Non capivo bene tutto, perch a un certo momento parlava dell'Irlanda e diceva che io gli avevo raccontato come gli inglesi mi volessero far vedere dei villaggi irlandesi finti dove venivano addestrati i soldati che poi erano inviati a tenere l'ordine in Irlanda. Ecco, si ricordava persino questo(48).
Ma nei manoscritti morotei trovati nel 1990 non c' scritto niente del genere. Rispondendo a una domanda sulla strategia antiguerriglia della NATO, Moro aveva parlato dell'Irlanda solo in questi termini:
In via eccezionale, bench neutrale, ma non  una neutralit istituzionale, l'Irlanda deve avere attuato una qualche forma di collaborazione sulla base della sua esperienza di guerriglia nell'Irlanda del Nord. In nessuno degli scritti di Moro prigioniero delle BR - n nel memoriale, n nelle lettere - noti fino a oggi, c' scritto quanto asserito da Cossiga in merito a villaggi finti destinati all'addestramento dei soldati inglesi poi inviati a tenere l'ordine in Irlanda. Per cui i casi sono due: o si tratta di una farneticazione cossighiana, oppure  la conferma che vi sono altri scritti di Moro (censurati prima dalle BR e poi da organi dello Stato) dei quali Cossiga  a conoscenza.
Il memoriale moroteo conteneva svariati molti richiami alla questione morale che avranno valore testamentario per la Democrazia cristiana: capitoli dedicati ai finanziamenti al partito, allo scandalo Lockheed, al potere DC nelle banche, ai loschi maneggi andreottiani,
un intreccio inestricabile nel quale si deve operare con la scure.
Moro scriveva della necessit di una riflessione in spirito di verit...
autocriticamente come classe dirigente del Paese sui fenomeni di
sporco diffuso, di notevole indifferenza per le esigenze ed i diritti del Paese che contribuisce a dare a questa epoca la caratteristica di un regime che si va corrompendo ed esaurendo, quasi consumato in se stesso dalle proprie irrimediabili deficienze. Moniti ignorati, che un quindicennio dopo porteranno agli epocali scandali di Tangentopoli e all'estinzione della DC e del PSI; ma nel momento in cui vennero scritti, essi erano formidabili strumenti per la propaganda brigatista, che tuttavia le BR ebbero cura di censurare e occultare. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani, scriveva Moro nella sua lettera al segretario della DC Benigno Zaccagnini (20 aprile), convinto che lo scambio di prigionieri
fosse il prezzo da pagare meno oneroso per la DC, rispetto all'uccisione del suo presidente.
Un brano del memoriale nella versione del 1990 riguarda specificamente Andreotti: la sua amicizia col banchiere Mario Barone e la contestata nomina di questi a presidente del Banco di Roma; il suo viaggio negli USA per incontrare il bancarottiere Michele Sindona e partecipare con lui a un grande banchetto, nonostante il parere contrario dell'ambasciatore italiano a Washington; la sostituzione di Giuseppe Arcaini dall'Italcasse, contrattata dall'andreottiano Gaetano Caltagirone che non aveva alcun titolo per farlo, ma ugualmente
incaricato da chi [Andreotti, ndr] ha il potere di tutelare
gli interessi pubblici per tutelare invece gli interessi pi privati del mondo; la singolare forma con cui Andreotti
rivel la qualifica di Guido Giannettini nel Servizio. Quattro temi solo accennati nel memoriale
del 1978, e trattati separatamente in altri scritti, ma qui raggruppati per porre precisi interrogativi sulla attivit di Andreotti: Sono tutti segni di una incredibile spregiudicatezza che deve avere caratterizzato tutta una fortunata carriera (che non gli ho mai invidiato) e della quale la caratteristica pi singolare  che passi cos frequentemente priva di censura o anche solo del minimo rilievo. Quali saranno state le altre manifestazioni di siffatta personalit in un ambiente come Roma, in una attivit variabile, ma senza mai soste? Che avr significato la lunga permanenza alla Difesa, quali solidi e durevoli agganci essa deve avere prodotto?.
C'era poi il brano dedicato ai finanziamenti alla DC anche da parte della CIA, tema gi compreso nel dattiloscritto del 1978, ma qui trattato pi ampiamente e con accenti di dura condanna: Dall'esterno, bisogna dirlo francamente, in molteplicit di rivoli, offrivano per un certo numero di anni gli aiuti della CIA, finalizzati ad una auspicata omogeneit della politica interna ed estera italiana ed americana.
Francamente bisogna dire che non  questo un bel modo, un modo dignitoso, di armonizzare le politiche. Perch, quando ci, per una qualche ragione  bene che avvenga, deve avvenire in libert per autentica convinzione, al di fuori di ogni condizionamento. E invece qui si ha un brutale do ut des. Ti do questo danaro perch faccia questa politica. E questo, anche se  accaduto,  vergognoso e inammissibile.
Tanto inammissibile che gli americani stessi, quando sono usciti da questo momento pi grossolano e, francamente, indegno della loro politica, si sono fermati, hanno cominciato le loro inchieste, ci hanno ripensato su. Inoltre, questi fogli contenevano, come gi il dattiloscritto del 1978, una denuncia delle corruttele politiche:
Le entit economiche indicate nelle domande rispondono al vero.
Si aggiungono innumerevoli imprese, in opera, per lo pi, sul piano locale, ma anche in grandi dimensioni. Si aggiunga il campo inesauribile dell'edilizia e dell'urbanistica dei quali sono gi ora pi ricche le cronache giudiziarie. E lo sconcio dell'Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilit, anche per ci, di esposizioni indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno ed anzi se ritorneranno.  un intreccio inestricabile nel quale si deve operare con la scure. Senza parlare delle concessioni che vengono date e talvolta da finanziarie pubbliche, non gi perch il provvedimento sia illecito, ma perch anche un provvedimento giustificato  occasione di una regalia, di una festa in famiglia.

 La condanna di Andreotti.

Tra l'autunno del 1978 e l'inizio del 1979 Pecorelli aveva ripetutamente annunciato che avrebbe ripreso a parlare del caso Moro, e in alcuni articoli (Il ministro sapeva, Vergogna buffoni) aveva incominciato ad avanzare insinuazioni gravissime: omissione di intervento nella prigione BR per liberare Moro, trattative non andate a buon fine perch qualcuno non aveva mantenuto i patti e aveva giocato al rialzo. Questioni che il giornalista intendeva approfondire, e che - secondo i giudici della Corte di assise d'appello di Perugia -
avrebbero potuto avere pesanti riflessi negativi per Andreotti, all'epoca presidente del Consiglio... Essendo, dunque, provato che le trattative, cui Pecorelli aveva fatto riferimento come ipotesi di fantapolitica, avevano seguito effettivamente l'iter descritto dal giornalista, non  irragionevole ritenere, pur in assenza di elementi probatori, che anche il contenuto [dell'articolo] Amen rispondesse a verit. A
parere di questa corte tali circostanze costituivano, per Andreotti, un valido movente per volere l'eliminazione del giornalista, perch, se portate a conoscenza del pubblico, come Pecorelli aveva intenzione di fare, avrebbero avuto effetti disastrosi, tanto pi che in quell'anno, di l a poco, si sarebbero tenute le elezioni anticipate(49).
Certo  che da quel momento i destini del generale Dalla Chiesa e del giornalista furono accomunati dalla condanna a morte. Sul generale, inoltre, peseranno i rapporti via via sempre pi stretti col segretario del PSI Bettino Craxi, all'epoca acerrimo nemico di Andreotti
(secondo alcune voci, Dalla Chiesa avrebbe affidato a Craxi i segreti di via Monte Nevoso). Per la Corte di assise d'appello di Perugia il quadro probatorio  chiaro e univoco:
E ne esce cos la verit, che si traduce in una affermazione lungamente meditata e sofferta di questa Corte: il movente dell'omicidio di Carmine Pecorelli  collegato eziologicamente alla sua attivit giornalistica e l'imputato Giulio Andreotti aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse, comunque, in maniera addolcita.
La ragione  evidente: Carmine Pecorelli, che alcuni difensori degli imputati hanno voluto dipingere a fosche tinte, era un giornalista appassionato al suo lavoro, profondo conoscitore della situazione politica italiana di cui faceva una narrativa lucida, come  evincibile dall'analisi fatta delle conseguenze politiche del caso Moro, contenuta in tutti gli articoli pubblicati su OP; Carmine Pecorelli non minacciava di pubblicare, ma pubblicava le notizie scabrose. Ma, seppure potesse ritenersi, per un solo momento, che Pecorelli era un ricattatore (ipotesi questa che la Corte non ritiene di dover prendere in seria considerazione, giacch, non essendo stata corroborata dal bench minimo elemento di prova, sarebbe una inaccettabile offesa alla memoria di chi non pu pi difendersi), nulla cambierebbe ai fini dell'accertamento della verit, per l'elementare considerazione che in tal caso ci sarebbe stato un motivo in pi per ucciderlo. Non  veramente privo di senso che Carmine Pecorelli abbia manifestato dei timori proprio nei giorni antecedenti la sua uccisione: egli si sentiva, evidentemente, minacciato, avendo subito il danneggiamento dell'autovettura, proprio in relazione agli articoli che stava scrivendo; e non  un caso che gli articoli de quibus attaccavano uomini politici e, in particolar modo, Giulio Andreotti. Qui preme sottolineare l'articolo Vergogna buffoni, pubblicato su OP del 16 gennaio 1979, e quindi poco pi di due mesi prima dell'omicidio, in cui Carmine Pecorelli preannunciava una rivisitazione di tutto il caso Moro, con esplicito riferimento alle trattative con le BR, non andate a buon fine perch qualcuno non aveva mantenuto i patti e aveva giocato al rialzo, pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato. Ma se cos , non pu revocarsi in dubbio che tali circostanze, se vere e portate a conoscenza dell'opinione pubblica, che pure aveva atteso con ansia la liberazione di Aldo Moro, avrebbero sicuramente sconvolto il panorama politico italiano, proprio perch sarebbe chiaramente emerso che il potere politico non aveva voluto che fosse salvata la vita dello statista. Ma, allora, in qual modo pu fondatamente escludersi la sussistenza di un valido movente per l'uccisione di Carmine Pecorelli?(50).
Ad accusare Andreotti del delitto Pecorelli  stato il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, che dopo le stragi di Palermo e l'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino, ha assunto come un imperativo categorico dire la verit anche sui fatti pi scottanti del 
legame tra uomini politici e mafia. Buscetta ha sostenuto di aver appreso che a organizzare l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, su richiesta dei cugini Nino e Ignazio Salvo, furono Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Buscetta ha precisato che l'omicidio era stato commesso nell'interesse di Andreotti, la cui carriera politica rischiava di essere compromessa a causa di documenti che Pecorelli avrebbe potuto rendere pubblici. L'ex boss mafioso ha precisato che si trattava di documenti segreti riguardanti Moro, documenti nelle mani del generale Dalla Chiesa il quale avrebbe potuto consegnarli al giornalista. Secondo Buscetta, Bontate e Badalamenti organizzarono il delitto Pecorelli su richiesta dei cugini Salvo, i quali a loro volta avevano ricevuto analoga richiesta da Andreotti: Stefano Bontate nell'anno 1980, e Gaetano Badalamenti nell'anno 1982, gliene avevano parlato come di un delitto commesso da loro su richiesta dei cugini Salvo, per interessamento dell'onorevole Andreotti, perch Pecorelli era entrato in possesso - tramite il generale Dalla Chiesa
- di documenti in qualche modo connessi al delitto Moro, documenti che il giornalista intendeva pubblicare e che avrebbero compromesso la carriera politica di Andreotti.
Giulio Andreotti ha avuto a lungo rapporti con personaggi come Michele Sindona, Salvo Lima, Ignazio e Nino Salvo e Vito Ciancimino, tutti esponenti di Cosa nostra, e gli stessi legami tra la corrente andreottiana e l'organizzazione mafiosa erano ben noti al generale Dalla Chiesa(51): Pecorelli e Dalla Chiesa sono cose che s'intrecciano tra loro, come disse Badalamenti a Buscetta.
Constatato che i giudici di primo grado hanno riconosciuto che Buscetta ha detto la verit, ma non ne hanno tratto le debite conseguenze, riesaminati tutti gli atti e i fatti, la Corte di assise d'appello di Perugia nel novembre 2002 ha condannato Andreotti alla pena di
24 anni di reclusione quale mandante del delitto Pecorelli.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Note.
1. Azzolini al momento era latitante: a suo carico c'era un ordine di cattura per l'uccisione
(insieme a Calogero Diana, alias Paolo Sicca), del vicequestore di Biella Francesco Cusano, assassinato il 1 settembre 1976.
2. la Repubblica, 21 ottobre 1990.
3. Ibidem.
4. V. Morelli, OP. cit., pagg. 82-83.
5. Il magistrato milanese Gerardo D'Ambrosio, che nel corso dell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana aveva acquisito una concreta esperienza in merito alle deviazioni
dei Servizi, manifest subito le perplessit della magistratura nel corso di un convegno alla presenza del ministro dell'Interno Rognoni (dichiarazione del giudice
D'Ambrosio all'Autore del 7 novembre 1986).
6. V. Morelli, OP. cit., pag. 13.
7. Ibidem, pag. 83.
8. Della tecnica del ritardato riconoscimento, il generale Dalla Chiesa avr modo di compiacersi dichiarando alla Commissione parlamentare d'inchiesta: Il Peci neanche nel momento in cui  stato notato era per noi Peci: soltanto quando, su mia insistenza, la fotografia fatta sulla strada venne mandata a San Benedetto del Tronto presso i nostri vecchi sottufficiali in servizio e in congedo che lo avevano conosciuto prima, ne avemmo la certezza o quasi (ed  bene mettere il quasi, altrimenti avremmo avuto l'ordine della magistratura di arrestarlo); cos feci con Curcio nel 1974 quando per tre volte dissi sembra perch mi serviva sapere con chi sarebbe andato e avrebbe trainato con s [...]. Forse questa sar spregiudicatezza, saranno azioni che non si fanno, ma se io confessassi per esempio che a Corleone da capitano non arrestai subito il capomafia Navarra pur di sapere tutto quello che dovevo sapere, non vi dovete meravigliare se non lo andai a dire ai miei superiori per non coinvolgerli in una responsabilit piuttosto grave. Ora che il reato  prescritto ne posso parlare. Cos  successo quando dovevo arrestare Curcio (CM, vol. 9, pagg. 230 e 250).
9. OP n 21-22, 12 settembre 1978.
10. La Mantovani sospettava di essere pedinata, poich uscendo di casa le era capitato di notare troppe volte la stessa persona, e aveva manifestato a Bonisoli l'intenzione di andarsene; ma gli altri non avevano dato peso ai suoi sospetti in quanto tutto sembrava essere tranquillo. (Colloquio di Nadia Mantovani con l'Autore, a Bologna, il 5 luglio
1993.)
11. Sono circostanze che inducono a domandarsi se la fonte informativa del capocentro del SISMI di Firenze all'interno delle BR abbia avuto un ruolo nell'operazione che consent di recuperare le carte di Moro in via Monte Nevoso. Cfr. pagg. 190-91.
12. Agli atti della Commissione parlamentare Moro c' inoltre un documento, sequestrato a Firenze al giornalista Marcello Coppetti: si tratta del resoconto, quasi stenografico, di un colloquio (avvenuto a Villa Wanda, la residenza aretina del capo della P2) tra Coppetti, Licio Gelli, e un ufficiale del Servizio informazioni dell'Aeronautica per la Toscana, Umberto Nobili. Secondo l'appunto, il maestro venerabile informava che il caso Moro non  finito. Dalla Chiesa aveva un infiltrato, un carabiniere giovanissimo, nelle Brigate rosse. Cos sapeva che le BR che avevano sequestrato Moro avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa and da Andreotti e gli disse che il materiale poteva essere recuperato se gli veniva data carta bianca.
Siccome Andreotti temeva le carte di Moro (le valige [borse, ndr] scomparse?), nomin Dalla Chiesa. Costui recuper ci che doveva. Cos il memoriale Moro  incompleto.
Anche quello della magistratura, perch  segreto di Stato. Cfr. CM, voi. 9, pagg.
70-76, 207-08. Sia Coppetti, sia Nobili, confermarono alla Commissione parlamentare il resoconto dell'incontro con Gelli, il quale invece, interpellato dal magistrato nel
1990, negher tutto.
13. Dichiarazione del giudice Pomarici all'Autore del 7 novembre 1986.
14. la Repubblica, 6 ottobre 1978.
15. Dichiarazione del generale Ambrogio Viviani nel corso della trasmissione televisiva RAI Il testimone, 20 aprile 1988.
16. Dichiarazioni del giornalista Giorgio Battistini al procuratore aggiunto della Repubblica Guido Lo Forte e al sostituto procuratore Roberto Scarpinato il 7 novembre
1995: Galvaligi mi disse quindi che il generale Dalla Chiesa era entrato nel covo di via Monte Nevoso alcune ore prima che arrivassero i magistrati, e che il materiale originale rinvenuto (una settantina di cartelle dattiloscritte con errori di battitura, un nastro registrato e/o una videocassetta) era stato portato a Roma, all'insaputa del magistrato Gallucci, da due ufficiali dei carabinieri a qualcuno molto in alto... a chi di dovere. Galvaligi us queste espressioni, ma non volle assolutamente farmi il nome di questa persona, che comunque non apparteneva n alla magistratura n all'Arma dei carabinieri, bens al mondo politico istituzionale. Ci mi fu assolutamente chiaro dal discorso che mi fece. Galvaligi aggiunse che il materiale portato a Roma conteneva parti in cui Moro parlava in termini
molto duri di fatti riguardanti Andreotti. Galvaligi parlava di questo materiale, e del suo contenuto, in termini tali da indurmi a pensare che egli l'avesse personalmente visionato [...]. La mattina seguente su
Repubblica fu quindi pubblicato un articolo a mia firma, nel quale si riportavano tutte le notizie riferitemi da Galvaligi omettendo di indicare lui come fonte. Nel pomeriggio di quello stesso giorno mi incontrai quindi per la seconda volta con Galvaligi, ed egli mi forn ulteriori notizie sul contenuto del memoriale evidenziando soprattutto le parti riguardanti Andreotti. Il giorno seguente pubblicai quindi un altro articolo dal titolo Tutto contro Andreotti il memoriale di Moro. Molti giorni dopo io e Galvaligi ci incontrammo nuovamente, ed egli mi rifer che c'era stato un incontro riservato tra Andreotti e il generale Dalla Chiesa; un incontro che egli paragon a quello di Teano, per dare il senso di un Andreotti che era venuto a patti, di una riappacificazione per motivi di convenienza. Anche su questo argomento fu pubblicato un mio pezzo, alquanto sintetico, su Repubblica. Ricordo che - quando fu poi reso noto il memoriale Moro trovato in via Monte Nevoso - rimasi molto perplesso, poich nel materiale reso pubblico non c'erano tutte le parti di cui mi aveva parlato Galvaligi. Gli articoli citati vennero pubblicati su la Repubblica del 6, 7 ottobre 1978 e segg.
17. V. Morelli, OP. cit., pag. 94?
18. Il generale Bozzo confermer anche in sede giudiziaria che i documenti trovati nel covo furono subito fotocopiati presso la caserma dei carabinieri di via Moscova, e poi riportati nel covo di via Monte Nevoso; al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne consegnata una fotocopia del materiale destinata al ministro dell'Interno Rognoni.
Cfr. Sentenza Corte d'assise di Perugia del 24 settembre 1999, pag. 178.
19. CS, XIII legislatura, volume 2, tomo 5, pag. 439.
20. Colloquio di Nadia Mantovani con l'Autore del 5 luglio 1993.
21. Senato della Repubblica, Domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Andreotti per l'omicidio Pecorelli, 9 giugno 1993, pagg. 54-56.
22. Cfr. Pagina, n 1, del 1982; e Illustrazione Italiana, n 32, luglio 1986.
23. Cfr. Silvio Bonfigli e Jacopo Sce, OP. cit., pagg. 136-38.
24. Le BR continueranno a sopravvivere in Toscana per molti anni, e continueranno a compiere delitti come quello di Lanci Conti, ex sindaco di Firenze, il 10 febbraio
1986, e a contribuire ad altri delitti come quello del senatore Roberto Rufilli, a Forl, il 16 aprile 1988. Legami con la matrice brigatista toscana emergeranno anche nelle indagini riguardanti i delitti D'Antona e Biagi e la delittuosa sparatoria di Terontola del 2 febbraio 2003 sul treno Roma-Firenze.
25. Nelle annotazioni delle agende di Carmine Pecorelli... il nome del generale Dalla Chiesa  riportato pi volte e precisamente il 21 agosto 1978, il 19 e il 22 settembre
1978 e il 4 ottobre 1978. Le circostanze appena ricordate consentono, dunque, di affermare che Carmine Pecorelli e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si erano conosciuti e che la conoscenza  databile quanto meno al 4 ottobre 1978 (Cfr. Sentenza della Corte di assise d'appello di Perugia del 17 novembre 2002, pagg. 293-94).
26. E possibile che scrivendo un altro memoriale Pecorelli si riferisse alla trascrizione dei nastri delle registrazioni.
27. Cfr. il testo integrale dell'articolo in F. Pecorelli, R. Sommella, OP. cit., pag. 226.
28. Sentenza della Corte di assise d'appello di Perugia del 17 novembre 2002, pag. 294.
29. Commissione parlamentare antimafia, seduta del 16 novembre 1992, pagg. 357-58.
30. OP, 6 febbraio 1979. Da tempo OP conduceva una campagna di denuncia, accusando di corruttele Andreotti e il clan degli andreottiani. Pecorelli era il giornalista pi documentato sullo scandalo dell'Italcasse e ne seguiva assiduamente gli sviluppi;
conosceva i debiti multimiliardari degli andreottiani Rovelli e Caltagirone, fin dal
1977 aveva denunciato giri di tangenti con assegni finiti al presidente Andreotti, aveva scritto del legame Andreotti-Sindona, aveva criticato pesantemente Andreotti per i suoi maneggi con i servizi segreti, e attaccato apertamente coloro che nel SID e nel SISMI facevano capo al clan andreottiano. Di questo esteso malaffare andreottiano aveva parlato e scritto anche Moro durante i 55 giorni del sequestro: per esempio, nel memoriale che era stato inspiegabilmente censurato dai brigatisti e che era passato fra le mani del generale Dalla Chiesa.
31. Sentenza della Corte di assise d'appello di Perugia del 17 novembre 2002, pagg.
294-95. Nell'articolo menzionato, Pecorelli indicava, fra gli assassini di Moro, il nominativo di Maurizio detto il macellaio: molto tempo dopo emerger che l'uccisore materiale di Moro fu Mario Moretti, il quale aveva come pseudonimo Maurizio.
32. CM, vol. 9, pag. 233. Secondo quanto riferir il generale Bozzo, Dalla Chiesa sospettava che un'altra cordata dei carabinieri fosse riuscita a finalizzare la trattativa con le BR e a impadronirsi della documentazione.
Il generale Dalla Chiesa era consapevole dei rischi ai quali era esposto. Nominato prefetto di Palermo il giorno dell'assassinio di Pio La Torre, il 30 aprile 1982, scrisse nel suo diario: Io che sono certamente il depositario pi informato di tutte le vicende di un passato non lontano, mi trovo ad essere richiesto di un compito davvero improbo e, perch no, anche pericoloso. Promesse, garanzie, sostegni, sono tutte cose che lasciano e lasceranno il tempo che trovano (cfr. Nando Dalla Chiesa, Delitto imperfetto, Mondadori 1984, pag. 48.)
33. Corriere della Sera, 6 ottobre 1985.
34. Dichiarazione di Azzolini all'Autore durante un colloquio nel carcere di Rebibbia.
35. La stessa certezza granitica, Pomarici la ribadir nell'estate del 1988, nel corso di un dibattito organizzato dal settimanale L'Espresso. Alla domanda: Ma l'avete perquisito bene quell'appartamento di via Monte Nevoso?, Pomarici rispose: Scarnificato muro per muro, mattonella per mattonella (L'Espresso, 7 agosto 1988, pagina 38).
36. CS, vol. 5, pagg. 309-10. Il capo della polizia dichiara che nel 1978 l'irruzione nel covo di via Monte Nevoso avvenne alle ore 7 (affermazione corrispondente alla realt dei fatti); ma nel loro verbale, i carabinieri avevano posticipato l'orario dell'irruzione alle ore 9,30.
37. Ibidem, pag. 310.
38. Carte sequestrate dalla magistratura nell'abitazione del generale del SISMI in pensione Demetrio Cogliandro il 2 novembre 1995; nota datata 12 ottobre 1990. Cfr.
Gianni Cipriani, Lo spionaggio politico in Italia, Editori Riuniti 1998, pag. 185.
39. il manifesto, 13 ottobre 1990.
40. Il Giornale, 15 ottobre 1990.
41. Il Messaggero, 17 ottobre 1990.
42. il manifesto, 19 ottobre 1990.
43. Il Giornale, 22 ottobre 1990.
44. La Stampa, 21 ottobre 1990.
45. Cfr. il raffronto tra le due versioni in Il mio sangue ricadr su di loro, cit., pagg.
366-77.
46. CS, X legislatura, Relazioni conclusive, pagg. 39-40.
47. Ibidem, pag. 244. Rimarr per sempre inspiegato perch le BR non resero note al popolo queste esplosive dichiarazioni di Moro su Andreotti.
48. F. Cossiga, La passione e la politica, Rizzoli 2000, pag. 108.
49. Corte di assise d'appello di Perugia, sentenza cit., pag. 296. Su Mino Pecorelli e sulla sua attivit giornalistica la Corte perugina ha espresso questo giudizio: Era un giornalista, molto ben introdotto negli ambienti pi diversi, s da avere la possibilit di venire a conoscenza di importanti notizie riservate e di documenti scottanti riguardanti vicende di rilevante interesse pubblico, delle quali, quelle citate nella parte espositiva della presente sentenza come possibili cause dell'omicidio, costituiscono apprezzabile esempio. La caratteristica di Pecorelli, che in questo momento  necessario porre in luce,  che, una volta venuto in possesso di dette importanti notizie, egli le pubblicava e consentiva anche ai colleghi, che lavoravano per altri giornali, di attingere alle sue fonti, poich aveva interesse a che la notizia, che egli aveva pubblicato per primo, avesse la massima diffusione. E nel fare ci egli non aveva riguardo n per gli amici n per i potenti n per chi lo sovvenzionava, sicch l'avere soccorso economicamente Pecorelli non avrebbe potuto consentire ad Andreotti di dormire sonni tranquilli (ibidem, pag. 300).
50. Ibidem, pag. 310. Contestando la sentenza di condanna emessa dalla Corte di assise d'appello di Perugia, il sen. Andreotti ha inoltrato ricorso alla Corte di cassazione.
51. Prima di accettare la carica di prefetto di Palermo, il 30 aprile 1982, il generale Dalla Chiesa estern chiaramente al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, e al ministro dell'Interno Virginio Rognoni, il proprio convincimento sulle collusioni tra Cosa nostra e uomini di spicco della DC siciliana (corrente andreottiana), esplicitando il suo intento di orientare le indagini anche in tale direzione.
...
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... 
FINE.
...
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...
Indice generale.

PREMESSA.

CRONOLOGIA DEL DELITTO MORO.

CAPITOLO PRIMO. L'AGGUATO DI VIA FANI.
Attentato da manuale.
Un ordine troppo tempestivo.
Il pranzo mattutino del colonnello del SISMI.
Borse scomparse.
La beffa di via Licinio Calvo.

CAPITOLO SECONDO. UN DELITTO ANNUNCIATO.
Spionaggio in via Savoia.
Allarmi e preannunci.
Mancata protezione.
Perch proprio Moro? 
L'avversione di Kissinger per Moro.
Antelope Cobbler.

CAPITOLO TERZO. LE BRIGATE ROSSE.
La nascita delle BR.
Le prime azioni delle BR.
Il sequestro Sossi.
L'arresto di Curcio e Franceschini.
Frate mitra e il mancato arresto di Moretti.
L'inchiesta su Moretti.
All'interno delle BR.7
BR e RAF (Rote armee fraktion).

CAPITOLO QUARTO ESPERTI E PIDUISTI AL VIMINALE.
L'esperto americano.
Il Comitato tecnico-operativo.
Operazione Smeraldo.
La crisi del Comitato gestione crisi.
Il Comitato informazioni.
Il Comitato degli esperti.
La ragnatela piduista al Viminale.

CAPITOLO QUINTO. GLI INQUIRENTI E I VISIONARI.
Il Piano zero.
Lo stato di pericolo pubblico.
Informazioni paranormali.
Servizi investigativi allo sbando.
Il rullino smarrito.
La traccia trascurata.
Lo spirito ispirato.
La retata degli autonomi.
Bobine scomparse, o manipolate.
Operazioni di parata.

CAPITOLO SESTO. I SERVIZI TROPPO SEGRETI.
Giustizia gabbata.
Strategie di infiltrazione.
Il MOSSAD.
Detenuti molto speciali.
I superclandestini.
Strutture riservate alla SIP.
Dai servizi segreti alla tipografia BR.

CAPITOLO SETTIMO. I MISTERI DELLA SEGREGAZIONE.
Una prigione per pochi giorni.
Il quarto carceriere.
I misteri di via Montalcini.

CAPITOLO OTTAVO. IL PATTO DEL SILENZIO.
Il Comunicato BR n 1.
Il comunicato BR n 2.
La lettera di Moro a Cossiga e il Comunicato n 3.
Il Comunicato BR n 4 e la lettera a Zaccagnini.
Lettere di Moro alla moglie.
Il comunicato BR n 5 e lo scritto su Taviani.
Processo nascosto al popolo.
Doppia segretezza.

CAPITOLO NONO. OMISSIONI E PROVOCAZIONI.
Lo strano covo di Mario Borghi.
La grave inosservanza.
La soffiata bolognese.
Una scoperta pilotata.
Il falso comunicato BR n 7.
Il vero Comunicato BR n 7.

CAPITOLO DECIMO. IL PAPA IN GINOCCHIO.
L'appello del Pontefice.
Censura brigatista e censura di Stato.
Un servizio per la Primula rossa.
L'ipotesi di un canale di ritorno.
Il Comunicato BR n 8 e la nuova lettera a Zaccagnini.

CAPITOLO UNDICESIMO. LE TRATTATIVE.
L'impresa disperata.
Le lettere della disperazione.
L'iniziativa socialista.
Le reticenze di Andreotti.
Dai sodalizi criminali ai servizi segreti.
Doppio ostaggio e doppio delitto.

CAPITOLO DODICESIMO. L'UCCISIONE.
L'incerta fine di Moro.

CAPITOLO TREDICESIMO. LE CARTE DI MORO.
Meglio la gallina domani.
Via Monte Nevoso, ottobre 1978.
Dalla Chiesa e Pecorelli.
Via Monte Nevoso, ottobre 1990.
Memoriale incompleto.
La condanna di Andreotti.
...
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...
FINE.